Terapia antidepressiva integrata


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LA TERAPIA INTEGRATA DELLA DEPRESSIONE

 

"Sappiamo che entrambi, farmacoterapia da una parte e psicoterapia dall'altra, rivestono un ruolo specifico nel trattamento dei disturbi dell'umore. Ma, se partiamo dal presupposto che entrambi siano efficaci, come possiamo spiegarci la pratica sempre più diffusa di un trattamento combinato di farmaco e psicoterapia insieme?

Nell'etiologia dei disturbi dell'umore sono coinvolti sia fattori biologici che fattori psicosociali. Per entrambi si presume, anche se non vi è certezza scientifica, che agiscano con diversi meccanismi.

Inoltre, crediamo che esistano diverse forme di disturbo che rispondono in modo diverso ai due tipi di intervento.

Se inizialmente si dubitava del trattamento combinato, nel senso che avrebbe potuto, nell'associazione dei due trattamenti, compromettere o ridurre la modalità di azione specifica dell'uno o dell'altro meccanismo, la tendenza attuale è di trattare la  maggior parte dei pazienti con farmaci e psicoterapia associati.

Tuttavia, non è ancora chiaro se il trattamento combinato sia necessario o addirittura desiderabile in tutti i casi.

Le linee guida per la pratica clinica della depressione pubblicate negli USA nel '93 propongono cautela nella prescrizione dei farmaci antidepressivi, per le forme di grado lieve e di carattere transitorio, al fine di evitare un'inutile esposizione agli effetti collaterali e ad altri rischi; altrettanto nella prescrizione di psicoterapia nelle forme gravi che rispondono ai farmaci, al fine di evitare inutili dispendi di tempo ed energie. Le linee guida propongono l'uso delle terapie combinate esclusivamente per quelle forme in cui l'efficacia dei singoli approcci si sia dimostrata solo parziale, vi sia evidenza di compresenza di più obiettivi e necessità di ordine diverso, che rispondano in modo diverso ai singoli approcci, oppure, da ultimo, quando il decorso clinico si riveli cronico fin dal primo episodio depressivo (APA 1993).

Secondo Hollon, esistono almeno quattro motivi per cui il trattamento combinato si dimostra superiore ad ogni trattamento singolo.

In primis, il trattamento combinato si è dimostrato in grado di aumentare la grandezza della risposta, evidenziabile in ogni singolo paziente.

In parole povere, ciò significa che questi pazienti possono trarre maggior beneficio da un trattamento combinato, rispetto ad un trattamento o solo farmacologico oppure soltanto psicoterapico. Non disponiamo di dati precisi in letteratura, ancora poco sensibile ad evidenziare questo tipo di risultati. Eppure, se cerchiamo nel nostro bagaglio personale di esperienze cliniche, sono sicura che ognuno di noi ricorda migliori o comunque più facilmente apprezzabili risultati per quei casi, nei quali ci siamo impegnati anche sul versante del rapporto personale e nel corso dei quali il paziente ha avuto l'occasione e il sostegno per potersi analizzare e ricostruire la propria storia personale in modo significativo.

Secondo, il trattamento combinato può aumentare la probabilità di risposta. Se infatti in una data popolazione presumiamo che alcuni pazienti rispondano ad un singolo trattamento ed altri ad un altro, la somministrazione di un trattamento combinato aumenterà la probabilità di una risposta positiva. Questo tipo di osservazione è coerente con il pensiero degli autori delle linee guida, che appunto sostengono di aggiungere un secondo tipo di trattamento, in quei casi in cui i pazienti non hanno risposto al primo. Partendo da questo presupposto, se consideriamo la nostra reale incapacità di predire chi risponderà? e a che cosa? e se consideriamo le difficoltà intrinseche ad applicare ogni trattamento nel modo migliore, dovremmo concludere che la cosa migliore sarebbe iniziare il trattamento di ogni caso clinico con entrambe le modalità.

