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Con
questo termine si indicano quattro composti: tre
catecolamine (noradrenalina, adrenalina e dopamina) e l'indolamina
serotonina, su cui fin dagli anni '60 si è concentrato l'interesse delle
ricerche atte a chiarire i substrati neurochimici alla base dei disturbi
depressivi. I sistemi neuronali che utilizzano la trasmissione
monoaminergica hanno origine da gruppi relativamente piccoli di cellule,
prevalentemente localizzati nel tronco dell'encefalo. Da qui, tali
popolazioni cellulari proiettano diffusamente ad altre regioni cerebrali,
dove regolano i processi informativi neuronali ed i vari aspetti del
comportamento, e questo sia in condizioni normali che patologiche. L'ampia
distribuzione dei sistemi monoaminergici li ha resi il principale oggetto
della ricerca psichiatrica, dal momento che anche piccole alterazioni
qualitative e quantitative a carico di tali sistemi possono essere in grado
di determinare diversi effetti comportamentali (Hyman e Nestler, 1989).
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All'arrivo
dell'impulso nervoso, le amine biogene vengono rilasciate nello spazio
sinaptico così da interagire con i siti recettoriali specifici. Gran parte
del neurotrasmettitore, una volta liberato nella fessura sinaptica, viene
recuperato mediante il meccanismo di "reuptake" all'interno del
neurone presinaptico e
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d inattivato; tuttavia,almeno una parte verrebbe
catabolizzata a livello extraneuronale. Le monoaminossidasi (MAO),
localizzate a livello della membrana mitocondriale, sono le principali
responsabili del catabolismo presinaptico dei diversi neurotrasmettitori ed
è opportuno segnalare come tale meccanismo di inattivazione metabolica non
sia necessariamente correlato al rilascio dei neurotrasmettitori nella
fessura sinaptica (Hrdina, 1993).
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Sotto
un profilo neurobiochimico, alcuni pazienti affetti da disturbi depressivi
presentano significative alterazioni della funzione e del metabolismo della
noradrenalina. Difatti, ricerche condotte su modelli animali hanno
evidenziato che diverse classi di antidepressivi di dimostrata efficacia
clinica sono in grado di esplicare la loro attività terapeutica attraverso
modificazioni del "reuptake" e/o i meccanismi di inattivazione
metabolica della noradrenalina cerebrale (Maas et al., 1972).
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L'attività
dei neuroni noradrenergici può essere valutata in vivo, seppure in maniera
indiretta, attraverso la misurazione delle concentrazioni urinarie di
3-metossi,4-idrossifenilglicole (MHPG), il principale metabolita della
noradrenalina cerebrale, dal momento che la quota derivante dal sistema
nervoso ortosimpatico periferico sembra alquanto trascurabile (Agren, 1982).
A tal proposito, in numerosi studi longitudinali condotti su pazienti
bipolari, e quindi caratterizzati dalla fasica alternanza di flessioni ed
espansioni del tono dell'umore, è stato possibile riscontrare (almeno in
assenza di trattamenti adeguati) una ridotta escrezione urinaria di MHPG
durante i periodi di depressione, mentre raggiungeva alti livelli nel corso
degli episodi maniacali o ipomaniacali. Nonostante rilevanti problemi di
carattere metodologico, la valutazione dell'escrezione urinaria dell'MHPG è
stata utilizzata allo scopo di far luce sul complesso assetto
patofisiologico alla base dei disturbi dell'umore. Inoltre è stata
utilizzata come strumento in grado di definire sottogruppi affettivi
biologicamente differenti attraverso una sorta di "biochemical
dissection" dal momento che non tutti pazienti depressi presentano una
riduzione della concentrazione di tale metabolita. E' stato osservato
infatti come la concentrazione di MHPG risulti significativamente ridotta
nei pazienti affetti da depressione nel corso di un disturbo bipolare,
rispetto a quanto osservato sia nei quadri affettivi unipolari non
melancolici che nei soggetti sani di controllo. In aperto contrasto con
quanto riferito a proposito dell'MHPG, non è stato possibile evidenziare
alcuna differenza tra i pazienti bipolari ed unipolari nelle concentrazioni
del VMA (acido vanilmandelico) urinario. Tale dato si presenta
particolarmente significativo soprattutto alla luce del fatto che l'MHPG
circolante viene sempre convertito in VMA. Questa constatazione ha sollevato
grossi dubbi sullo specifico valore attribuito all'MHPG urinario come indice
del complesso metabolismo cerebrale della noradrenalina, oppure come marker
biochimico di alcuni sottotipi depressivi (Hollister et al., 1980).
