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In
questa pagina saranno descritti e trattati argomenti relativi ai disturbi di
ansia, sia dal punto di vista descrittivo sintomatico e quindi clinico, sia dal
punto di vista delle valutazioni diagnostiche consigliate anche al medico
generico e di base o di famiglia e sia dal punto di vista della cura dei
disturbi stessi.
Cominciamo
con il leggere un commento introduttivo del Prof. Ferdinando Pellegrino,
psichiatra ed esperto in medicina psicosomatica:
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"L'
approccio ai
disturbi dello spettro ansioso è un problema di
notevole rilevanza in medicina generale sia per l'alta incidenza di questi
disturbi, sia per la frequenza con cui il medico di famiglia viene consultato.
Si tratta di
disturbi che incidono molto sulla
performance del soggetto, compromettendone la sua funzionalità lavorativa e
familiare, e che inducono a frequenti richieste di consulti medici e al ricorso
a strutture di emergenza, sia ospedaliere che territoriali. Ne consegue la
necessità di definire delle linee guida che consentano:
1. il
precoce riconoscimento di questi disturbi, considerando che possono avere
molteplici manifestazioni, alcune delle quali riscontrabili prevalentemente
presso lo studio del medico di famiglia;
2. di elaborare, in tali ambiti, efficaci
programmi terapeutici.
Tale
possibilità, peraltro oggi più realistica grazie allo
sviluppo di sempre più numerosi progetti che prevedono un rapporto di stretta
collaborazione tra lo specialista ed il medico di base, ripropone il
concetto di medicina psicosomatica, inteso come modalità
di approccio globale al paziente, nella sua dimensione fisica e psichica."
Prof. FERDINANDO PELLEGRINO
- Medico psichiatra - Medicina psicosomatica
In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino

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Leggiamo
adesso un esempio reale, descritto da una paziente cui si riferisce il Prof.
Pellegrino:
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«Mi sento molto
nervosa, non ho pazienza. Quando cammino ho
l'impressione di non mantenermi in equilibrio, di barcollare; mi sento
frastornata. Mio figlio deve operarsi di adenoidi, ma è già la seconda volta
che arriviamo all'ospedale e costringo mio marito a riportarci indietro.
Gli occhi
mi bruciano continuamente, come se avessi la febbre. Cerco di reagire e mi sento
in continuo allenamento per convincermi di potercela fare.
Otto mesi
fa ho sospeso la terapia farmacologica e mi sentivo benissimo .Avevo la sensazione di essere rinata, ma
mi ero illusa, ora sono al punto di partenza, e mi sento scoraggiata».
In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino |
La
storia di questa donna è simile a quella di tanti
altri pazienti che giungono alla osservazione degli specialisti della salute
mentale e testimonia come l'inquadramento e la terapia dei disturbi d'ansia è tutt'altro che semplice, quanto
piuttosto un percorso lungo, "un braccio di ferro", come la paziente lo ha
definito, tra la forza di reagire per migliorare la qualità della vita e
"la forza oscura dell'ansia", non sempre definibile, non sempre
comprensibile.
Diamo
qualche riferimento sulla sua situazione e storia personale, anche per capire
come non sempre è ragionevole collegare in relazione di causa-effetto il
disturbo d'ansia con la realtà situazionale, mentre invece risulta più
evidente il fatto che l'ansietà patologica discende come conseguenza
dell'interpretazione cognitiva che il soggetto fa della realtà, dal suo proprio
punto di vista e cioè suo proprio stile di pensiero.
| E' sposata da oltre cinque anni, ha
recentemente acquistato una casa, ha due figli "meravigliosi" ed un
marito di cui "non si può lamentare". I primi sintomi sono iniziati
tre anni fa - ora ne ha 26 -, dopo la nascita del secondo figlio, con un
attacco di panico a cui è seguito l'instaurarsi di un quadro psicopatologico
caratterizzato da una condizione di ansia generalizzata con una particolare
tendenza alla somatizzazione che l'ha indotta a chiedere più volte l'intervento
del proprio medico e a praticare diverse indagini clinico-strumentali (TAC,
EEG, ecografia epato-biliare ... ). Solo con l'inizio di un terapia con
antidepressivi e benzodiazepine, ( le benzodiazepine sono sostanzialmente
farmaci ansiolitici, cioè destinati a sedare l'ansia ), si è avuto un miglioramento progressivo dei
sintomi che ha portato alla sospensione del trattamento in sette mesi. La
riacutizzazione attuale del quadro clinico senza apparenti motivi, in una
condizione di discreto benessere personale familiare, ripropone la necessità di
valutare la ripresa del trattamento farmacologico. Il trattamento
farmacologico, destinato al controllo dei sintomi, spesso deve essere ripetuto
in diversi cicli intervallati, poichè gli psicofarmaci, formidabili per sedare
i sintomi, sono tuttavia abbastanza impotenti rispetto alla sorgente dei sintomi
stessi. |
L'
esempio citato è soltanto uno dei tanti che continuamente incontriamo nella
nostra pratica clinica con molti pazienti che ci consultano. I disturbi d'ansia,
spesso associati a quadri depressivi, come vedremo, sono le forme più frequenti
nelle quali si presenta il disturbo psicologico e rappresentano le più
frequenti condizioni patologiche dove è richiesto l'intervento dello psicologo
clinico, dello psicoterapeuta e dello psichiatra, affinchè possano essere
adeguatamente trattati nell'ottica di una cura completa, cioè valida sul piano
immediato del controllo sintomatico ( psicofarmaci ) e sul piano della
risoluzione radicale per mezzo della psicoterapia.
In
ogni caso il paziente va sempre visto in un'ottica psicosomatica, evitando di
operare soltanto una diagnosi sintomatica, ma operando invece una più completa
diagnosi psicologica, che consente di tracciare la
sua storia, di osservarlo nel corso degli anni - approccio preferenziale per il
medico di famiglia - e di evidenziare le principali modalità di espressione
del soggetto (lo stile di vita): le sue emozioni, il suo modo di ragionare, il suo comportamento. Ciò favorisce la conoscenza
degli "elementi
chiave" (la sintomatologia) attraverso cui procedere per arrivare ad
una diagnosi clinica ben definita e la possibilità di intraprendere un
trattamento che possa risultare il più efficace possibile.
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Leggiamo
ancora un altro esempio di un paziente riportato dal Prof. Pellegrino:
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«Penso che possa
succedere qualcosa di spiacevole a me o a qualche mio
familiare, sono preoccupato per il futuro».
«Mi
considero un soggetto apprensivo, che si preoccupa facilmente per cose di scarsa
importanza».
«Mi
capita di sentirmi interiormente teso, nervoso, di non riuscire a rilassarmi».
«Mi
capita di sentirmi veramente "distrutto", "esaurito" delle
mie energie».
«Avverto
una sensazione di malessere interno, di inquietudine».
«Provo
sensazioni di disagio, mi sento irrequieto e non riesco a concentrarmi».
«L'ansia
mi impedisce di essere attivo, produttivo, di prendere iniziative».
«Mi
sento in preda al panico, ma non so cosa fare».
In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino |
Uno stato d'ansia si
caratterizza essenzialmente per la presenza di una condizione di apprensione e
indecisione.
Ciò che va subito
definito al momento della prima visita è l'esatta collocazione dei sintomi
presentati all'interno di una specifica categoria diagnostica, considerando la
possibilità che gli stessi sintomi possono essere significativi per diverse
condizioni cliniche.

