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"Gli autori partono dal valore evolutivo della
separazione e della differenziazione delle conoscenze, che, in analogia con lo
sviluppo psicofisico di ogni individuo, consentono la strutturazione di
un'identità autonoma negli specifici campi di indagine. Ma la distinzione
storica tra scienza del corpo e scienza della mente, con i conseguenti linguaggi
spesso reciprocamente inconciliabili, ha determinato i livelli di frammentazione
non utili per un adeguato trattamento terapeutico della persona malata, specie
in presenza di sindromi complesse che richiedono interventi multidisciplinari e
multidimensionali. Pertanto gli operatori sanitari hanno bisogno di trovare
modalità nuove ed articolate di integrazione tra i diversi ambiti, sia sul
piano operativo che dal punto di vista concettuale ed epistemologico. L'anello
originario di congiunzione tra il linguaggio del corpo e la processualità della
mente può essere rappresentato dal recupero del valore della soggettività e
quindi della centralità della persona malata, con la sua storia ed il suo
contesto di vita. Questo significa ridare valore all'arte della clinica, alla
soggettività dell'operatore, alla particolarità irriproducibile dell'incontro e
delle interazioni umane."
"I
disturbi da alterato comportamento alimentare si manifestano in questi ultimi
anni non solo in maniera sempre più frequente e talvolta con elementi di
gravità clinica particolarmente significativi
ma anche attraverso modalità espressive multiformi altamente influenzate dai
modelli culturali delle società industrializzate (1, 2). Il valore
centrale dell'immagine di sé e l'importanza della sua rappresentazione nello
scenario della vita quotidiana rischiano di connotare in maniera prevalentemente
spettacolare ogni manifestazione delle emozioni, dei sentimenti, dei vissuti
interni. In questo intreccio tra realtà e sue rappresentazioni che determina
quasi un continuo tra virtualità e concretezza delle percezioni esperite, il corpo
non solo assume un ruolo fondamentale quale oggetto d'intermediazione tra il
mondo interno e le relazioni interpersonali, ma assurge quasi a simbolo
esaustivo dell'identità personale e della sua contrattualità nella
negoziazione sociale (3). D'altra parte un tema psicopatologico fondamentale nei
disturbi da alterato comportamento alimentare é rappresentato dalla particolare
costruzione dell'immagine corporea e dalla tirannia della sua funzione
idealizzata (4, 5). Quindi più che in altre manifestazioni riguardanti
l'interazione tra soma e psiche, nei disturbi alimentari il registro mentale è
fondamentalmente sostituito dalla fisicità del corpo, con forte tendenza
alla negazione di ogni bisogno psichico (6, 7), per cui, essendo spesso il
registro corporeo la porta di accesso alle problematiche personali,
l'integrazione epistemologica tra i due ambiti è di primaria importanza per
percorrere coerenti ed efficaci strade terapeutiche.
Quando
si parla del rapporto tra corpo e mente e della separazione tra i due
ambiti, riemerge frequentemente "l'errore" di Cartesio e la sua
"colpa" nell'aver contrapposto la "res cogitans" alla
"res extensa", ovvero la mente intesa come ragione contrapposta al corpo
con il suo bagaglio di emozioni.
Indubbiamente,
anche in quegli anni era possibile una visione meno netta tra l'oggettività e
la soggettività, se Bacone poteva ipotizzare l'intrinseca ambiguità della
realtà e la funzione centrale quindi dell'osservatore, che inferisce sempre ed
inevitabilmente nella percezione e nella rappresentazione dell'oggetto
osservato.
Ma
in fondo il metodo di Cartesio ha prevalso, coerentemente con quanto si era già
delineato a partire dal Rinascimento anche nella concezione della medicina: la
necessità di definirla secondo parametri di oggettivazione e quantificazione,
in analogia con l'evoluzione della scienza dopo Galilei, e quindi l'interesse
sempre maggiore per le malattie localizzate nel soma.
