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Internet Related Psychopathology: primi dati sperimentali, aspetti clinici e note critiche
Internet-related psychopathology: first experimental data, clinical aspects and critical notes


1 Catani V.
L’apocalisse del corpo.
Website: http//delos.fantascienza.com/delos37/apocalis.html.

2 De Carli L.
Internet: memoria e oblio.
Torino: Bollati Boringhieri Ed. 1997.

3 Holland N, Suler J.
The psychology of cyberspace.
Website: http//www1.rider.edu/~suler/psycyber.html.

4 Leland J.
Cit. in Catani V. L’apocalisse del corpo.
Website:
http//delos.fantascienza.com/delos37/apocalis.html.

5 Turkle S.
La vita sullo schermo.
Roma: Apogeo Ed. 1997.

6 Siracusano A, Peccarisi C.
Internet Addiction Disorder.
In: Lo Psichiatra Italiano. Milano: Hippocrates 1997.

7 Cantelmi T.
I navigatori dell’ Oceano Internet: IAD, IRCfilici e Mudmanici.
Relazione, III Convegno Nazionale ARFN, con il patrocinio SIFIP, Roma, Aprile 1998.
In: ATTI Le dimensioni virtuali dell’uomo. Roma: edizioni ARFN 1999.

8 Aguglia E, e Coll.
Computer: un’alternativa al dolore ed alla solitudine.
Alghos-Pathos nella filogenesi dell’uomo. Veroli 16-19.5.96.

9 Cantelmi T, D’Andrea A.
Psicopatologia della comunicazione virtuale: fenomeni di Internet-dipendenza.
In: AAVV. La realtà del virtuale. Roma: Laterza Ed. 1998.

10 Cantelmi T, Talli M.
Fenomeni correlati all’Internet Addiction Disorder: prime esperienze in Italia, aspetti clinici e note critiche.
Psicologia Contemporanea 1998;150:4-11.

11 Talli M, D’Andrea A, Cantelmi T.
Strumenti per la valutazione della IAD-PCU: review on-line.
Formazione Psichiatrica 1998;1/2:77-88.

12 Young K.
Center for on-line addiction.
Website: http://www.netaddiction.com/

13 American Psychiatric Association.
Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorder (DSM-IV).
Whashington DC: American Psychiatric Press 1994.

14 D’Andrea A, Talli M, Cantelmi T.
Comunicazione virtuale e cyberpsicoterapie: problematiche psicopatologiche e note critiche.
Formazione Psichiatrica 1998;1/2:39-45.

15 Hathaway SR, McKinley JC.
MMPI-2 Minnesota Multiphasic Personality Inventory-2.
Firenze: OS 1993.

16 Caprara GV, Barbaranelli C, Borgogni L.
BFQ Big Five Questionnaire.
Firenze: OS 1993.

17 Young K.
Caught in the net.
New York: John Wiley and Sons 1998.

18 Young K.
Internet Addiction: The emergence of a new clinical disorder.
Website: http//www.pitt.edu/~Ksy.

19 Caretti V.
Psicodinamica della trance dissociativa da videoterminale.
In: Cantelmi T, Del Miglio C, Talli M, D’Andrea A, eds. La mente in internet: psicopatologia delle condotte on-line. Padova: Piccin 1999.

20 Cantelmi T, Del Miglio C, Talli M, D’Andrea A.
La mente in internet: psicopatologia delle condotte on-line.
Padova: Piccin 2000.

 



 

   
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Foto Getty Images
Internet può dare dipendenza
Lo dice una ricerca italiana

Internet è paragonabile a una vera e propria droga, pertanto in grado di dare dipendenza a chi la usa. Questo almeno è quanto sostengono alcuni ricercatori italiani del Centro Studi del Gruppo Abele. La ricerca, dal titolo "Trance dissociative e Internet dipendenza: studio su un campione di utenti della rete", è stata pubblicata dal Giornale Italiano di Psicopatologia e descrive due delle principali patologie indotte da Internet : la Trance Dissociativa da Videoterminale e la Dipendenza da Internet.