Vediamo cosa e come suggerisce il Prof.
Pellegrino di procedere in una fase iniziale di diagnosi, suggerendo le seguenti
linee guida anche al medico di base. Il Prof. Pellegrino suggerisce di
chiedersi, visitando il paziente:
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a.
Sono espressione di uno stato di apprensione
fisiologico?
Possono essere espressione di una condizione di preoccupazione
ansiosa legata ai ritmi della vita odierna?
Vi sono dei particolari motivi che
possono giustificare i sintomi presentati? (ansia fisiologica)
b.
Rappresentano
"uno stile di vita disfunzionale", stabile nel tempo e
caratteristico di quel singolo soggetto? (personalità ansiosa)
c. I sintomi sono da mettersi in correlazione ad eventi
traumatici recenti?
Possono essere espressione di un "contraccolpo"
rispetto ad un evento stressante? (ansia di adattamento o situazionale)
d.
Possono essere secondari a disturbi di natura
organica o psichiatrica? (ansia secondaria)
e. Questi sintomi sono tali da essere considerati entità
cliniche?
Sono "strutturati" e indicativi di un disturbo
clinicamente significativo, "primario"? (disturbo d'ansia).
In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino |
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Tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino |
La risposta a questi interrogativi
può essere utile per orientare il medico ad inquadrare il disturbo secondo le
tabelle diagnostiche ufficiali.E' importante valutare
l'intensità dei sintomi e quanto essi interferiscono nella vita quotidiana e
sul funzionamento globale del soggetto. Occorre inoltre porre molta attenzione
al periodo di insorgenza dei
sintomi, eventuali precedenti o attuali trattamenti farmacologici, la tendenza ad
assumere di
propria iniziativa farmaci (ad esempio analgesici), il modo di porsi nei
confronti di questi sintomi e la presenza all'anamnesi di quadri
sintomatologici di diversa natura. Tutti questi sono elementi che vanno raccolti per
avere un'idea precisa del quadro clinico; ciò consente anche una migliore
definizione del programma terapeutico, nel senso che non può mai stabilirsi una
corretta cura se non dopo un'accurata diagnosi, oltre che clinica principalmente
psicologica, cioè che tenga conto complessivamente della persona.

Seguiamo
ancora il Prof. Pellegrino:
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Alcune considerazioni possono
ulteriormente agevolare il percorso clinico:
• la diagnosi di un disturbo psichico comporta
l'esclusione di una patologia organica; in particolare l'esordio di quadri clinici in
età adulta, laddove l'esordio si ha mediamente in età adolescenziale, impone
sempre un approfondimento sulle condizioni fisiche del soggetto;
• è possibile la presenza di più
disturbi ("comorbidità"), come ad esempio quadri misti
ansioso-depressivi. In questo caso vi sono importanti implicazioni sia in termini di prognosi che di terapia;
• la struttura di personalità di un
soggetto è un elemento da prendere sempre in considerazione; la conoscenza del
suo "stile di vita", può essere di notevole aiuto ai fini diagnostici
e terapeutici;
• esistono espressività cliniche
monosintomatiche o "sotto-soglia"; si tratta di quadri clinici
sfumati che, pur comportando elevati livelli di sofferenza soggettiva e
disabilità - oltre che frequenti cause di assenza dal lavoro e di richieste
di visite mediche - non soddisfano completamente i criteri diagnostici previsti
dai sistemi nosografici attualmente in uso (vedi la sezione diagnosi).
Riuscire a dare una giusta
risposta anche a questi pazienti contribuisce a migliorare la loro qualità di
vita e previene la possibilità di insorgenza di quadri clinici di maggiore
entità.

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Alcuni esempi
illustrano
ancora meglio le diverse possibili manifestazioni dell'ansia nella vita di
tutti i giorni:
In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Sara ha appena
superato il concorso per magistrato; a soli 26 anni è riuscita ad ottenere
quanto desiderava ma ha trascorso più di un anno a studiare, senza concedersi
un attimo di pausa. Ora dovendo affrontare un altro esame, di scarsa importanza e indipendente dagli altri, è in preda al panico: «Non riesco a
concentrarmi, ho paura, non voglio fare brutta figura, non riesco a studiare.
Non dormo, sento il cuore battere in gola, ho un continuo mal di testa, tremo
tutta». Le "energie" di Sara si sono momentaneamente esaurite, è
presente in questo momento uno stato
d'allarme conseguente allo stato di attivazione che l'ha tenuta impegnata nei
mesi precedenti il concorso. Non è in grado di rilassarsi. Pur inibendo
completamente la funzionalità di Sara, i sintomi presentati meritano attenzione ma non sono da considerare patologici, bensì legati a
particolari
circostanze e ad una struttura di personalità tendenzialmente ansiosa. Un
breve ciclo di psicoterapia, mirato a rafforzare le difese di Sara, ha
consentito la remissione dei sintomi.
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Antonio ha 58 anni, è
pensionato da circa un anno, sposato e con due figli. Ha sempre lavorato come
manovale nell'edilizia ed ora non accetta l'idea di dover restare a casa ed è
alla continua ricerca di piccole occupazioni; l'anamnesi è negativa per
patologie somatiche di rilevanza clinica, ha sempre goduto di buona salute. Da
alcune settimane si sente "stanco e affaticato". Di notte non dorme
ed ha dei "vuoti di memoria", «è come se mi sentissi preoccupato per
qualcosa, sono teso, non riesco più a concentrarmi, sono sempre stanco. Penso
ai miei figli, sono preoccupato per loro». Una richiesta di esami di
laboratorio ha evidenziato una alterazione dei parametri comuni, in
particolare una marcata ipoalbuminemia. Ricoverato in ospedale gli è stato
diagnosticato un tumore polmonare. L'anamnesi negativa, la solida
struttura di personalità, l'assenza di valide motivazioni che potessero
giustificare tale quadro clinico, l'esordio dei sintomi in età adulta, hanno
orientato verso la richiesta di esami clinici. La sintomatologia psichica può
ritenersi in questo caso strettamente collegata al processo neoplastico, avendo
come punto di partenza la progressiva astenia.
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Ilda è alla sua terza
gravidanza, ha un figlio di sette anni ed una bimba di quattro. «Sono al terzo
mese, ma non so cosa mi stia succedendo. Non dormo, sono terrorizzata dall'idea
di avere un altro figlio, anche se al tempo stesso lo desidero, mi sento in
colpa e soprattutto sono preoccupata di non essere in grado di accudirlo, pur
avendo già allevato due figli. Non riesco a concentrarmi e non sto andando a
lavoro, ho chiesto a mio marito di starmi vicino e di non lasciarmi sola. Non mi
è mai successo niente di simile».
Per Ilda l'adattamento a
questa nuova situazione appare più difficile dei previsto. Anche le "buone
notizie" possono essere fonte di stress: tutto ciò che determina un
cambiamento e un riadattamento può infatti essere motivo di ansia. E' stato
sufficiente rassicurare Ilda che progressivamente ha ritrovato l'equilibrio.
Diversamente è stato, nella medesima situazione, per Amelia, alla cui anamnesi
ritroviamo episodi di attacchi di panico e periodici trattamenti farmacologici.
In tale circostanza sono stati
programmati controlli clinici più frequenti, ed è stato necessario l'utilizzo
di farmaci, anche se in modo occasionale e sotto controllo medico.