Questa
separazione è stata anche l'avvio di un processo vitale. Infatti, nello
sviluppo della storia del pensiero e delle teorie scientifiche il bisogno di
differenziare le competenze e di definire i confini delle diverse conoscenze ha
consentito la strutturazione di ambiti di appartenenza più circoscritti e la
costruzione di codici a consensualità limitata sempre più specifici per ogni
disciplina. Questo processo ha radici antiche: sembra che la cultura occidentale
sia segnata sin dall'origine dal concetto di separazione. Separazione che, come
scrive Cacciari: "la Grecia, prima radice dell'Europa, effettuò da
quell'indistinto che era l'Asia che sull'Europa distendeva il suo senza
confine... Fu il trauma della separazione e la riflessione conseguente a far
apparire in tutta la sua drammaticità la differenza tra l'Uno indistinto e
l'Uno che compone il molteplice" (8).
Analogo processo avviene anche nello
sviluppo psicologico di ogni essere umano, in cui la separazione da una "massa
indistinta" rappresenta la prima tappa del percorso evolutivo verso la
differenziazione ed è quindi la premessa per consentire l'individuazione e la
strutturazione di un'identità autonoma (9, 10).
Pertanto
il metodo scientifico in senso fisico-matematico, diventato dominante, ha aperto
la strada al processo vitale della ricerca di modelli sempre più specifici e
settoriali. Era inevitabile e forse anche utile che lo studio delle malattie del
corpo cercasse di depurarsi dalle inferenze derivanti dagli aspetti
"spirituali", così come, in seguito, lo studio dei processi mentali
fosse mirato a focalizzare gli aspetti non correlabili ad evidenti patologie
organiche sottostanti.
Lo studio del
corpo e quello della mente hanno percorso quindi strade distinte, seguendo
paradigmi scientifici differenti e strutturando linguaggi spesso reciprocamente
incomprensibili. Infatti il linguaggio esprime ed al tempo stesso favorisce la
costruzione di un concetto: la processualità delle funzioni mentali non ha gli
stessi codici comunicativi dell'espressione corporea ed il vecchio aforisma di
Griesinger "ogni malattia mentale è malattia del cervello" ha per
molto tempo impedito l'elaborazione di una teoria della mente affrancata da un
modello organicistico caratterizzato da nessi di causalità rigidamente
lineari.
La separazione
tra lo studio del corpo e quello della mente si è notevolmente
accentuato negli ultimi decenni. Inoltre all'interno di ciascun ambito si sono
riprodotte ulteriori suddivisioni e settorializzazioni, incrementate anche dagli
avanzamenti tecnologici.
In particolare in ambito diagnostico le
sofisticate metodologie specifiche hanno riproposto una nuova illusione di
presunta oggettività centrata sull'immagine, per cui le rappresentazioni visive
dei vari organi hanno spesso messo in secondo piano la ricerca di un
rapporto con il paziente, la ricostruzione attenta della sua storia personale,
l'attenzione alla rilevazione di quei segni percepiti attraverso un contatto
diretto talvolta anche manuale, la costruzione di una visione unitaria ed
intercorrelata dall'organismo e delle sue funzioni.
D'altra parte
è pur vero che viviamo in un momento culturale in cui l'occhio sembra essere più
importante dell'orecchio, per cui le immagini hanno una loro pregnanza quasi
sostitutiva della realtà che dovrebbero rappresentare; ma forse
è bene ricordare che la scoperta della prospettiva è connessa all'importanza
data alla soggettività e che entrambi i concetti hanno conosciuto albori comuni
nella storia del pensiero.
Questo
processo di
settorializzazione e di definizione di parametri misurabili è stato anche
motivato da validi principi di valutazione epidemiologica e da indifferibili
bisogni di programmazione sanitaria: la necessità di standardizzare dei protocolli terapeutici che consentissero in ogni latitudine la diffusione dei più
recenti ed appropriati modelli d'intervento; l'utilità di favorire sempre più
efficaci livelli uniformi di assistenza; l'opportunità di consentire la
verificabilità della qualità nelle prestazioni; l'indispensabilità di
un'analisi complessiva e frazionata dei costi, resa non più eludibile in un
sistema sanitario a risorse limitate.
Ma questa tendenza alla
sub-specializzazione ed alla competenza strettamente settoriale ha portato a
livelli di frammentazione nelle conoscenze e negli interventi sanitari.
Non
è casuale la perdita di centralità del
medico di base, nonché la scarsa rilevanza sia come immagine che come ruolo
istituzionale di quella che era la specializzazione principale dell'area medica,
ovvero la medicina interna.
