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L'anoressia è stato definito il problema
psichiatrico degli anni '80. Un male alla moda, "mitizzato, che attraverso
il linguaggio delle diete e dell'immagine esprime un disagio interiore
intollerabile su tematiche d'identità femminile. Quasi tutti gli studiosi oggi
concordano sulla base sociale e culturale oltre che intrapsichica dei disturbi
dell'alimentazione (1). L'anoressia è frequente tra le donne più che tra gli
uomini e tra le adolescenti di buona famiglia, di razza bianca. Tuttavia
l'ampliarsi del fenomeno nell'ultimo decennio a categorie prima escluse ha
portato nuovi elementi interpretativi, quali la manipolazione del desiderio
attraverso i mezzi di comunicazione e l'autoregolazione in società
consumistiche. Tra i criteri di diagnosi forniti dalla America Psychiatric
Association essenziali sono il rifiuto di mantenere il peso corporeo al
di sopra della soglia minima prevista dall'età e dall'altezza, il terrore di
diventare grassa, l'immagine corporea distorta, l'amenorrea. Questo male tuttavia
esisteva prima ancora di essere definito attraverso categorie mediche, come ci
hanno mostrato gli studi di Bell (2) e quelli più recenti di Vandereycken e Van
Deth (3). Senza soluzione di continuità vengono individuati comportamenti
anoressici in alcune note sante del Medioevo, nelle digiunatrici o
"fanciulle miracolose" dal XVI al XIX sec., negli "artisti del
digiuno" e negli "scheletri" viventi alla fine del XIX sec.
quando l'astinenza prodigiosa si trasforma in malattia. Vediamo il digiuno
perdere via via i suoi connotati religiosi per diventare una forma di spettacolo
(scheletri viventi) o di protesta politica (Gandhi). E questo ci induce a
riflettere sulla struttura profonda e di lunga durata di questo linguaggio del corpo
che utilizza il digiuno in contesti storici e culturali diversi.
Nella
concezione cristiana il corpo non ha autonomia, ma è in relazione dialettica
con l'anima. In modo ambivalente rappresenta la sede privilegiata del peccato
e la possibilità di salvezza. "Prigione dell'anima" e "male
necessario" è centrale nel mito di fondazione del cristianesimo:
attraverso il corpo di Cristo l'umanità viene redenta. Attraverso la disciplina
del
corpo, che esprime i moti interni, l'anima si può elevare a Dio. Norme
medioevali rivolte alle donne controllavano ogni movimento del loro corpo,
in privato e ancora di più in pubblico: modestia nei gesti, moderazione negli
ornamenti e sobrietà nell'uso dei cibi e bevande. Prescrizioni alimentari sono
presenti sia nella letteratura religiosa che
in quella laica: evitare cibo e vino eccessivi, le pietanze troppo calde
e troppo speziate, che potessero eccitare il corpo della donna fino al
punto di accendere in lei una "irrefrenabile lussuria" (4). Norme e
pratiche che diventavano più insistenti e vincolanti per le religiose e le
vedove, fino a spingersi alla pratica del digiuno. Norme che stabiliscono
minuziosamente quando, quanto e come mangiare e digiunare e che assumono
una valenza ascetica sempre più forte. Si comprende così come si sia formato
il modello culturale delle sante anoressiche analizzato da Bell (2). Donne che
attraverso eroici digiuni superavano un senso acuto di
insicurezza e inadeguatezza, conquistando una indipendenza morale e
spirituale. Le loro vite, sia pure con i limiti di una documentazione
agiografica, hanno molte caratteristiche in comune. Giovani adolescenti
considerate "speciali" dalle madri, educate religiosamente, con
una forte personalità che entra in conflitto con il potere patriarcale, al
quale si ribellano entrando in guerra con il loro corpo. Provengono
inoltre da famiglie benestanti, circostanza che rendeva molto improbabile una
denutrizione involontaria. Affamandosi esasperavano fino a rovesciarle di
significato norme di comportamento previste per loro. Pur arrivando
alcune alla morte, come atto supremo di ribellione alla vita, queste donne si
mantenevano
però all'interno di un linguaggio che la società aveva elaborato: il
dominio del corpo attraverso la negazione dei piaceri. Diverso era invece nel
Medioevo l'esito delle funamboliche astinenze del fondatore dei Canialdolesi
San Romualdo e del monaco Pariso da Bologna, che morirono ultracentenari. li
"maligno cibo" minacciava il difficile equilibrio umorale del