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A
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Tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Il
Prof. Pellegrino, medico psichiatra psicosomatista, precisa e sottolinea
l'importanza, nel settore dei disturbi psicologici, della diagnosi e cura della
persona, non del "caso" o della "malattia". Egli infatti
afferma: "Ogni soggetto ha una sua storia e la sofferenza
psichica ne rappresenta l'epilogo." Indubbiamente l'ansia patologica, nelle sue
diverse manifestazioni cliniche, rappresenta una condizione disadattiva quale
espressione di un modo di reagire disfunzionale dell'individuo nei confronti
dei propri conflitti: è una soluzione inadeguata ai problemi della vita, un
tentativo nevrotico di sopravvivere alle difficoltà dei quotidiano, una
risposta inappropriata agli eventi della vita in rapporto alla loro intensità
e durata.
Credo
che vada precisato che "condizione disadattiva" e "tentativo
nevrotico", sono definizioni che si riferiscono al repertorio cognitivo a
disposizione della persona, poichè ciascuno opera le proprie decisioni sulla
base del repertorio dei propri modi di vedere se stesso, il mondo e gli altri.
Nei Disturbi d'ansia (Tabella 1) i sintomi
dello spettro ansioso assumono caratteristiche di entità cliniche distinte,
ciascuna delle quali con una storia evolutiva a se stante e con precise
caratterizzazioni diagnostiche e terapeutiche.
Si tratta di quadri clinici ben definiti, pur nella
molteplicità delle loro manifestazioni, che assumono una particolare
rilevanza per il loro carattere invalidante e per la tendenza a cronicizzare;
essi richiedono una diagnosi accurata e trattamenti specifici.
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Tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Dal
sintomo
alla diagnosi
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Come meglio descritto nella
sezione diagnosi
di questo sito, per ciò che riguarda i disturbi psichici difficilmente è
applicabile la normale procedura medica per la diagnosi.
Infatti, poichè la
manifestazione psicopatologica per mezzo dei sintomi non esprime la presenza di
una causa aggredibile, essa esprime, invece, il disagio complessivo della
persona e della storia della sua vita. Quindi classificare i disturbi
psicologici per mezzo dei sintomi è più che altro una procedura utile a
snellire le comunicazioni fra gli addetti ai lavori. Molto meno utile è,
invece, al fine di stabilire la terapia.
A differenza delle normali malattie
mediche, i disturbi psicologici sono incurabili se ci si attiene
fondamentalmente alla diagnosi dei sintomi, nel senso
che, mentre nelle malattie mediche generali riconoscendo i sintomi si riconoscono spesso
anche le cause, quindi diagnosticare per mezzo dei sintomi è corretto ai fini
della cura, nei disturbi psichici, invece, per mezzo dei sintomi non si riconoscono le
cause, quindi la diagnosi sintomatica è da sola inefficace ai fini della cura.
Di conseguenza la classificazione e l'etichettatura diagnostica per mezzo dei
sintomi, se utilizzata da sola, rischia banalmente di ricalcare anche in
psicopatologia, la
procedura medica generale, commettendo un errore clinico non indifferente.
Nei
disturbi psichici si deve diagnosticare ben oltre i sintomi. Nella maggior parte
dei casi il paziente non è affetto da alcuna malattia organica. Viceversa, al
posto di una malattia
che spesso non c'è, c'è sempre una persona con tutto il carico della
sua storia di vita ed è infine la persona che va curata, nel senso che va
aiutata a ridecidere e a indirizzarsi verso nuove scelte, mentre frattanto la
solleviamo sintomaticamente per mezzo degli psicofarmaci. Tutto ciò rende la
psicopatologia e la psichiatria qualcosa di molto differente rispetto alla
medicina generale.
Va
sempre compiuta la diagnosi differenziale riguardo la probabilità di eventuali
malattie organiche: quando sono presenti sintomi psicologici va sempre eseguita
un'accurata esclusione di malattie neurologiche ed endocrinologiche in
particolare. In tutti i casi, tuttavia, anche quando, come accade la maggior
parte delle volte, la persona non è organicamente ammalata, è indispensabile o
di grande aiuto la somministrazione degli psicofarmaci, perchè essi comunque
hanno il potere di sollevare rapidamente dai sintomi, pur essendo completamente
inefficaci verso le cause. Il sollievo dai sintomi per mezzo degli psicofarmaci,
sgombra la strada della terapia verso le cause del disturbo, da praticarsi per
mezzo dei metodi e delle tecniche della psicoterapia.
"Uno dei principali problemi della psichiatria moderna -
ci
dice il Prof. Pellegrino - è quello della classificazione dei disturbi mentali che oggi, grazie ai
due sistemi diagnostici maggiormente in uso - DSM-IV edizione Masson, Milano, 1996), dell'American
Psychiatric Association (APA) e I'ICD-10 (Masson, Milano-
dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) - è stato affrontato con attenzione
nell'intento di fornire al clinico precisi criteri diagnostici utili per la gestione del paziente con disturbi psichici."
Non è sempre facile far rientrare un
paziente in un preciso ambito diagnostico, soprattutto per la variabilità dei
quadri clinici che contrastano con l'apparente rigidità dei sistemi diagnostici; un criterio valido consiste
nell'identificazione del sintomo
chiave e nella comprensione graduale della natura del disturbo in esame.
Tale percorso è particolarmente utile in medicina generale in quanto può
contribuire, secondo quanto suggerisce l' OMS, ad identificare e trattare gran
parte dei disturbi psichici al pari di altre patologie, come per esempio
l'ipertensione e il diabete, rinviando allo psichiatra l'esame e la gestione
di quadri clinici più complessi e difficili."
Altre CONSIDERAZIONI DIAGNOSTICHE
Recenti
indagini indicano che oltre il 50% dei pazienti psicopatologici soddisfa la
diagnosi di almeno un secondo disturbo, ed il 75% dei soggetti in trattamento
per abuso o dipendenza da sostanze presenta almeno un altro disturbo mentale.
Per molti soggetti, inoltre, risulta difficile identificare la categoria
diagnostica dì appartenenza, come evidenziato da alcuni studi epidemiologici
che indicano la presenza di un'elevata percentuale di pazienti in cui è
possibile utilizzare solo delle categorie diagnostiche residue, "non meglio
specificate".
Tali
difficoltà, presenti in tutta la medicina, in psicopatologia assumono un
particolare significato, con notevoli conseguenze sul piano terapeutico e
sottolineano l'importanza di un approccio psicosomatico al paziente: bisogna
attingere informazioni dal suo percorso storico, dalle sue difficoltà, dal suo
modo di affrontare i problemi della vita, dalla sua personalità, dal suo
disagio manifesto, dalle tante variabili extracliniche (compresi gli eventi
della vita) che condizionano a volte in modo determinante l'evoluzione del
quadro clinico.
La
presenza di un quadro depressivo in soggetti con disturbi d'ansia è un evento
costante, tanto che alcuni studi sottolineano come oltre il 70% degli stati
d'ansia presenti una sintomatologia depressiva.
Le
problematiche relative al rapporto ansia-depressione appaiono tutt'altro che
risolte, come si rileva dalla presenza di numerosi studi sull'argomento. In
letteratura d'altra parte è noto che, nonostante il termine "nevrosi"
sia ritenuto superato, la diagnosi più frequente che ancora oggi viene fatta,
sia a livello specialistico che dal medico di famiglia, è quella di
"nevrosi ansioso-depressiva".