Secondo quanto riportato sul sito ufficiale dell’organizzazione, la ricerca, vista la notevole diffusione di Internet, non si propone con finalità cliniche ma piuttosto epidemiologiche! Preso in esame un campione composto da 220 soggetti suddivisi in due gruppi, entrambi di 110 individui.

Il primo gruppo era composto da utenti che utilizzavano Internet per almeno 3 ore al giorno, mentre il secondo da individui che non utilizzano Internet o comunque navigavano sul Web per un numero bassissimo di ore alla settimana. Le differenze tra i due gruppi di utenti sono state subito ben visibili ai ricercatori. Chi utilizza la Rete presenta una nuova forma dipendenza denominata “Internet Addiction Disorder” che provoca una serie di disturbi dissociativi.

In difesa di Internet, ormai parte integrante della vita di moltissimi italiani, va detto essere uno strumento importantissimo che in tanti, compresi noi di GT, utilizziamo per lavorare, spesso e volentieri anche oltre le 8 ore giornaliere.

E’ probabile che questo strumento possa dare dipendenza, non ci sentiamo di difenderlo ma neppure di demonizzarlo. I cellulari, la televisione e anche le console di videogiochi danno dipendenza, tuttavia come per la TV, anche Internet, se usata moderatamente, non ci pare proprio un pericolo per la nostra salute.

Redazione GT



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Internet e nuove dipendenze

 


Per approfondire
La ricerca del Professor Tucci sull'uso della chat da parte degli adolescenti

 

 

 


Internet e nuove dipendenze
sesto appuntamento del ciclo Il disagio invisibile

di Elena Rosci

Un rapporto ossessivo con internet può trasformarsi in vera e propria dipendenza e dare assuefazione; ma per curarlo, soprattutto se il soggetto è un adolescente, non si può semplicemente estirpare il sintomo, con un programma di diasssuefazione. L'adolescente sta vivendo uno scacco evolutivo di cui deve diventare consapevole per poter riprendere il suo percorso di crescita.

Quanto prima dell'estate ho parlato con Silvia Vegetti Finzi di questo ciclo di incontri mi sono messa a pensare all'argomento del mio intervento: le nuove dipendenze.
Ci pensavo andando verso casa, come mi capita spesso quando la sera ho ancora decisioni in sospeso. Pensando a questo e a quello a volte spunta come un regalo inaspettato un'idea originale e con essa la felicità della mente. Ma per le nuove dipendenze non trovavo una traccia convincente.
Parlare di ecstasy e di pasticche, delle droghe sintetiche che hanno invaso il mercato negli anni Novanta, non mi convinceva. È una nuova dipendenza? Dopo una decina d'anni direi di no. Si tratta piuttosto di un fenomeno già datato del quale non sappiamo molto per le poche risorse spese nella ricerca di base, per la scarsa attitudine dei ragazzi che usano pasticche a chiedere aiuto clinico, per l'estrema variabilità dei principi attivi presenti nelle nuove droghe, perché le discoteche, luogo elettivo per incontrare i consumatori, sono esse stesse ambienti stupefacenti il che impedisce di creare il clima riflessivo necessario sia al colloquio sia all'intervista.
Allora quali nuove dipendenze?
Fu così che pensai a una adolescente che ho incontrato nel mio studio quest'anno: Anna. Secondo lo psichiatra americano Ivan Goldberg sarebbe stata affetta da Internet addiction disorder, disturbo da dipendenza da internet.