Ad una visione
così frammentata non ha corrisposto negli operatori un'adeguata ricerca di
livelli integrativi. La settorializzazione ha infatti bisogno di categorie
unificanti che compongano il molteplice e per evitare ogni infruttuosa
parcellizzazione è necessario promuovere un processo d'integrazione, reso ancor
più indispensabile per affrontare le nuove problematiche complesse e "di
confine", ovvero quelle che richiedono approcci multidisciplinari e
multidimensionali.
Il concetto di
integrazione, nonostante l'abuso della parola che rischia di ridurne la
pregnanza di significati, è un "concetto-forte", in quanto proprio di
molte discipline ed appartenente alla moderna epistemologia della complessità.
Tutti i
fenomeni naturali sono complessi e spesso oscillanti tra caos ed ordine:
integrare i punti di vista, i diversi approcci, le differenti ricostruzioni
inevitabilmente parziali, discrete e discontinue significa assumere un livello
logico-operativo superiore rispetto alla semplice giustapposizione dei
linguaggi, delle culture, dei metodi e delle funzioni (1 1). L'integrazione è
quindi quel processo mediante il quale delle parti con funzioni differenziate si
connettono secondo dei principi ordinatori per costruire un insieme
coerentemente articolato ed in grado di funzionare in modo armonico.
Nel nostro
specifico
lavoro questo concetto è stato coniugato con varie accezioni nel tentativo di
superare una visione dicotomica.
I più fertili
campi di ricerca e di operatività
hanno
riguardato le correlazioni tra i vissuti intrapsichici e le relazioni
interpersonali tra l'identità personale e la matrice del gruppo di
appartenenza, tra l'evoluzione naturale dei fenomeni e l'incidenza trasformativa
degli apporti culturali, tra il linguaggio del corpo e la processualità della
mente,. Il concetto d'integrazione è quindi oggi centrale, ma è soprattutto
centrale la funzione integrativa propria dell'operatore sanitario e
dell'organizzazione della rete di servizi. Infatti, non può essere il paziente
o la sua malattia, il tramite di una visione unificata, perché attiva vissuti
di insicurezza, solitudine e angoscia (12-15).
L'integrazione
tra il linguaggio del corpo e quello della mente, nonché tra gli operatori dei
due distinti ambiti rappresenta oggi un obiettivo prioritario, per comprendere
ed affrontare quelle problematiche che pur essendo di natura psichica si
esprimono attraverso dei sintomi somatici.
L'indispensabilità
di livelli operativi comuni ed intercorrelati pone, però, l'esigenza di
ricercare elementi epistemologici reciprocamente fondanti. Infatti di fronte
alla frequente necessità di coordinare interventi molto differenti come modalità
di attuazione e come obiettivi trasformativi, nonché variegati ed articolati
nei luoghi di approccio e nelle professionalità messe in gioco, emerge
il bisogno di sostanziare i momenti operativi di collaborazione con
l'individuazione di un momento prioritario a monte, che rappresenti l'anello
originario di congiunzione tra i due differenti linguaggi.
La
loro reciproca compatibilità - garanzia anche della loro distinta identità - è
possibile se viene definita una semantica unificante, un codice consensuale di
riferimento quale principio ordinatore di tutti i livelli comunicativi ed
interattivi.
Questo
anello originario di congiunzione tra linguaggio del corpo e processualità
della mente, questo elemento matriciale e al tempo stesso referente terminale di
valutazione della qualità di ogni intervento sanitario, può essere
rappresentato dal concetto di soggettività e dal valore centrale del vissuto
soggettivo.
La centralità
del soggetto è intesa, come scrive Moravia, nel senso dell'individuo presente
nel mondo come persona consapevole che vive un contesto di relazioni multiple,
con tanti altri soggetti, all'interno di una dimensione spaziale e di una
genealogia storica. ... Nessun uomo è veramente autoreferenziale, tutto è
intersoggettivo. ... La realtà dell'anima è una relazione, dove identità e
alterità, reciprocamente necessarie, si riconoscono separandosi e confliggendosi" (16). Il costrutto complesso, il parametro forte che segna
l'identità è il contesto alla luce della temporalità della storia
individuale: il soggetto vive con modalità autorappresentazionale e
autointerpretativa la rete delle sue relazioni in cui vive, per cui la sua
identità è un intreccio inscindibile della sua realtà biologica, della trama
delle relazioni interpersonali esperite, del percorso storico della sua presenza
nel mondo (1 7).