Dal punto di vista clinico il riconoscimento del tipo di depressione è
fondamentale per l'elaborazione della prognosi e per la corretta gestione
terapeutica del paziente. Una condizione di scoraggiamento, o demoralizzazione
in cui prevalgono vissuti di tristezza e di rabbia per Io stato di salute,
per non sentirsi in forma, è strettamene collegata ai disturbi d'ansia. In
questi casi il soggetto conserva l'interesse per l'ambiente circostante, per la
vita, e riesce a provare piacere per ciò che ama («Fra quattro mesi devo
sposarmi, sono contenta, sto preparando ciò che serve, ho solo la
preoccupazione di non riuscire a gestire la mia ansia»); nei confronti del
futuro si è preoccupati ma fiduciosi («Potrei vivere felice se riuscissi a
liberarmi di questi sintomi»). Non prevale la paura della morte, l'ideazione
suicidaria ed i sensi di colpa non hanno un'intensità rilevante, non vi è la
sensazione di essere dei falliti o di aver commesso errori imperdonabili, si è
comunque in grado di progettare il proprio futuro, anche se con molto timore.
Viceversa, la diagnosi di depressione come entità clinica a se stante (episodio
depressivo maggiore) è prevalentemente caratterizzata dai seguenti sintomi:
1. umore depresso (sentirsi giù di tono,
demotivati, vuoti, tristi e pessimisti);
2. disinteresse per l'ambiente circostante e per
tutto ciò che può dare piacere;
3. significativa perdita o aumento di peso;
4. problemi di insonnia (è tipico il risveglio
precoce mattutino);
5.
rallentamento psicomotorio o stato di agitazione;
6. perdita di energie (sensazione di stanchezza e
prostrazione);
7. pensieri di morte (vissuti spesso con un
sentimento liberatorio rispetto all'angoscia del vivere);
8. sentimenti di colpa, di
autosvalutazione, di
fallimento totale;
9. difficoltà a concentrarsi, a gestire il
quotidiano, tutto sembra difficile e impossibile da realizzare.
Naturalmente
solo l'esperienza clinica aiuta il medico a cogliere l'aspetto
"qualitativo" della depressione, ad individuare nel corso del
colloquio clinico la disperazione dell'esperienza depressiva come vuoto
assoluto, incolmabile e devastante («Deve nascere mio figlio, ma non mi
interessa, non provo alcun piacere, soffro per la mia insensibilità, per il
vuoto che ho dentro, riconosco la grandezza dell'evento, ma mi sento
completamente disinteressato») che si differenzia dall'esperienza ansiosa in
cui prevale la preoccupazione per il futuro ed uno stato di allarme.
Valutare la
diagnosi dei disturbi dello spettro ansioso comporta, per definizione,
l'esclusione di una patologia organica
che possa giustificare i sintomi ed in ogni caso va valutato il quadro fisico
generale del paziente e l'importanza che può assumere la consistenza di un
qualsiasi disturbo
fisico. Dietro ogni sintomo ansioso può infatti mascherarsi un disturbo
organico che va identificato e trattato, anche se nella pratica clinica occorre
valutare di volta in volta il reale significato da attribuire alla componente
psicologica e a quella organica.
In
particolare:
1.
Il sintomo può essere eziologicamente correlato a fattori fisici (ansia
secondaria). Alcune patologie organiche e l'assunzione di sostanze
medicamentose o di abuso (Tabella 7) possono infatti causare sintomi simili a
quelli che si osservano nei disturbi d'ansia; in questi casi vi è un rapporto
diretto tra disturbo fisico, che va identificato e trattato, e lo sviluppo
e il decorso dei sintomi mentali.
2. In uno stesso soggetto disturbi fisici e psichici possono coesistere, avere
pari importanza e influenzarsi reciprocamente (comorbidità). Nella
pratica clinica l'osservazione della frequente associazione di alcune patologie
(ad esempio il prolasso della mitrale con il disturbo da attacchi di panico) non
ha ancora consentito di chiarire il problema, che resta oggetto di osservazione
e di ulteriori studi. Particolarmente interessante è in tale ambito è lo
studio della comorbidità dei disturbi di panico con l'epilessia, i disturbi
vestibolari, l'emicrania, l'aninesia globale transitoria o con le disfunzioni
tiroidee; pari interesse riveste la comorbidità del disturbo
ossessivo-compulsivo con il disturbo di Tourette e altri disturbi da tic, con
l'epilessia del lobo temporale e, occasionalmente, con le complicazioni dei
traumi e delle encefaliti. Si tratta di quadri clinici complessi in cui è
opportuna una collaborazione tra il medico di medicina generale ed altri
specialisti. Inoltre, soprattutto in medicina generale, è frequente il
riscontro di patologie croniche, quali l'ipertensione, il diabete, la
cardiopatia ischemica, l'artrite, l'enfisema, tutte condizioni che possono avere
un ruolo nello sviluppo
o nell'evoluzione di un disturbo d'ansia. In tali circostanze è opportuno
considerare anche il fatto che si tratta per lo più di soggetti anziani spesso
sottoposti a trattamenti con più farmaci che possono ulteriormente influenzare
il quadro clinico.
3.
Il disturbo psichico rappresenta una reazione al disagio causato da una
patologia organica (ansia reattiva). Oggi si parla di psicooncologia,
psicogeriatria, di assistenza psicologica al paziente infartuato o affetto da
AIDS; in realtà si riscopre l'importanza di valutare le difese del soggetto di
fronte alla gestione di una patologia cronica, invalidante o che conduce alla
morte. La valutazione e la gestione degli aspetti psicologici reattivi ad una
patologia organica può contribuire alla migliore gestione della patologia
stessa; molti studi dimostrano che tale valutazione migliora il decorso della
patologia fisica, riduce ad esempio il tempo di degenza medio di un paziente
infartuato, favorisce l'adesione al programma terapeutico e l'adozione di
misure igieniche di vita, come avviene nel diabetico che oltre all'assunzione
regolare dei farmaci deve attenersi ad una particolare dieta o nell'infartuato
che deve assumere farmaci ed astenersi dal fumo di sigaretta.
La morte di una persona cara, un tracollo economico, una
crisi coniugale, una violenza come lo stupro, o
qualsiasi
esperienza che comporta un grave sconvolgimento della vita affettiva di un
soggetto possono avere un significato clinico manifestandosi come quadri ansiosi
che richiedono un intervento deciso da parte del
medico.
In
tali circostanze, in cui è privilegiato il ricorso al medico di famiglia, alla
guardia medica o al pronto soccorso, emerge in primo piano una profonda
sofferenza in relazione ad una perdita di sicurezza: l'individuo non riesce a
padroneggiare la realtà, è completamente disarmato di fronte ad un'esperienza
non tollerabile e vissuta con dolorosa impotenza.
L'
importanza di affrontare in modo adeguato queste circostanze, sia con interventi
farmacologici che psicoterapeutici, è importante per risolvere sia
l'emergenza, sia il cristallizzarsi della sintomatologia in quadri psichiatrici
cronici.
In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Si
capisce da quanto scrive il Prof. Pellegrino che si tenta di equiparare le
procedure mediche generali e le procedure cliniche in psicologia e psichiatria,
pur ammettendo frattanto che questa operazione in ambito della psicopatologia
non equivale all'ambito medico generale. Vediamo adesso la descrizione fatta dal
Prof. Pellegrino di alcune sindromi ansiose.