Anna, mi raccontavano i suoi genitori, è incollata al computer. "Come molti ragazzi", osservo io. Allora mi spiegano che da quando per il compleanno ha avuto una linea internet tutta sua non ha fatto altro che chattare. Nell'arco di quattro mesi ha smesso di frequentare gli amici, ha abbandonato lo sport (pattinava sul ghiaccio), il suo profitto scolastico è crollato. Non studia neanche un minuto. I genitori stimano che chatti per cinque o sei ore al giorno, una quarantina d'ore la settimana. A parte il tempo per frequentare la scuola formalmente, mangiare e dormire (poco), non resta altro che la chat. La vita di Anna infatti è tutta lì. I genitori sono allarmati e esterrefatti. Che cosa può essere successo ad Anna? Perché si comporta in un modo tanto incomprensibile? Perché è così cambiata, testarda e impermeabile ai loro richiami?
Quando incontro Anna lei si schiera veloce al fianco della psichiatria americana e dei suoi genitori:
"Sono qui perché chatto troppo", dichiara.
"Se lo fai avrai i tuoi motivi", suggerisco. Mi guarda sorniona.
"Ma lei da che parte sta?"

Anna è una ragazza esile, ha quattordici anni e frequenta il primo anno di un istituto tecnico della provincia milanese. Sembra un tipo tenero e tosto a un tempo, una bambina e "una ragazza che se potesse diventerebbe heavy metal", come lei stessa si definisce.
Se a Anna avessero somministrato il test elaborato da Kimberly Young, psicologa dell'Università di Pittsburg, per valutare il livello di internet-dipendenza, avrebbe risposto "sì" a tutte le domande, sarebbe stata giudicata assai dipendente e inserita in un programma di tipo cognitivo-comportamentale di disassuefazione.
Quando Anna venne da me, non conoscevo ancora il questionario della dottoressa Young, non sapevo che una nuova patologia fosse in stand by per essere inserita nel DSM e quindi mi sentii libera di muovermi come al solito.

La metodologia del gruppo "Il Minotauro"
Essere adolescenti e chiedere una consulenza all'istituto Minotauro dove lavoro, significa trovarsi di fronte a uno psicologo clinico di formazione psicoanalitica. Tale definizione è assai vaga e infatti non dà l'idea di quel che facciamo, del modello teorico che ci ispira, del clima relazionale nei colloqui con gli adolescenti, della tecnica che utilizziamo. Dopo una brevissima premessa vi racconterò qualcosa di Anna e potrete osservare voi stessi "sul campo" alcune caratteristiche del nostro intervento.
In linea con la tradizione psicoanalitica per noi un sintomo non va estirpato né eliminato, va piuttosto preso in serissima considerazione in quanto "gronda" di significati sulla vita affettiva del soggetto fin nelle sua dimensione più intima e profonda.

Questa concezione potrebbe indurci a seguire una linea di ascolto, tipica della tradizione psicoanalitica classica, caratterizzata da un atteggiamento remoto, rarefatto e latente in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a perdere la loro funzione di registi della nostra esperienza sensoriale facendo emergere contenuti psichici preziosi e imprevisti.
Noi seguiamo tutt'altra tecnica con gli adolescenti, privilegiando l'analisi della dimensione conscia e preconscia della loro vita mentale, dimensioni con le quali il nostro paziente-adolescente ha spontaneamente una certa dimestichezza.
Fin dalle prime battute instauriamo infatti con l'adolescente in crisi un dialogo piuttosto serrato volto a fare un bilancio della sua situazione evolutiva.
La nostra ipotesi infatti è che l'adolescente che soffre si trovi in una condizione di scacco in uno dei suoi compiti di sviluppo: la separazione dalla nicchia affettiva primaria e l'abbandono dell'immagine infantile di sé, la mentalizzazione del proprio corpo erotico ovvero l'elaborazione psichica della avvenuta maturità sessuale, la costruzione di ideali propri, la nascita sociale.

È fuor di dubbio che il modo nel quale si dipanano le passioni adolescenziali sia influenzato dall'infanzia e dalle sue vicissitudini, ma l'adolescente immerso nel presente e proiettato verso il futuro non si avvantaggia di una connessione fra i problemi del presente e le dinamiche inconsce della vita passata. Il passato in consultazione coincide sostanzialmente con la ricostruzione della biografia affettiva del soggetto e non col recupero di aspetti rimossi e dimenticati.
Quando dunque chiedo ad Anna "come andavano le cose prima" è evidente per entrambe che per prima si intende "prima della chat" e non la prima infanzia.