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In
soggetti affetti da
depressione maggiore
è stata riscontrata un'alta variabilità sia delle concentrazioni totali di
noradrenalina che dell'MHPG con valori ridotti, normali oppure elevati.
Questa eterogeneità neurobiochimica si osserva anche nei soggetti normali.
Recenti ricerche hanno descritto un sottogruppo di malati affetti da severi
disturbi depressivi unipolari nei quali le concentrazioni di MHPG urinario e
di cortisolo ematico risultavano significativamente elevate rispetto ai
controlli sani. In tali pazienti è possibile ipotizzare che il "primum
movens" sia attribuibile ad un ipertono funzionale del sistema
colinergico e che gli alti livelli di MHPG e di cortisolo osservati non
rappresentino altro che una semplice risposta secondaria di tipo adattativo(Rubin
et al., 1985; Hollister et al., 1980).
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I
complessi rapporti funzionari esistenti tra il sistema noradrenergico e
quello colinergico possono essere indagati utilizzando come chiave di
lettura la fisostigmina, che attraverso l'inibizione dell'enzima
acetilcolinesterasi, potenzia la trasmissionecolinergica. E' stato
dimostrato come il farmaco induca l'insorgenza di sintomi depressivi e
determini un incremento della concentrazione plasmatica di cortisolo anche
in soggetti normali. Inoltre, la fisostigmina è in grado di sbilanciare i
meccanismi di regolazione a "feed-back" dell'asse
ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), così da mimare la mancata soppressione da
desametazone segnalata in alcuni pazienti depressi.
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Infine,
essa indurrebbe, in controlli normali, un aumento della concentrazione
liquorale dell'MHPG. Queste considerazioni hanno permesso di ipotizzare
l'esistenza di uno squilibrio funzionale noradrenergico-colinergico in
alcune forme di depressione(Hasey e Hanin, 199 1).
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Sulla
base della concentrazione urinaria dell'MHPG è possibile distinguere almeno
tre differenti sottotipi di disturbo unipolare. Il sottotipo I si
caratterizza per ridotti livelli pretrattamento di MHPG. In questi pazienti,
la bassa escrezione urinaria di noradrenalina osservata potrebbe essere
l'espressione di una sintesi deficitaria e/odi un diminuito "release"
presinaptico del neurotrasmettitore. Il sottotipo II presenta invece normali
concentrazioni urinarie di MHPG e di noradrenalina. Nel sottotipo III,caratterizzato
da elevate concentrazioni di MHPG urinario, l'escrezione di noradrenalina
sarebbe invece elevata, probabilmente come conseguenza di un'alterazione
quantitativa-qualitativa a carico dei recettori noradrenergici. In questi
pazienti vi sarebbe inoltre un aumento dell'attività colinergica e del CRH.
Chiaramente sono necessarie ulteriori ricerche per confermare questi dati e
soprattutto per chiarire le ano- malie fisiologiche che potrebbero
associarsi ai differenti sottotipi del disturbo depressivo unipolare (Rubin
et al., 1985).
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Secondo
alcune ricerche degli anni '70, i livelli pretrattamento dell'MHPG urinario
sarebbero stati specifici "marker" di risposta al trattamento
antidepressivo. I pazienti caratterizzati da ridotte concentrazioni di MHPG
urinario sembrerebbero rispondere più favorevolmente alla somministrazione
(anche a basse dosi) di farmaci ad attività prevalentemente noradrenergica
quali ad esempio l'imipramina, la desipramina, la nortriptilina o il
tetraciclico maprotilina, almeno rispetto ai pazienti con normale o elevata
escrezione di MHPG. Viceversa, i soggetti depressi con elevate
concentrazioni di MHPG urinario risponderebbero più favorevolmente all'amitriptilina
e soprattutto alla clomipramina (Hollister et al., 1980).