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Il
disturbo d' ansia generalizzato
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Considerato come una
categoria
residua fino a qualche anno fa, il Disturbo
d'Ansia Generalizzato (GAD) è entrato a pieno titolo
tra le patologie psichiatriche solo recentemente ed è caratterizzato dalla
presenza di ansia persistente ad andamento cronico. L'
attesa
apprensiva (tensione psichica, preoccupazione) con anticipazione pessimistica di
eventi disastrosi per sé o per i propri familiari rappresenta il sintomo
cardine del disturbo, a cui si accompagnano segni di tensione fisica,
iperattività neurovegetativa e disturbi cognitivi come scarsa concentrazione
e facile distraibilità.
I
pazienti affetti da questo disturbo appaiono cronicamente ansiosi ed apprensivi, versano in uno stato di
eccessiva preoccupazione
per le circostanze quotidiane che comporta una condizione di allarme ed
ipervigilanza tale da rendere la vita "impossibile": «Non posso più
accendere il televisore, si sentono tante brutte notizie, ho la sensazione che
possano capitare anche a me. Mi riesce difficile anche uscire, devo fare uno
sforzo notevole per non pensare a mio figlio che è a scuola, potrebbe succedergli qualcosa; sono terrorizzata ogni qualvolta sento la sirena di
un'ambulanza, penso che possa essere successo qualcosa di terribile ad un mio
familiare».
Il GAD è un disturbo di comune osservazione (le
stime per la prevalenza ad un anno variano dal 3 all'8%), soprattutto nella
medicina generale; è il disturbo che più frequentemente si associa ad un
altro disturbo mentale (è di particolare rilievo la comorbidità con i
disturbi dell'umore) e solo un terzo dei pazienti con GAD si rivolge allo
specialista. La componente somatica del disturbo motiva infatti i pazienti a
consultare il proprio medico di famiglia, l'internista, il cardiologo, lo
pneumologo, il gastroenterologo, e solo in ultima istanza lo specialista dei
disturbi psicologici.
Risultano tuttavia relativamente pochi i pazienti che accettano la diagnosi di
GAD ed un trattamento appropriato; è più frequente la ricerca di ulteriori e
sempre più numerosi consulti specialistici con frequente ricorso a strutture
sanitarie.
L'
età di esordio, indicata nella
fanciullezza e nell'adolescenza, è tuttavia difficile da definire con
esattezza in quanto la maggior parte dei pazienti ha la sensazione di "essere
stato sempre ansioso", riconoscendosi una particolare struttura di
personalità; non è comunque infrequente l'esordio dopo i 20 anni. Circa il
60% di coloro che soffrono di GAD sono donne.
Il decorso appare tendenzialmente cronico, con
andamento fluttuante e fasi alterne di riacutizzazione, soprattutto in
concomitanza con eventi stressanti.
Per poter fare diagnosi di GAD il DSM-IV ha
proposto alcuni criteri, che possiamo così riassumere:
1. Presenza
di ansia e preoccupazione eccessiva (attesa apprensiva), per almeno sei
mesi consecutivi, riguardo ad una quantità di eventi o di attività (come prestazioni lavorative o scolastiche). Il paziente è
incapace di
controllare tale preoccupazione e l'insieme dei sintomi causa un disagio
clinicamente significativo con compromissione della funzionalità sociale,
lavorativa, familiare, individuale.
2. All'ansia
e alla preoccupazione sono associati almeno tre dei seguenti sintomi (nei
bambini ne è sufficiente uno):
• irrequietezza, o sentirsi tesi e con i
nervi a fior di pelle;
• facile
affaticabilità;
• difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria;
• irritabilità;
• tensione muscolare;
• alterazioni del sonno (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, o sonno inquieto e
insoddisfacente).
Per
I'ICD-10, che definisce il disturbo come
Sindrome ansiosa generalizzata, i sintomi associati sono descritti più
dettagliatamente (Tabella 2 ), e per la diagnosi ne sono sufficienti
quattro, di cui uno deve rientrare nei primi quattro. Questa precisazione
conferma la eterogeneità dei quadri clinici con cui il GAD può manifestarsi
e la possibilità che lo stesso possa presentarsi in modo diverso nel corso
della vita di un soggetto.
Il momento della diagnosi deve quindi considerare
tali variabili e deve essere attento a differenziare il GAD da altre patologie;
inoltre, è importante sottolineare ancora una volta la possibilità che al
disturbo si associno frequentemente altri quadri clinici il cui riconoscimento
consente un trattamento adeguato.
La diagnosi
differenziale comprende tutte
le condizioni mediche che possono causare ansia. La richiesta di indagini
clinico-strumentali (in particolare esami ematochimici generali, comprensivi
di test per la funzionalità tiroidea ed un ECG) oltre che aiutare il clinico
nella definizione diagnostica, rappresentano elementi rassicuranti per il
paziente, soprattutto nella fase iniziale del disturbo. L' intossicazione da
caffeina, per l'elevato consumo di questa sostanza attraverso vari prodotti
alimentari (caffè, tè, cola, cacao, cioccolato), va sempre considerata.
Inoltre, poiché il GAD è frequentemente associato
a quadri depressivi, l' esame clinico deve essere particolarmente attento
all'individuazione di tali aspetti. In questi pazienti un umore triste, un
vissuto di scoraggiamento (dee di impotenza è quasi
sempre presente, è legato alla sofferenza psicologica che il GAD comporta e
migliora con la remissione dei sintomi
ansiosi. La presenza invece di un vero quadro depressivo, che ha certamente
un impatto negativo sulla prognosi, comporta l'adozione di misure terapeutiche
specifiche.
Un particolare stato d'ansietà e di
preoccupazione, soprattutto con polarizzazione sulle problematiche della vita quotidiana, può essere indicativo di una condizione iniziale di
deterioramento cognitivo. Il soggetto anziano può infatti reagire con ansia ai
primi segnali di deficit cognitivo in quanto, riscoprendosi meno efficiente e
attento, è portato a utilizzare meccanismi compensativi, come l'eccessiva
scrupolosità e il ricontrollare più volte quanto realizzato per paura di aver
sbagliato. Ciò determina una sensazione di incertezza, anche per compiti
banali, con incremento dell'ansia. E' vero anche il contrario: l'ansia,
diminuendo la capacità attentiva, può determinare la sensazione di avere
"dei vuoti di memoria". L' anamnesi negativa per precedenti episodi
ansiosi, l'esordio tardivo dei disturbi, l'assenza di eventi stressanti, la
presenza di una buona struttura di personalità, depone per un quadro organico e
indirizza il clinico verso la richiesta di esami specifici (TAC encefalo, RMN,
test neuropsicologici).
Infine, l'intima relazione del GAD con
alcune caratteristiche di personalità (insicurezza, scarsa autostima, docilità,
labilità emotiva, rigidità ... ) pone alcuni interrogativi che ci portano a
riflettere su alcune modalità comportamentali (Tabella 3) di frequente
osservazione che possono esprimere uno stato d'ansia latente il cui riconoscimento può aiutare a migliorare lo stile di vita di questi soggetti.
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In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Il disturbo di panico
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La ricorrenza degli attacchi di panico, che
di solito compaiono inaspettatamente, spontaneamente (a ciel sereno) e
non sono associati a situazioni specifiche, costituisce la caratteristica
principale del Disturbo di Panico (DAP), definito nell'ICD-10 come
"Sindrome da attacchi di panico o ansia episodica parossistica".