corpo. Tuttavia l'accorto dosaggio dietetico era mirabilmente
sintonizzato coi bioritmi vitali, rallentati dopo il solstizio d'inverno,
accelerati dopo quello d'estate. La cucina degli uomini di Dio era rappresentata
da pane, pappe, zuppe, verdure, scarsi condimenti. La carne pericolosa e
bestiale non entrava nei monasteri. Secondo S. Bernardo "eccita la tiroide
e provoca agitazione del corpo". Al convento, territorio d'immunità
permanente, si opponeva l'esterno, l'inferno calorico, il caos dietetico, la
moltitudine variopinta degli alimenti, lo squilibrio degli umori (5). Anche
per loro l'astinenza dal cibo coincideva con la continenza sessuale. Gli altri
temevano e ammiravano questo radicale ascetismo, misterioso e ambivalente
negli esiti. Mortale per alcune sante, elisir di lunga vita per i monaci, in un
periodo storico nel quale la durata media della vita era molto bassa. L'utopia
del "vivere senza mangiare" e del controllo della sessualità
attraverso il cibo si sviluppa come modello culturale ambivalente, nel quale gli
aspetti positivi del controllo corporeo confinavano e sconfinavano nei territori proibiti e pericolosi
dell'autoaffermazione, della ribellione,
della sfida. Meno note e documentate sono invece le storie di giovani contadine che imitavano il modello culturale delle sante più famose. Escluse
dalla santità per la loro subalternità sociale e culturale, non protette da un
ordine monastico, le loro pratiche ascetiche, pur condividendo lo stesso orizzonte
culturale religioso delle sante, furono considerate dall'Inquisizione della
Controriforma frutto di inganno o di illusione diabolica. Tuttavia queste costituivano un modello che circolava e veniva reinterpretato attraverso la
griglia della cultura orale tradizionale. Ciò che per le sante ufficiali rimaneva all'interno del territorio protetto del convento e controllato dai
confessori e padri spirituali veniva invece socializzato da queste giovani
contadine, diventando oggetto di
culto. Non solo la loro condizione economica cambiava così radicalmente, ma soprattutto il loro status sociale all'interno della comunità. Tutti
nella Valcamonica del 1642 si raccomandavano alle orazioni di Caterina, che per
12 anni non si era cibata d'altro che dei SS. Sacramenti; 20 anni dopo le
strade di Zorzo ne, un paesino del bergamasco si riempiono di gente, che porta
soldi e doni per farsi guarire da Maria Janis, che da 5 anni si nutre
solo dell'ostia consacrata. E infine ad Alfia nello, nella vicina provincia
bresciana, nel 1729 molti correvano per le miracolose stimmate della giovane
Lucrezia, che già dall'età di 5 anni digiuna per tre giorni alla settimana
(6). Desiderio di affermazione, sfida e ribellione rispetto a norme sociali, che
condannavano al silenzio della non esistenza le donne e ancora di più quelle
povere, alle quali non era possibile accedere in nessun modo a forme di
conoscenza "alte", a volte concesse alle fanciulle di buona famiglia. Eppure trapelano, attraverso gli scarsi resoconti dei processi
istituiti per condannarle, le aspirazioni di Lucrezia che alla domanda se sapesse
leggere risponde: "Beata me se sapessi leggere" o quelle di Maria, che
"Dopo esser stata per alcun tempo sottoposta totalmente alla volontà di
Dio, mi passò una volta per il core che non dovessi più mangiare, né
bevere perché era un pelago d'infinito amore". Ma questi desideri, quando riuscivano ad emergere, venivano ancora più bollati come trasgressivi
rispetto all'ordine sociale. Chiarisce padre Randini a proposito
della stigmatizzata d'Alfianello: "Con le sue straordinarie penitenze
Lucrezia ha ruinato il suo corpo maltrattandolo con eccesso e quello che più
importa si è resa quasi impotente a quei lavorieri, ai quali Dio facendola
nascere contadina l'aveva destinata". Queste esperienze di misticismo
popolare sono collocate in un orizzonte culturale specifico che si differenzia
dalla categoria eterogenea e indifferenziata delle fanciulle miracolose"
citate da Vandereycken e Van Deth soprattutto in Europa. Un altro dato che
sembra caratterizzare almeno alcuni di questi casi dei XIX secolo, è
l'attribuire la sopravvivenza di chi digiunava a doti straordinarie, senza
l'interferenza di poteri soprannaturali. li digiuno diventava così un
territorio controllato dalla medicina e dalla scienza e non più dalla Chiesa.