Il recupero
della centralità del soggetto con la sua trama di relazioni e con la sua storia
può consentire di tornare dalla malattia al malato e di dare il giusto valore a
criteri generali diagnostico-terapeutici, da declinare nelle singole ed
irripetibili situazioni personali (18, 19).
In
una visione scientifica dell'analisi dei fenomeni, i singoli fatti hanno valore
non per la loro singolarità ma per la loro ripetibilità ed universalità; ciò
non solo è inevitabile, ma è anche utile per il progresso delle
conoscenze ed indispensabile per avere codici comunicativi condivisi e
confrontabili. E' pertanto importante la definizione di protocolli diagnostici e
terapeutici internazionalmente convalidati, così come la messa a punto di
linee-guida d'intervento necessarie per uniformare e verificare l'efficacia
dei trattamenti soprattutto di fronte a sindromi complesse e multidimensionali.
Tutto ciò può
rappresentare una valida occasione per ricentralizzare il valore della clinica.
Clinica
non è solo diagnosi e prognosi. Clinica è declinazione delle conoscenze e
dell'esperienza nelle singole situazioni individuali.
Scrive
Galimberti: "Come i verbi si declinano per rappresentare il più fedelmente
possibile la situazione, così l'atteggiamento clinico, invece di assestarsi nel
suo sapere categoriale, deve declinarsi nella realtà che l'altro vive, per
comprendere i sintomi all'interno della sua soggettiva condizione e dei nessi di
significato nella sua storia" (20).
Questo
recupero dell'arte della clinica, che da un lato riconosce il valore della
standardizzazione scientifica e dall'altro l'importanza della dimensione
individuale, è connesso anche ai cambiamenti in atto nel mondo della medicina.
La medicina
sta vivendo una stagione di cambiamenti non solo strutturali e organizzativi ma
soprattutto concettuali e culturali.
Le stesse
malattie stanno cambiando, costringendo gli operatori a modificare molti
parametri di riferimento: basti pensare, ad esempio, all'importanza
assunta
da quella patologia afferente ad un'embriogenesi connettivale rispetto a quella
riguardante i tradizionali "tessuti nobili" di derivazione epiteliale.
D'altra parte l'aumento di alcune
patologie a
rappresentazione somatica e di chiara competenza psicologico-psichiatrica
mettono gli operatori nella necessità di nuove alleanze in un consapevole gioco
di ambiguità, per iniziare a dialogare con la mente attraverso il registro
della comunicazione con il corpo.
Ma soprattutto esistono nuove aree di sofferenza
e nuovi bisogni connessi all'assistenza ed alla cura dei malati cronici.
L'enfasi della guarigione è sempre più spesso un nostro retaggio
irrealistico, mentre emerge la richiesta di soddisfacenti livelli adattativi
funzionari. Mi riferisco anche ai malati più o meno vicini alla morte, che
vivono anche per lunghi anni questa presenza come una compagna angosciosamente
quotidiana e che soffrono la solitudine, spesso la distanza degli operatori
sanitari e la perdita di contatto umano in questa fase cruciale del loro cielo vitale.
Scrive
l'oncologo Veronesi: "Oggi il problema non è quello di curare e guarire la
malattia, ma di curare il malato ... Occorre ricostruire culturalmente la
professione medica in senso umanistico e non solo scientifico-tecnologico, dando
al malato la dignità di persona, che, avendo un bagaglio di sofferenze,
incertezze e angoscia, deve essere aiutato, rassicurato e che soprattutto ha
bisogno di essere amato" (2 1).