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Tuttavia,
è necessario sottolineare come la sopra esposta suddivisione dei pazienti
sia in realtà alquanto teorica e "laboratoristica" non trovando
alcun supporto nella realtà clinica. Per questo motivo, allo stato attuale
delle cose, non è possibile trarre conclusioni attendibili a proposito dei
predittori biochimici di risposta alle differenti strategie di trattamento,
anche per il fatto che i composti antidepressivi agiscono a diversi livelli
sui principali sistemi neurotrasmettitoriali/neurorecettoriali e per
l'obbiettiva eterogeneità dei substrati biopatogenetici che sottendono alle
sindromi depressive.
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Il
ruolo della
dopamina
nel determinismo della malattia depressiva è ipotizzabile soprattutto sulla
base del fatto che il profilo farmacodinamico di alcuni composti
antidepressivi (come ad esempio l'amineptina ed alcune benzamidi sostituite)
coinvolgeanche i sistemi neurotrasmettitoriali/neurorecettoriali
dopaminergici. In particolare, è stato possibile dimostrare una
significativa riduzione delle concentrazioni liquorali diHVA (acido
omovanillico), il principale metabolita della dopamina cerebrale, in alcuni
sottotipi di depressione (in particolare nei quadri clinici dominati dal
rallentamento psicomotorio e con evidenti aspetti di tipo apatico-anedonico).
Al contrario, nei pazienti con anamnesi personale o familiare positiva per
disturbi psicotici e nelle forme depressive a spiccata connotazione
delirante, si riscontrano in genere concentrazioni liquorali di HVA più
elevate. In questi soggetti, si ipotizza che l'incremento del HVA,
espressione di un aumentato "turnover" della dopamina, possa
verificarsi in risposta a un'aumentata increzione corticosteroidea
(probabilmente legata ad un diffuso deficit della trasmissione
noradrenergica) (Brown e Gershon, 1993).
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In
una rilevante percentuale di pazienti depressi è possibile riscontrare
anomalie a carico del metabolismo della serotonina.
Diverse ricerche di farmacologia sperimentale condotte su modelli animali,
hanno dimostrato come la somministrazione di alcuni composti antidepressivi
di comune impiego clinico (quali ad esempio la clomipramina, gli SSRI e gli
IMAO) siano in grado di modificare il "reuptake", i processi di
biotrasformazione ed il "turnover" della serotonina a livello
cerebrale (Blier et al.,1990). E stato inoltre riportato che l'indiscutibile
efficacia antidepressiva degli SSRI può essere influenzata negativamente
dalla somministrazione di un regime alimentare che prevede la completa
esclusione del triptofano, l'aminoacido essenziale precursore della
serotonina (Maes e Meltzer, 1995). In realtà anche questo dato si presenta
assai controverso poichè‚ recenti ricerche hanno dimostrato come, sebbene
la totale deplezione del triptofano dalla dieta possa determinare una
significativa riduzione dei livelli plasmatici e cerebrali di tale
aminoacido, essa non sembrerebbe in grado di scatenare l'insorgenza di
sintomi depressivi in pazienti in trattamento continuativo con farmaci
serotoninergici (Moore et al., 1998).
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In
alcune forme di depressione la concentrazione liquorale dell'acido
5-idrossiin-dolacetico (5HIAA), il principale metabolita della serotonina
cerebrale, risulta significativamente ridotta, almeno rispetto ai soggetti
normali. Inoltre, è stata evidenziata una correlazione positiva e non
casuale tra la riduzione dei livelli di 5HIAA liquorale e l'aumentata
incidenza di suicidi portati a termine o comunque di atti
impulsivo-aggressivi sia auto che eterodiretti (Arango et al., 1992). Alcuni
studi condotti su pazienti depressi deceduti per suicidio hanno rilevato una
ridotta affinità per l'imipramina triziata dei siti di "reuptake"
presinaptico delle cellule serotoninergiche ed un aumento della densità
della popolazione recettoriale presinaptica 5HT la e postsinaptica 5HT2.
Queste considerazioni consentono di ipotizzare un ruolo di primaria
importanza esercitato dai sistemi neurotrasmettitoriali/neurorecettoriali
serotoninergici nel condizionare, all'interno della complessa dimensione
sintomatologica delle sindromi depressive, le condotte suicidarie (Meltzer e
Arora, 1991).