All'attacco di panico (Tabella 4), che
determina una significativa compromissione del comportamento, può associarsi o meno l'agorafobia e, ai fini della diagnosi, a almeno uno degli
attacchi deve seguire un mese (o più di persistenza di un eccessivo timore di
avere altri attacchi con le relative conseguenze.
Il
DAP, che può insorgere anche durante il
sonno o nel contesto di situazioni drammatiche (incidenti, morte di persone care
... ), è di frequente riscontro nella popolazione generale, i dati di
prevalenza in un anno sono tra l'1 % e il 2%; le donne sono da 2 a 3 volte più
colpite degli uomini e l'età media di esordio può collocarsi tra la tarda
adolescenza e i 35 anni.
Le manifestazioni fisiche del disturbo
inducono il paziente a rivolgersi al pronto soccorso o al proprio medico di
famiglia, con tendenza a richieste ripetute di indagini clinico-strumentali.
Studi recenti sottolineano inoltre la presenza di attacchi minori, con
manifestazioni cliniche oligosintomatiche e di minore intensità, come
vertigini, palpitazioni, vampate di caldo. Tali dati suggeriscono un approccio graduale al paziente, volto innanzitutto ad
escludere la presenza di
patologie organiche, perché sottostimando il sintomo ed etichettandolo subito
come
"psichico", il medico di base corre il rischio di non rivedere più il paziente che si
rivolgerà ad un altro medico. Secondariamente, si può valutare la possibilità
di una presa in carico del paziente gestita dal medico di famiglia, o l'invio
allo specialista dei disturbi psichici, psicologo clinico, psicoterapeuta o
psichiatra. In ogni caso, considerata, come vedremo, la presenza di diverse
patologie organiche in grado di simulare un attacco di panico, è sempre
buona norma valutare il paziente anche dal punto di vista fisico.
L'
evoluzione del DAP, anche se il decorso
appare tendenzialmente cronico, è variabile ed è possibile che si associno
altre connotazioni cliniche che possiamo così riassumere:
- sviluppo di una condizione di ansia anticipatoria:
il paziente vive nel timore che le crisi possano ripetersi e presenta uno
stato di continua apprensione anche di notevole intensità;
- l'associazione di alcuni luoghi o
situazioni con la possibilità che si verifichi un attacco di panico comporta
l'adozione di condotte di evitamento. Tali luoghi o situazioni saranno
sistematicamente evitati e nulla potrà rassicurare il paziente;
-il soggetto appare
sempre più preoccupato e potrebbe temere (elaborazione ipocondriaca) di
avere "una brutta malattia" che non si riesce a comprendere; in tal modo
aumentano le richieste di intervento del medico;
-è frequente
l'insorgere di vissuti di tristezza e scoraggiamento (demoralizzazione
secondaria), con sentimenti di colpa e inadeguatezza rispetto al futuro quando ci si rende conto di essere fortemente condizionati e non più in grado
di realizzare i propri progetti.
Al DAP
risultano frequentemente associati altri disturbi d'ansia, come la fobia sociale e
la fobia specifica, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo d'ansia generalizzato, i disturbi da abuso di sostanze, come l'abuso
di alcolici e di farmaci la
cui assunzione avviene a scopo autoterapeutico, e i disturbi dell'umore, in
particolare depressione che può manifestarsi in oltre il 65% d soggetti con DAP
con un serio aumento del rischio suicidiario.
La diagnosi
precoce del disturbo, l'instaurazione di un corretto programma terapeutico, il
riconoscimento d quadri psicopatologici associati, migliorano notevolmente la
prognosi e consente di ottenere buoni risultati.
Criteri
per disturbo di panico nelle seguenti tabelle:
DSM-IV
Ed.Masson
Criteri
per l'attacco di panico, nella seguente tabella:
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Tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Seguono degli esempi di
disturbo e attacchi di panico:
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«Ero in discoteca, una serata come le altre, lo
ricordo come se fosse successo ieri, benché siano trascorsi quasi quattro anni.
Mi sentii soffocare, ebbi la sensazione di morire, il mio corpo era congelato,
sentivo il sangue salirmi alla testa. Mi sembrava di impazzire. Fui portata
all'ospedale e da allora non vado più in discoteca, evito i luoghi affollati e
la mia vita è profondamente cambiata, vivo con l'angoscia che il panico si
ripresenti, ho perso la mia libertà».
Amelia, 21 anni, studentessa universitaria,
descrive così la sua esperienza del primo attacco di panico; ora chiede un
sostegno psicologico ed una terapia: «non posso continuare a vivere in questa
condizione, sono giovane e non voglio rinunciare a vivere libera».
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In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Agorafobia |
L'agorafobia, la più disabilitante delle
fobie, è la paura di ritrovarsi soli (nell'impossibilità di essere soccorsi, di
poter fuggire in caso di panico) in luoghi pubblici, come una piazza, un supermarket o una discoteca; essa
limita in modo considerevole l'autonomia dei paziente che per ogni
spostamento, anche semplicemente per uscire di casa, chiede la presenza di un
accompagnatore, come nel caso di Alessia, una giovane studentessa che lasciava
la propria abitazione esclusivamente accompagnata dalla madre, che le dava
"sicurezza e protezione".
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In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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DSM-IV
Ed. Masson
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FOBIE |
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Più comuni di quanto fino ad oggi si potesse immaginare, i disturbi fobici rappresentano quadri clinici in cui l'elemento centrale è costituito da un timore
patologico o
da una paura immotivata di venire a contatto
con un
oggetto o con particolari situazioni (fobia specifica), o ancora, con situazioni
sociali o prestazionali che possono creare imbarazzo (fobia sociale).
Si tratta di
timori infondati, di una paura irrazionale e assurda, che il paziente pur
rendendosene conto non riesce a superare; l'angoscia può essere tale da causare
un evitamento di oggetti o situazioni e da compromettere, in alcune circostanze
in modo grave, il funzionamento globale del soggetto.
Le Fobie
Specifiche (FS) di più frequente riscontro riguardano animali o insetti,
altezze, sangue, ferite, acqua, buio, aghi, alimenti, temporali, l'utilizzo di
mezzi pubblici, ascensori, ponti, luoghi chiusi; è nota inoltre la "fobia
dello spazio" in cui si ha paura di cadere se si è lontani da muri o altri
supporti e, nei bambini, la paura dei rumori forti o dei personaggi in maschera.
La prevalenza
della FS è più frequente nelle donne -
stimata dal 3 all'8%,
ma solo in una piccola percentuale di casi il disturbo raggiunge livelli di
gravità tale da richiedere l'intervento dello specialista; è tuttavia frequente il riscontro della FS
all'anamnesi in soggetti che consultano lo
specialista per altri disturbi d'ansia.
Nella maggior
parte dei casi, il paziente convive con il disturbo, evitando le situazioni
ansiogene e senza compromettere la propria performance: si può comunque
viaggiare evitando di prendere l'aereo o vivere evitando il contatto con gli
animali, come nel caso di Sabrina che evitava sistematicamente di andare a casa
di alcuni suoi cari amici perché avevano un gatto, trovando di volta in volta
una scusa plausibile per non rendere visibile il proprio disagio, oppure di
Giovanni che, per non prendere l'ascensore, era costretto ad utilizzare le
scale, pur abitando al sesto piano.