E
Pagni, Presidente della Federazione Italiana Medici di Medicina Generale,
scrive: "Nell'immaginario connettivo riaffiora la nostalgia per il
medico del passato, che, generoso del suo tempo e della sua sofferta empatia,
cercava di guarire qualche volta, di dare sollievo spesso, di consolare
sempre ... La figura di medico attualmente necessaria è quella di una persona
competente che sappia ascoltare e consigliare con un atteggiamento partecipante:
un medico capace di accompagnare l'altra persona in entrambi i territori, quello
della salute e quello della malattia... . Perché il malato ama vivere ed
essendo costretto a morire spesso fa tacere la ragione pur di non perdere la
speranza. ... L'individualità irripetibile della patologia umana costituisce la
sostanza dell'arte della medicina, quale scienza dell'individuale" (22).
Quindi la
declinazione delle conoscenze a livello di ogni singola persona significa
valorizzare la clinica, introducendo anche fattori contestuali apparentemente
"extraclinici". E' interessante, a tal proposito, segnalare come la
riabilitazione dell'infartuato non è possibile se non prendendo in
considerazione le caratteristiche della vita quotidiana del paziente, evitando
prescrizioni rigide derivate da principi teorici e non modulate alla particolare
situazione di quel singolo soggetto.
In ambito
psichiatrico, nel trattamento farmacologico delle sindromi depressive, è stata
dimostrata l'importanza dei fattori terapeutici aspefici quali, ad esempio, gli
aspetti psicologici e cognitivi del medico, la sua esperienza, le sue
aspettative, la sua personalità, che influiscono significativamente sulla
relazione con il paziente. In particolare, sono stati riscontrati dei risultati
clinici molto differenti con l'uso dello stesso principio attivo, se
somministrato in situazioni definite di "farmaco caldo", rispetto a
quelle situazioni definite di 'farmaco freddo (23).
In
generale la soggettività è portatrice di segni il cui significato muta a seconda
del contesto ambientale e della qualità della comunicazione interpersonale.
Scrive
Borgna:
"E' un dato di esperienza che i sintomi psicotici non rappresentano
clinicamente qualcosa di statico e di immodificabile che prescinde dai modi
interiori con cui sono ascoltati, ma costituiscono qualcosa di fluido e di
mutevole che si attenua e si decompone, si sfilaccia e si svuota a seconda della
disposizione che si assume nei confronti del paziente: disposizione di apertura
e di accoglienza o di chiusura e di opaca incomprensione.... Questa
modificabilità dei sintomi è un dato d'esperienza sufficiente a tematizzare i
sintomi psicotici non come epifenomeni della biochimica cerebrale, ma come modi
relazionali che si aggregano e si disfano in base alle diverse strutture
relazionali con cui si confrontano" (24).
Scriveva
Laing: "Può non essere una perdita di tempo star seduto delle ore accanto
a un catatonico che da' tutti i segni di non riconoscere la sua esistenza"
(25). Questa silenziosa vicinanza può evitare al catatonico l'insignificanza
della sua solitudine ed allo psichiatra il monologo solitario della sua ragione
sulla follia.
Ma
questo significa anche che, recuperando il valore della clinica, centralizzando
la soggettività del paziente, viene rivalutata in maniera fondamentale la
soggettività dell'operatore, come funzione caratterizzante la clinica stessa.
La
personalizzazione della relazione tra curante e curato è anche alla base della
nuova filosofia dei servizi sanitari attenti a porsi come obiettivo la ricerca
della qualità della vita dei paziente.
Questo
significa attuare una valutazione della qualità delle prestazioni erogate non
unicamente correlata all'applicazione
delle più adeguate conoscenze scientifiche, ma direttamente influenzata anche
dalla "soddisfazione degli utenti e dei familiari".
Inoltre il
concetto stesso di "missione" dei servizi sanitari introdotto
nei recenti documenti di programmazione regionale, è rappresentativo di un
compito ben più complesso ed impegnativo che l'operatore sanitario e
l'organizzazione della rete di servizi si trova a dover affrontare in una nuova
visione di tutela della salute dei cittadini e di valorizzazione della
soggettività,dei singoli.
Per quanto
riguarda più direttamente l'ambito psicologico-psichiatrico, è forse
giunto il momento di recuperare il valore della comprensione e dell'empatia
- prioritarie rispetto all'interpretazione e al trattamento - ed accettare
consapevolmente il difficile percorso della messa in campo dei sentimenti, come
opportunità per la ricerca e come strumento per aiutare i pazienti.
Ed.
International Univeristy Press, "Cibus", vol. 1, n.1, aprile 1997
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