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Il
coinvolgimento della serotonina nella patofisiologia della depressione è
suggerito anche dai risultati emersi da svariati "challenge"
endocrinologici, i quali consentono di analizzare le variazioni dell'assetto
ormonale in risposta alla somministrazione di agenti che facilitano il
"release" di serotonina, quali la fenfluramina, oppure di agonisti
5-HT2 come la metaclorfenilpiperazina (mCPP). Ma, probabilmente, ciò che
più ha contribuito alla cosidetta "ipotesi serotoninergica" della
depressione deriva da una constatazione di natura essenzialmente
clinico-pratica, rappresentata dall'ormai dimostrata efficacia terapeutica
posseduta dai farmaci SSRI. Il meccanismo d'azione di fluoxetina, sertralina,
paroxetina, fluvoxamina e citalopram consiste nel bloccare, in maniera
specifica, potente e selettiva, il "reuptake" della serotonina
(con scarsa o nulla attività nei confronti degli altri sistemi
neurotrasmettitoriali/neurorecettoriali) così da favorirne l'accumulo nello
spazio sinaptico e di conseguenza la disponibilità per la neurotrasmissione
(Maes et al., 1991).
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In
definitiva, appare sempre più verosimile come i Disturbi dell'Umore
comprendano un gruppo eterogeneo di condizioni psicopatologiche che
sottendono a meccanismi biopatogenetici diversi e probabilmente mutevoli in
relazione alle diverse fasi clinico-evolutive della malattia, dei
trattamenti somministrati e dell'eventuale associazione in comorbidità con
altri disturbi psichiatrici. I tentativi di attuare una sorta di
sottotipizzazione clinico-biopatogenetica dei disturbi affettivi hanno
finora ottenuto risultati insoddisfacenti. Infatti, sebbene all'interno
della galassia depressiva siatalvolta possibile identificare alcuni "cluster"
biochimicamente omogenei, è tuttavia necessario sottolineare come anche
all'interno di questi gruppi specifici di pazienti esistano dei fondamentali
parametri di diversificazione, quali, ad esempio, il differente
"pattern" evolutivo della sintomatologia affettiva e soprattutto
il tipo di risposta ai trattamenti specifici.
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Sulla
base di quanto esposto, si è ancora molto lontani dal conseguire una
globale conoscenza degli aspetti etiopatogenetici che sottendono ai disturbi
affettivi (ed alla malattia mentale in genere). Tutto questo a causa del
fatto che gran parte dei meccanismi neurobiochimici fisiologici che regolano
tutti gli aspetti funzionali del cervello umano normale rimangono tuttora
ignoti. Perciò, la messa a punto di una ipotetica classificazione
biochimica dei disturbi depressivi sarà sempre insoddisfacente, almeno
finchè‚ continuerà ad essere basata esclusivamente su
"pacchetti" preconfezionati di empirici test di laboratorio, che
tentano di riprodurre artificialmente i diversi aspetti della patofisiologia
di queste malattie.
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Tuttavia,
se da un canto i test biochimici oggi disponibili ed i parametri ematici,
liquorali ed urinari sopra riportati non sempre sono in grado di porre il
clinico nelle condizioni di individuare immediatamente la strategia
terapeutica più adeguata, dall'altro la loro applicazione nella pratica
clinica non è certamente priva di utilità. Un'importanza di questo aspetto
andrebbe considerata soprattutto in relazione alle problematiche connesse
alle prime fasi del trattamento farmacologico ed alla caratteristica
criticità del periodo di latenza terapeutica, per cui anche un modesto
incremento della percentuale di pazienti che ricevano un trattamento
efficace al primo tentativo rappresenterebbe un grande progresso nella
gestione clinica delle sindromi depressive.
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Questo documento è tratto da Quaderni Italiani di
Psichiatria, edito da Masson S.p.A., volume XVII, n° 5, ottobre 1998, dall'articolo "
Ipotesi neurochimiche dei disturbi depressivi e razionalizzazione del trattamento
farmacologico ", i cui autori sono A.C. Altamura e P. Mannu
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