Nella pratica
clinica può essere utile ricordare la fobia per gli alimenti associata alla
avversione per alcuni cibi (pesce, carni, spaghetti ... ), la cui presenza può
determinare nausea e conati di vomito, o associata alla ipereccitabilità
del normale riflesso faringeo. In questo caso può essere presente una notevole
difficoltà o impossibilità di deglutire cibi solidi: i soggetti non tollerano
lo spazzolino da denti, la camicia abbottonata, la cravatta o l'assunzione
di compresse, capsule, confetti, preferendo ad esempio fastidiosi cicli di
terapia parenterale.

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FOBIA
SOCIALE |
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La fobia
sociale o Disturbo da Ansia (DAS) rappresenta un disturbo
altrettanto frequente e certamente più invalidante; insorge mediaMente in
un'età compresa tra i 15 e i 20 anni ed è caratterizzata da una ingiustificato
ed eccessiva valutazione del giudizio degli altri con conseguente disagio
nelle relazioni sociali, incapacità o impossibilità di controllare le
proprie reazioni emotive in molte situazioni o prestazioni (Tabella 5 )
tale da indurre la comparsa di sintomi dello spettro ansioso. Il soggetto ha
paura di essere al centro dell'attenzione, di comportarsi in modo
imbarazzante o umiliante ed è portato ad evitare tutte le situazioni
ritenute ansiogene con conseguente inibizione e riduzione dei contatti
sociali, fino a compromettere in modo stabile - cronicizzazione del disturbo -
il rendimento familiare, lavorativo e sociale.
Le paure
possono arrivare a riguardare la maggior parte delle situazioni sociali (fobia
sociale generalizzata).
Il ricorso
allo specialista avviene (essendo un disturbo sottostimato) dopo molti anni
dalla comparsa dei primi sintomi e in concomitanza
della comparsa di complicanze (abuso di alcolici) o di altri eventi
psicopatologici (attacchi d panico, episodi depressivi
... ). Ciò non è più giustificato, anche in considerazione delle recenti
acquisizioni terapeutiche sia psicofarmacologiche che psicoterapeutiche.

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DISTURBO
OSSESSIVO
- COMPULSIVO
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Il DOC ha una prevalenza annua
dell'1,5-2,1%, con la comparsa dei sintomi di solito in età giovanile (nella
maggior parte dei casi prima dei 25 anni), con un decorso tendenzialmente
cronico che per il 15% dei soggetti comporta una progressiva e grave
compromissione della funzionalità familiare e sociale. L'esordio precoce ed
insidioso, un decorso ingravescente, una familiarità del disturbo, la concomitante presenza di un disturbo di personalità e una scarsa adesione al
trattamento sono tutti fattori che influenzano negativamente l'evoluzione del
DOC. Dal punto di vista clinico la caratteristica fondamentale è legata
all'ossessione (o anancasmo), definita come un'idea, un pensiero, un impulso, un'immagine,
che irrompono nella mente di un soggetto, nonostante gli sforzi per
contrastarle, senza alcuna logica o giustificazione, contro la sua volontà,
come
estranee e angoscianti. L'ossessione domina il campo del- la coscienza, persiste
senza motivo, tende a ripetersi, diventando per il soggetto un motivo di
profonda sofferenza in quanto incapace di "dirigere il proprio
pensiero".
Le ossessioni (Tabella 6) possono avere
diverse caratteristiche che variano nei singoli casi clinici. Accanto a
ossessioni troviamo la compulsione che rappresenta vissuto di
costrizione, di obbligo ad agire, a comportarsi in un certo modo: si tratta di
comportamenti (lavarsi mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (pregare,
contare, ripetere parole ... ) che il paziente è costretto a compiere in
maniera ripetuta e formalistica (i cosiddetti cerimoniali o rituali), per
mitigare la propria angoscia, allontanare le ossessioni e scongiurare il peggio,
pur conoscendone l'assurdità, come ci racconta Daniela che da alcuni anni - ora
ne ha 18 - soffre di DOC:
«Ogni
sera devo sistemare i vestiti in un certo modo, le scarpe devono andare al posto
giusto e tutto nella mia camera deve essere al proprio posto, anche i libri, che
non posso lasciare aperti sul tavolo. Devo controllare, ricontrollare tutto,
riaprire i cassetti e l'armadio e risistemare ogni cosa. Solo cosi facendo posso
andare a letto».
Vediamo
altri esempi:
Rita ha 45 anni e la sua vita è, un inferno, vive
ossessionata dall'idea di poter contrarre una malattia infettiva (ossessione) e trascorre le notti in bagno a lavarsi le
maNI (compulsione) nel
tentativo di mitigare la profonda angoscia legata all'ossessione. Consuma litri
di alcool e le mani portano i segni evidenti di questi rituali: «La mia
vita è un rituale continuo, non ho la forza per contrastare le mie ossessioni».
Sposata, con due figli, Rita combatte ogni giorno contro questa forza intrusiva
che limita la sua libertà di pensare e di agire.
Per Antonio, stimato notaio di un piccolo centro
cittadino, le ossessioni riguardano invece l'idea che il suo studio possa
incendiarsi ed ogni sera, alla chiusura, è costretto a controllare e
ricontrollare se tutto è in ordine, se ha staccato la corrente o se vi sono in
giro sigarette accese lasciate da qualche cliente. Il rituale dura non meno di
tre ore e condiziona in modo considerevole la sua vita: «Non posso accettare
nessun invito a cena, sono vittima e schiavo della mia mente, delle mie
ossessioni». Così descritto il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è un
disturbo altamente
invalidante di cui oggi si comincia ad avere una maggiore considerazione anche al
di fuori dell'ambito specialistico. Ciò consente una precoce identificazione e l'invio allo
specialista per un trattamento specifico.
La
presenza di tratti ossessivi di personalità è molto frequente nella
popolazione generale, le piccole ossessioni risultano di comune riscontro e
possono aiutare i soggetti ad essere più precisi nei loro compiti; tra questi
possono esservi soggetti con DOC che riescono a convivere con i propri disturbi
e a conservare un discreto equilibrio.
Una
maggiore attenzione da parte del medico non specialista, può contribuire a
trattare precocemente il DOC. E' infatti noto che questi pazienti arrivano allo
specialista dopo molti anni dall'esordio del quadro clinico, ed alcuni dopo
essersi rivolti ad altre categorie di specialisti, diversi dallo psicologo
clinico o dallo psichiatra, o al proprio medico di famiglia per chiedere
consiglio e aiuto per alcune conseguenze del DOC":
•
le mani screpolate dai rituali di pulizia inducono i pazienti a consultare un
dermatologo o le lesioni gengivali da eccessiva pulitura dei denti, il dentista;
•
alcuni genitori si rivolgono al pediatra perché il comportamento del figlio (di
solito un'eccessiva pulizia) sembra strano;
•
un infettivologo può essere consultato nel timore di aver contratto l'AIDS;
•
al medico di famiglia possono essere riferiti comportamenti indicativi di un
DOC: permanenza in bagno per ore intere, eccessivo consumo di carta igienica,
ripetuti rituali (entrare e uscire da una porta, salire e scendere da una
sedia), eccessiva scrupolosità.
«Mio
figlio impiega
giornate intere per ricontrollare gli esercizi svolti»
O
estrema lentezza nel compiere alcuni atti come mangiare o radersi.
Il
DOC è frequentemente associato ad altre patologie, come i disturbi dello
spettro ansioso e i disturbi dell'umore che vanno riconosciuti e trattati.