D'altra parte nel XVII sec. la Chiesa della Controriforma aveva già cominciato
a interpretare i digiuni delle sante come demoniaci e insani. Per un certo
periodo storico la cultura dominante aveva riconosciuto il potere misterioso
di ciò che sfuggiva alla propria razionalità. Il modello culturale di
controllo della sessualità attraverso il controllo del cibo elaborato dagli
ordini monastici medioevali (Camaldolesi, Benedettini) era però sfuggito di
mano, rivelando pericolosi aspetti di evasione. Nella sua nuova strategia di
controllo più che di repressione dei comportamenti la Chiesa utilizza
i sintomi della possessione per segnalare e regolamentare l'ordine
e il disordine nella società. Tra i valori della moderazione e dell'equilbrio fisico, psichico e sociale un posto particolare è occupato dal cibo.
La bocca è una porta metaforica che mette in comunicazione l'interno del
corpo con l'esterno. Il cibo attraversa la frontiera tra l'uomo e l'ambiente
e per questo motivo è importante controllarlo. Candido Brognolo, vicario del
S.Uffizio nella diocesi di Bergamo, scrive nel Manuale exorcistarum ac
parochorum (1651) che è segno certo di possessione essere
tormentato da una "fame canina aut lupina" e mangiare una gran quantità
di cibo pur essendo sano. Segno grave è quando i fanciulli e le fanciulle, che
erano pingui ed alacri, senza causa apparente di male, non solo non
crescono, ma si consumano, benché mangino e bevano non solo secondo il
solito, ma in maggiore quantità; anche i lattanti che non si saziano mai,
nonostante siano allattati da più nutrici. Quando oltre sette o nove giorni
il paziente non mangia niente, o poco, e tuttavia è forte e pingue come
prima; quando arde di veementissima sete, né tuttavia può bere acqua o vino;
quando qualcuno sembra morire di fame, né tuttavia può gustare alcun cibo,
anzi fugge e aborrisce ogni cosa commestibile. Meno grave è divorare incessantemente cose crude senza ottenere
sazietà, quando si mangia "bestialiter"
in gran quantità contro le proprie abitudini o si mangia con difficoltà così da rendere necessario l'essere imboccato. Tra i segni probabili quando
senza malattia non si possa mangiare o ritenere cibo, quando si sente un bolo
perenne nello stomaco, che sale alla gola e sembra soffocare,
quando si rigettano capelli, aghi, chiodi; meno grave invece è ingrassare in
alcune parti del corpo. Ci si trova di fronte a disturbi culturalmente
condizionati, come dimostrano le parole dell'indemoniata Giovanna nel 1665:
"Alle volte pigliavo delle manate di pasta per vedere se mi facevano lo
stesso effetto, ma io le digerivo benissimo né mi tornavano indietro come
faceva la comunione quando io mi comunicavo" (7). Si tratta di disturbi
relativi all'alimentazione, che in gran parte possono far parte dei
quadri clinici dell'anoressia e della bulimia, ma che sono collocati in un
orizzonte di senso che supera il nostro concetto di malattia. Il morso
simbolico della taranta non coincide con il morso reale del ragno, pur essendo
modellato sui sintomi fisici dei latrodectismo (6). Disordine fisico
equivale a disordine sociale ed è quindi condannato dalla Chiesa. li filo che
unisce queste esperienze sono le tecniche di controllo del corpo, che si costituiscono come saperi specialistici, utilizzati con modalità e fini
diversi, connotati però da un comune atteggiamento di sfida.