Terzo, il trattamento combinato può aumentare l'ampiezza della risposta. Questo significa che, se teniamo conto che ogni singola modalità di trattamento è in grado di incidere su diversi risultati, fino ad un certo livello, il trattamento combinato può raggiungere vantaggi unici e irriproducibili, che risultano dalla somma dei risultati dei singoli trattamenti e che danno un risultato finale superiore al singolo trattamento.

Quarto, il trattamento combinato può aumentare il grado di accettazione di ogni singolo trattamento.

Ne consegue allora che il contributo globale, dato dalla psicoterapia combinata alla terapia farmacologica, si può riassumere in questo modo:

1) migliora il livello di conoscenza del paziente nei confronti della propria malattia e con essa sviluppa una maggior tolleranza alla sofferenza depressiva.

2) favorisce la "compliance".

3) migliora la tolleranza agli effetti collaterali della terapia farmacologica.

4) riduce i "drop outs".

Come abbiamo visto, non ci sono controindicazioni al trattamento combinato, salvo le controindicazioni assolute per i singoli trattamenti. Pur non disponendo ancora di dati scientifici appropiati, si presume che il fattore cronicità, che in generale corrisponde ad una minore responsività ai trattamenti, possa rispondere meglio proprio alla terapia integrata. Infatti, il trattamento combinato si è dimostrato particolarmente utile per quei pazienti che non rispondono ai singoli trattamenti, che hanno una storia clinica di depressione cronica e/o resistente e che prospettano tutta una serie di problemi specifici a monte del loro disturbo depressivo (Thase 1994).

Molto rimane ancora da studiare e capire.

Ma, poichè si stanno ancora definendo i collegamenti concettuali tra i due approcci, biologico e psicodinamico, la pratica rimane in larga misura ancora empirica anche per quanto riguarda la cura della depressione.

Ritornando ai principi di carattere generale, forse, vale la pena ricordarsi, ancora una volta, che il ruolo dello psichiatra dovrebbe sempre essere quello di aiutare il paziente, piuttosto che rimanere fedele alle proprie inclinazioni tecniche (Gabbard 1994).

Di conseguenza, anche in questo caso, per trattare i pazienti in modo intelligente e competente, serve saper muoversi costantemente tra i due modelli terapeutici.

L'integrazione tra di loro prende corpo dall'atteggiamento dello psichiatra, disponibile e aperto, sia per spiegazioni di tipo somatico, che psicologico per ogni sintomo rilevato e/o riferito e per ogni elemento della storia del paziente e, contemporaneamente, attento e sensibile agli aspetti transferali e controtransferali della relazione (Giavedoni 1994)."

 

Questo documento è tratto da Quaderni Italiani di Psichiatria, edito da Masson, n° 4, volume XVII, agosto 1998, dall'articolo ivi pubblicato "Integrazione tra farmacoterapia e psicoterapia nel trattamento della depressione", il cui autore è 

A. Giavedoni, Psichiatra

 

 

Gli argomenti trattati vogliono indubbiamente mettere in rilievo il fatto che oggi gli operatori sanitari informati opportunamente e specialisticamente su cervello e psiche, devono considerare, per la maggior parte delle forme depressive, la psicoterapia e la farmacoterapia imprescindibili l'una dall'altra.