In
particolare è nota la frequente concomitanza di un quadro depressivo, che va
distinto dalla semplice demoralizzazione o scoraggiamento per la sofferenza
derivante dal disturbo.
L'osservazione
clinica indica che la depressione può iniziare e svilupparsi prima, durante o
dopo l'insorgenza del DOC, ma i rapporti tra le due patologie non sono chiari e
a tutt'oggi risultano oggetto di studio. In ogni caso la copresenza di un quadro
depressivo sembra determinare una maggiore gravità della sintomatologia con un
impatto negativo sul piano della prognosi.
L'
interesse degli studiosi è anche rivolto allo studio del cosiddetto
"spettro dei disturbi ossessivi-compulsivi", un concetto recentemente
introdotto sulla base di caratteristiche comuni sul piano clinico, biologico e
terapeutico di alcuni disturbi che ha già dato importanti risvolti sul piano
clinico-terapeutico.
Essi possono essere distinti in tre gruppi:
a.
presenza di una marcata preoccupazione relativa all'aspetto fisico.
Rientrano in questo gruppo la di- smorfofobia, l'ipocondria, l'anoressia, la
bulimia, il disturbo da alimentazione incontrollata;
b.
sono rappresentati disturbi in cui prevale una condizione di impulsività:
il gioco d'azzardo, lo shopping compulsivo (oniomania), le compulsioni sessuali
(come la masturbazione compulsiva o la pedofilia), la cleptomania, la piromania,
la tricotillomania, l'onicofagia, i disturbi da dipendenza da alcool, nicotina o
sostanze psicoattive;
c.
è presente un disturbo neurologico con caratteristiche compulsive:
l'autismo, la sindrome di La Tourette, la corea di Sydenham,
alcune forme di epilessia, il torcicollo.
La
conoscenza di queste problematiche aiuta anche il medico di famiglia ad
individuare situazioni cliniche complesse ed ad identificare alcune condizioni,
come il
gioco d'azzardo, non ritenute comunemente patologiche, nell'intento di attuare
specifici trattamenti, ora possibili grazie a questi studi, in collaborazione
con lo specialista.
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In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete
Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino
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Le
basi
dell'ansia e la personalità
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Con molta probabilità esiste alla base di ciascun
individuo una predisposizione biologica a sviluppare una condizione di disturbo
psicologico. In realtà qualsiasi disturbo, sia fisico
che psichico, è intimamente connesso alla struttura di personalità la cui
valutazione è di fondamentale importanza nella pratica clinica.
Molti tentativi sono stati fatti per
cercare di associare alcune strutture di personalità a specifiche patologie,
sia in medicina che in psichiatria.
Ricordiamo gli studi di Meyer Friednam e
Ray Rosen man, due cardiologi californiani, che osservando l'atteggiamento dei
loro pazienti nella sala di attesa (..sull'orlo della sedia, incapaci di
attendere, irrequieti ... ) hanno descritto "la malattia della
fretta" che in seguito hanno etichettato come "personalità di tipo
A", riconosciuta successivamente da molti autori come fattore di rischio
indipendente per la patologia cardiaca: «Si tratta di soggetti coinvolti in
modo aggressivo in una lotta cronica e incessante per ottenere un numero
illimitato di cose nel più breve tempo possibile e, se necessario, contro gli
sforzi opposti da altre persone dello stesso ambiente». Descritti come ambiziosi, determinati, autodisciplinati,
dediti à lavoro e propensi ad assumersi ogni responsabilità, consapevoli dei
loro obiettivi e motivati a raggiungerli i qualsiasi costo, sono soggetti
rivolti al futuro e al successo, con una immagine idealizzata di sé e
capaci di sopprimere ogni emozione utilizzando la propria aggressività pur di raggiungere gratificazioni professionali elevate.
Altri studi rilevano anche nei pazienti affetti da
patologie tumorali alcune caratteristiche comuni (che hanno portato a definire
l'esistenza di una personalità di tipo C - ), una
costellazione di tratti psicologici che esporrebbe al rischio di cancro: si tratta
di persone tranquille, pazienti, passive, meticolose, rinunciatarie,
accondiscendenti, sincere, tendenzialmente tristi e portate a reprimere la rabbia
e l'aggressività.
Analoghi studi condotti in ambito più
strettamente psichiatrico, hanno evidenziato la frequente associazione dei disturbi d'ansia con specifiche strutture di personalità; è
infatti un
dato di comune osservazione che in oltre l'86% d pazienti psichiatrici viene
riscontrato un disturbo di personalità o la presenza di tratti di personalità
che comunque compromettono la funzionalità del soggetto (Tabella 8).
Queste
considerazioni possono avere dei significati utilizzare nella pratica clinica:
-
la personalità può rappresentare un terreno di vulnerabilità psicologica che favorisce, in determinate
condizioni, lo
sviluppo di una patologia psichica;
- la
struttura di personalità ha importanti implicazioni nel decorso di qualsiasi
evento morboso;
- alcune strutture di personalità pongono seri
limiti al trattamento sia in ambito medico che psichiatrico.
Naturalmente non possiamo trarre delle conclusioni
su questo argomento, il cui dibattito è in pieno svolgimento. Ciò che possiamo
affermare con certezza è che qualsiasi programma terapeutico non può
prescindere dalla conoscenza della personalità del soggetto e che
l'intervento sulla sua struttura di personalità costituisce una acquisizione
scientifica da tenere in debita considerazione.
Alcuni esempi ci aiutano comprendere i risvolti
clinici di queste osservazioni:
Andrea è un noto
avvocato, è sposato ed ha due figli. Una carriera brillante, a 38 anni può
vantare una vasta clientela e quattro collaboratori; lavora moltissimo e non ha
pause:
«Il sabato e la
domenica li occupo per studiare le cause che devo affrontare in settimana, e non
mi resta mai un po' di tempo libero. Sono anni che non entro in un negozio di
vestiti; ho un amico che ha i miei gusti e la mia taglia e quindi sceglie per me».
Ho già avuto in cura la moglie, per due episodi di panico, ora sta bene; però
ha rinunciato alle attenzioni del marito, ha cercato altri interessi e si occupa
a tempo pieno dei figli. Andrea, che da anni soffre di colon irritabile, da
diversi mesi lamenta "un forte bruciore alle mani e una sudorazione
profusa, con sensazioni di instabilità".
Il suo
stile di vita, la sua totale incapacità a comprendere il significato del
disagio psichico e a collegarlo alla vita di tutti i giorni, rende difficile
qualsiasi approccio terapeutico.
Alessandro lavora
in banca, ha 25 anni e da oltre quattro anni è in trattamento psicoterapeutico per disturbi legati all'ansia, insorti durante il servizio
militare. Il lavoro lo affatica molto, non lo gratifica, e sta cercando di
portare a termine gli studi universitari - è iscritto ad economia e commercio -
per ampliare le possibilità di trovare un lavoro più gratificante. E' fidanzato
ed il rapporto è caratterizzato da frequenti litigi, proprio a causa del suo
star male: «Sul lavoro non riesco a concentrarmi, mi ritrovo sempre a pensare
a cosa può succedermi da un momento all'altro, sono in uno stato di continua
tensione con il cuore che mi batte in gola ed il sangue che si gela nelle vene.
Non mi concentro, mi distraggo facilmente e ho un senso di profusa stanchezza».
Lo stato d'ansia
di | |