Adolio
di Tarso per la sua straordinaria capacità di astinenza dal cibo e dal sonno
fu sospettato di non essere un uomo, ma un'apparizione. Questa mi sembra
un'osservazione importante, comune a queste esperienze: cancellare ogni
traccia d'umanità e carnalità fino ad arrivare ad una condizione larvale, come quella di fantasmi. Esseri al confine tra il mondo dei vivi e quello
dei morti, in una condizione di marginalità fisica e sociale. Liminali sono i
bambini, le donne, i folli, i fantasmi. Esseri incompiuti, indefiniti, che non
stanno né da una parte né dall'altra, occupando uno spazio intermedio rispetto
ai ruoli assegnati. Nelle società tradizionali riti di passaggio
guidano l'individuo da una condizione all'altra, ma ci sono casi nei quali
lo stato di margine diventa una condizione permanente. Liminali sono le
anoressiche, donne e adolescenti che segnalano attraverso i loro
corpi in "disordine" la marginalità sociale da loro sperimentata. Sono corpi che esprimono un disagio rispetto alle norme e ai simboli che li
controllano. Capire questo disagio vuol dire decifrare i valori e i simboli
dei quali il corpo è caricato, che variano nei diversi contesti culturali e
sociali. Pur non potendo parlare di simboli di valore universale è però
possibile riferirsi all'espressione della Dougias "simboli
naturali", nel senso che si riferiscono a condizioni proprie a tutta la
specie umana (8). Forte è il fascino dei digiuno, il profondo senso di
eccitazione, di purezza e di potere spirituale; come una droga il digiuno
produce insonnia, visioni, allucinazioni. Quelli delle anoressiche sono corpi
leggeri, che si sono liberati dai peso della carne e "volano" tra
l'essere e il non essere, sfidando limiti, esplorando nuove forme di stare al
mondo. Vi occupano per ora lo spazio angusto del loro corpo magro,
ridotto al minimo, un non-luogo dove sono rifugiate. Spiegazioni dei medici
del tempo (XVI, XVIII sec.) cercano di individuare nel digiuno cause naturali,
che il corpo cioè fosse nutrito da fluidi corporei di tipo malinconico, dalla
secrezione di muco nello stomaco dovuto al tabacco, dal flusso mestruale
trattenuto, dagli elementi nutritivi presenti nell'aria. Vivere d'aria è la
metafora, profondamente radicata nell'antichità, che esprime meglio la
leggerezza di chi vuol essere in armonia con l'universo. L'esistere è vita.
Il soffio del respiro nutre un corpo
trasparente. La liminalità è una energia in movimento instabile e indefinibile, che libera desideri, speranze,
fantasie. E' uno spazio creativo che si crea tra la persona e il ruolo, nel
quale si può seguire il corso dei propri pensieri, prestando piena
attenzione alla propria condizione esistenziale (9). Un mondo nuovo
tutto da comprendere, che si oppone ai valori dominanti della società, ma non
si esaurisce nella sfida. Questo è un aspetto positivo che non va
sottovalutato. Tuttavia l'anoressica oltre a sognare soffre. La sua leggerezza
può diventare "insostenibile" e spesso la conduce alla
morte.
Nella
nostra società
occidentale fondata sul consumo, il dolore, la malattia, la morte sono
eventi rimossi (10). La dimensione scientifico tecnologica costituisce oggi
l'orizzonte entro cui la realtà del mondo viene compresa. Il dolore può e deve
essere affrontato come dominabile, attraverso la tecnica che consente la
delega e favorisce la fuga. Tuttavia il dolore dà scacco alla tecnica.
L'uomo moderno percepisce il rumore di fondo della sofferenza, anche se essa
è tolta dalla scena e occultata, sotto forma
d'inquietudine e d'ansia. Il dolore è celato o spettacolarizzato,
perché rappresentandolo lo allontaniamo da noi. Il pudore ci rende composti e civili, la
sofferenza non ci fa stare al ritmo della vita. E nonostante l'aiuto della
tecnica il dolore resta nella nostra vita e domanda un senso. Nelle
società tradizionali esiste un linguaggio rituale che attraverso credenze e
cerimonie protegge l'individuo. L'esperienza del dolore, come quella della
malattia e della morte lo espone infatti al pericolo radicale della perdita
del sé. E' la "crisi della presenza" della quale ha parlato De
Martino (1 1), che si configura come un essere-agito~da, che riduce l'autonomia
della persona, non più centro di
decisione e di scelta. Bruch (12, 13), di formazione psicoanalitica, dopo
aver lavorato per 30 anni con pazienti anoressiche, aveva sviluppato nei suoi
studi pioneristici anche il concetto di "senso incompleto del sé e di
incapacità di riconoscere gli stati interni". La sensazione cioè
di essere un "nulla", di percepire le proprie azioni, pensieri,
sentimenti come riflesso passivo di richieste esterne (12). Pur essendo però
il dolore un rischio è un'esperienza che sottolinea l'individualità di una
persona. Nessuno è sostituibile in queste situazioni di pericolo, che in
modo ambivalente minacciano e affermano l'esistenza. Nello stesso tempo
il dolore ha anche una dimensione universale e quindi sociale senza la quale
non può essere compreso. Le lamentatrici lucane piangevano ritualmente durante le veglie funebri. La morte del vicino rappresentava un'occasione
istituzionale per ricordare anche i propri morti, entro i moduli rassicuranti
del rito, e piangere il dio del grano che era stato ucciso con la mietitura.