Nel seguito dei documenti che saranno pubblicati in questo sito, si cercherà di mostrare esaurientemente il fondamento clinico e scientifico di questo argomento e contemporaneamente si cercherà di mostrare l'inutilità, se non in molti casi la dannosità, di anacronistiche affermazioni su terapie psichiche fondate esclusivamente sulla psicofarmacoterapia, oggi inopportunamente dilaganti su televisione, carta stampata, rete e così via, magari accompagnate da esaltanti previsioni di splendide guarigioni. Voglio insistere sul fatto che questo trionfalismo sugli psicofarmaci, non solo si riferisce a non veritieri percorsi della cura farmacologica, ma innesca nell'utenza sofferente ( il paziente psicologico ) un'illusione ideale circa il come potrà venire fuori dalla sua sofferenza depressiva e ansiosa. Questa illusione, che risulta spesso disattesa dai risultati reali delle monoterapie psichiche, cioè quelle eseguite soltanto con i farmaci, spesso produce, in seguito, un inchiodamento della depressione. Mi riferisco al fatto che non di rado giungono in psicoterapia pazienti frustrati dalle delusioni circa precedenti ripetuti cicli psicofarmacoterapeutici e dunque in quel momento protesi a cercare di fuggire dai farmaci, magari adesso idealizzando le aspettative sulla psicoterapia. Questa situazione, non infrequente, complica non poco l'intervento che si deve andare ad organizzare. Occorre infatti, in questi casi, oltre che aiutare il paziente a smitizzare le attese sulla cura psicoterapeutica, anche aiutarlo a riconquistare la giusta fiducia verso gli psicofarmaci, che ancora una volta dovrà effettivamente tornare ad assumere durante il percorso di psicoterapia, ma ovviamente stavolta seriamente informato dei limiti di ciò che può aspettarsi dai farmaci e seriamente informato che gli stessi circoscritti benefici possibili dai farmaci, devono essere consolidati da un contemporaneo riaggiustamento della sua organizzazione cognitiva, ottenibile con i procedimenti psicoterapeutici. In questo modo il 'paziente' conquista il fatto di essere innanzi tutto 'persona', si autoresponsabilizza nel percorso della cura, impara a gestirsi lo strumento farmacologico, smette di credere che la sua depressione sia una malattia paragonabile ad una qualsiasi malattia d'organo infettiva o dismetabolica semplicemente curabile con le medicine e si appropria invece della responsabilità mutativa verso il suo sistema di pensieri, imparando a cogliere in esso la valenza di sorgente delle conseguenze emozionali e comportamentali, che caratterizzano il suo stile depressivo. A questo punto vi sono più possibilità che possa accettare i farmaci nel loro ruolo, godendo dei loro benefici come un'occasione importante di alleviamento sintomatico da sfruttare per esercitarsi, in psicoterapia, alla conquista di nuove ottiche di pensiero, diverse dalle precedenti che provocavano conseguenze sul versante depressivo.

Evitare che proliferino questi casi, è compito degli psichiatri e dei neurologi che, per la loro specifica posizione sanitaria normalmente trattano i pazienti esclusivamente somministarndo gli psicofarmaci. Ma è anche compito di qualunque altro medico, anche generico, che spessissimo si ritrova a dover trattare sindromi psicopatologiche conclamate, o mascherate nel corpo sotto forma delle svariate sintomatologie somatiche psicogene.

E' auspicabile che tutti gli operatori sanitari possano essere specialisticamente informati su questo argomento, in modo da comprendere e far comprendere al paziente, che qualunque sofferenza psicologica è composta come una medaglia a due facce: neurochimica e mentale. In tutti i casi la persona che soffre ha organizzato un'elaborazione complessa di suoi pensieri su se stesso, sugli altri e sul mondo attorno a lui e nessun farmaco al mondo potrà mai rieducarlo in quella elaborazione complessa dei suoi pensieri. Per cui, pur riequilibrando il metabolismo neurochimico per mezzo dei farmaci, il paziente, se non interviene sui suoi pensieri, si ritroverà a continuare a vedere se stesso, gli altri e il mondo dal suo solito punto di vista e tuttavia, artificialmente, a non sentire più come prima i sintomi. Questo lo porrà in una posizione di scissione fra ciò che pensa e come pensa e ciò che sente e come sente. Se non dovessero intervenire fortuiti eventi casuali, egli, ben presto, ripristinerà il suo modo di sentire coerente con ciò che pensa e che non aveva potuto modificare assumendo soltanto i farmaci. Così spesso ritorna apertamente la sintomatologia depressiva e se si cercherà di affrontarla soltanto con ripetuti cicli farmacologici, non si finirà mai, perchè quel paziente continuerà a rimanere nella necessità di un intervento sulla organizzazione dei suoi pensieri.

Per questo ai farmaci bisogna rigorosamente abbinare la psicoterapia.

 

 

 

 
 
 

-Dott. Sergio Angileri - aut. san. N.2573/95 , 7/8/95 - Ordine Psicologi Sicilia N°480-
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