L'evento di una morte individuale è caricato così di significati più
ampi, che sottolineano l'intima relazione del singolo con il gruppo sociale e la
natura. La Douglas (8) mette in luce il nesso dei fenomeni simbolici con gli
altri aspetti della struttura sociale. Il non mangiare come sfida alla salute,
alla vita è pericoloso non solo per il singolo ma per tutta la comunità.
Si mettono in discussione i capisaldi stessi del sistema rompendo l'ordine
costituito. L'anoressia è un male contagioso in senso culturale e simbolico.
Interpretando i "malesseri" di una persona come
"sintomi" di una malattia inizia il processo di medicalizzazione che isola il
corpo dalla rete di rapporti sociali,
economici e culturali nella quale è intimamente collocato e che gli danno
un senso. Questa è una realtà ben nota alla tradizione esorcistica che
presta attenzione alle relazioni del posseduto con i luoghi e le persone. I modelli
terapeutici elaborati dalla cultura tradizionale, dai documenti
inquisitoriali a oggi, danno spazio alle spiegazioni e alle interpretazioni
dell'individuo, non riconducibili per la loro complessità a rigidi
modelli interpretativi, che negano lo spazio dell'auto rappresentazione. Uno
spazio negato per lo più anche da discipline come la psicoanalisi, la
psicologia, che la guidano entro propri modelli epistemologici senza tener
conto degli aspetti sociali e culturali che sono incorporati nella
malattia. In America la figura dell'antropologo clinico riconosciuta
istituzionalmente affianca l'équipe medica. Oggetto di interesse
antropologico è tutto quello che i medici non ritengono pertinente
per formulare una diagnosi: i termini e le metafore usate per descrivere il
male, tutto riporta ad una complessa rete di significati che danno alla
"malattia" un senso diverso da quello attribuitogli dalla scienza
intesa come tecnica. Da qui il successo crescente delle medicine "alternative",
di tecniche terapeutiche che hanno sempre il corpo come punto centrale di
interesse, ma visto in stretta relazione con una ricerca d'armonia e di segrete
corrispondenze con la società, la natura, il cosmo. A. Sallas (14) sostiene
che importante tappa della terapia è comunicare con chiarezza alla paziente
che il medico deve modificare il sin- tomo. La ricerca di controllo dell'anoressica è valida, mentre il mezzo
scelto è inefficace e destinato
allo scacco. Tuttavia è proprio la scelta di questo mezzo che va interpretata
La nostra cultura mette in relazione l'ordine del corpo all'ordine sociale e
ancora la protesta passa attraverso il linguaggio del corpo, il cui codice
simbolico va decifrato. Il corpo presso i Greci, pura necessità
biologica, era fuori dallo spazio politico, basato sulla ragione pura,
incorporea. Il corpo era donna e la donna era corpo. Il maschio si è
riservato la potenza del "logos", sradicandosi da un'esistenza
carnale, quasi animale, preumana, quindi femminile. Per migliaia d'anni la donna
è stata confinata nei territori del corpo. Un corpo fragile e sottomesso che
si è riappropriato di potenzialità rimosse e consapevolezza. d'azione. Gordon
(15) utilizzando il concetto di disturbo etnico di Devereux, ha sottolineato
il significato di rifiuto e di ribellione delle anoressiche d'oggi, che trova
spazio nelle interpretazioni femministe. Si tratta della protesta di vittime
dell'oppressione sociale, adolescenti ormai d'ogni classe sociale, che non
riescono a conciliare le contraddizioni tra il ruolo di madre e nutrice e quello
di donna che lavora. L'asse naturale/domestico che per lungo tempo ha
caratterizzato e rassicurato l'orizzonte sociale delle donne nella nostra civiltà
occidentale è entrato in conflitto con quello culturale/pubblico
tradizionalmente maschile. Opposizioni che non rendono più conto della
complessità dei ruoli femminili, come ci ha indicato il femminismo
postmoderno, ma che giocano ancora un ruolo. culturale importante che dà luogo
a inquietudine e insicurezza. In questo senso la magrezza è associata a
valori sociali e culturali positivi, l'autocontrollo, l'efficienza, la
competitività, collegata anche all'idea di classe sociale. Tuttavia connota
negativamente il ruolo di madre. La magrezza è un simbolo di grande efficacia,
che in modo ambivalente rappresenta un'adesione
a valori culturali e sociali dominanti e nello stesso tempo un
tentativo individuale di sfuggire alle forme rotonde che definiscono il valore
della donna nella concezione patriarcale. La femminilità diventa principio dell'incertezza.
L'ambivalente figura androgina dell'anoressica seduce perché esercita un
fascino che deriva dalla fluttuazione sessuale. E' il fascino puro dei segni,
nei quali si muove la donna non donna, rispetto ad una "vera" nella
quale traspare il sesso reale (16). E la magrezza, come segno eccentrico di
femminilità, sovverte le regole della potenza della produzione del maschile.
In questo senso le modelle alla Twiggy degli anni '60 e '70, ritornate alla
ribalta dal recente fatto di cronaca della quindicenne anoressica Lucy Cope,
assunta da una nota agenzia di moda inglese, hanno rappresentato un tentativo
di normalizzazione della magrezza, riducendola a spettacolo. Quasi tutti gli
studi sulla donna sono in realtà studi sul suo corpo, sui significati politici
e sociali che veicola implicitamente. Un corpo che rappresenta in modo
ambivalente una gabbia che limita l'orizzonte femminile, ma anche la chiave per
uscirne. Tutti i discorsi però che parlano di liberazione della donna utilizzando il linguaggio dei corpo senza consapevolezza dei fili che lo legano
al linguaggio dei potere, non fanno altro che incanalare una presunta
liberazione nei binari che la società predispone. Alle tecniche repressive si
è sostituito nella nostra cultura il dovere di valorizzare il corpo
esponendolo a un controllo sociale, che lo svuota della carica eversiva. Dalle tecniche alternative come la ginnastica
propriocettiva, la bioenergetica, la danzaterapia, il recupero
del parto in casa fino ai modelli più
stereotipati di bellezza e salute femminile dettati dalla moda e amplificati dai mass media, tutto spinge la donna verso
il corpo. Un
corpo immagine pesante, con il quale è difficile ricreare la propria soggettività
attraverso le tecniche del sé. E dal peso di questo corpo le donne vogliono
sempre più liberarsi, recuperando la dimensione spirituale della
"leggerezza". La leggerezza della pensosità che Calvino pone tra i
valori da salvare per il prossimo millennio: una capacità di cambiare,
adattarsi, connettersi (17). t il soggetto 'nomade' di Rosi Braidotti, capace di ribaltare le convenzioni date, di creare spazi intermedi in cui
esplorare nuove forme di soggettività, anche politica (18, 19). Vittime
dell'oppressione sociale, in lotta per affermare il loro potere all'interno
della famiglia, la ribellione porta le anoressiche in territori al confine tra
la vita e la morte. E il cibo, come il sangue, rappresenta simbolicamente questa
ambivalenza. Fonte di vita o di morte, quando manca, in relazione ai ritmi della natura e del cosmo, l'uomo vi si è sempre rapportato
attraverso la
protezione del rituale. Il rifiuto del cibo è una sfida umana alla vita e alla
morte, la ricerca di un'esistenza diversa, che si sottragga alle leggi della
natura. Una natura che storicamente ha significato sottomissione al logos
maschile: come in una riserva la donna vi si può esprimere sotto controllo.
Vivendo sul filo dell'inesistenza queste donne dimostrano di controllare culturalmente l'istinto umano più forte,
primordiale, "naturale"
della sopravvivenza. L'essere umano comunica con gli altri culturalmente, ma
parla anche un linguaggio cosmico, che apprende dal suo essere al mondo, dallo
stare in relazione all'aria che respira, al suolo che calpesta. Chi non mangia
oggi si collega a linguaggi del corpo efficacemente utilizzati nel corso di
millenni, in contesti assai diversi, riappropriandosi di conoscenze fisiche,
sensazioni dimenticate, saperi intuitivi. Ma soprattutto domina un universo
simbolico, con il quale rovescia l'ordine reale.
lo non credo che sia una liberazione
lasciarsi morire di fame, perché è una scelta di grande sofferenza,
distruttiva, che utilizza un linguaggio controllato dal potere che si vuole
combattere. Tuttavia va compresa la spinta ideale di adolescenti che sognano
di vivere d'aria, scegliendo di morire per vivere, il tentativo di
riappropriarsi di una liminalità corporea di grande efficacia simbolica, che
esprime armonie, fantasie, desideri di essere nel mondo come una persona e non solo
come un corpo. I loro corpi leggeri raffigurano la potenza
di chi combattendo il corpo, più ancora forse di chi lo asseconda con i
piaceri, ha bisogno di esplorarlo, di esplorarsi. La conoscenza fonda la
persona come soggetto del proprio desiderio.
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