Anna

Anna è oggi studentessa di prima superiore. Mi parla di sé alle medie come di una ragazza serena ma annoiata. Nella sua vita vi è stata infatti una forte continuità fra infanzia e preadolescenza. Stessi compagni, stesso sport, "sempre la stessa solfa" come lei stessa commenta. Negli ultimi mesi della terza media Anna medita di produrre una forte discontinuità nella sua vita: di abbandonare la sua identità infantile per rinascere. In questa prospettiva assume alcune importanti decisioni. Sceglierà una scuola lontana da casa, dove nessuno l'abbia conosciuta da bambina, romperà i rapporti con amici e compagni di sempre in quanto custodi di una identità infantile non più tollerabile, smetterà di fare sport eliminando così ogni legame residuo con il suo quartiere, il luogo della sua infanzia.

"Come ti immaginavi la scuola superiore?", le chiedo.
Mi descrive un ambiente fortemente idealizzato. Mi colpisce il fatto che Anna nel corso dell'estate fra le medie e le superiori ne avesse idealizzato ogni aspetto in modo davvero ridondante.
Un palazzo imponente, professori un po' severi ma simpatici, ironici, tipi alternativi che ti capiscono con uno sguardo, giovani, sui 35 anni, materie nuove e interessanti e poi i compagni un po' trasgressivi, "ganzi", tutti che si riconoscono e si salutano nei corridoi. Anna come stai? Anna dove vai? Ciao Anna!
Prima di arrivare al primo giorno di scuola, Anna aveva già sognato e vissuto tutto questo con una precisione di dettagli che lasciavano spazio a sogni esaltanti dei quali si nutriva come di una dolce medicina.
Di fronte alla realtà il sogno, come era prevedibile, crollò miseramente. Il palazzo era grande ma sporco e non le apparve imponente, i professori cortesi e distanti, a volte noiosi, insomma senza infamia e senza lode, i compagni erano già amici fra loro, si conoscevano dalle medie, erano quieti e spaventati dal nuovo ambiente, non erano affatto trasgressivi, ma piuttosto sembravano piccoli esattamente come i suoi compagni di terza media. Nei corridoi nessuno la riconosceva, nessuno la chiamava o si rivolgeva a lei. Nella nuova realtà era come se lei non esistesse, le era chiaro ora che lì nessuno la stesse aspettando e che tutti potevano fare benissimo a meno di lei. Il luogo tanto sognato risultò tanto deludente da farle sentire una dolorosa morsa allo stomaco e gli occhi le si riempirono di lacrime di rabbia e di sconforto.

Il colpo fu durissimo, ma Anna non lo capì se non durante i nostri colloqui.
Da settembre fino al suo compleanno con relativo arrivo del computer cercò di rialimentare il suo sogno, di tenerlo in piedi in qualche modo, ma senza convinzione in quanto ormai si era irrimediabilmente infranto. "Magari ci fosse una occupazione! Forse i ragazzi delle altre sezioni sono meglio", pensava tra sé e sé. Ma già alla fine di novembre i suoi erano diventati pensieri fiacchi, come il suo umore, sempre più triste. Il sogno di una felice metamorfosi da bambina a adolescente tosta, tenera e trasgressiva si era infranto e con esso il senso stesso di vivere il presente. Per non parlare del futuro che nell'estate le appariva smagliante e a novembre non esisteva più. È a dicembre che Anna pensa al suicidio, in modo vago, non operativo, ma insistente e non ne fa parola con nessuno.

Arriva il suo compleanno e la nonna accoglie la richiesta di un computer nuovo. Anna ci tiene a viaggiare in Internet, a vedere com'è.
L'ingresso in una chat line è un'esperienza folgorante per Anna. Tutto quello che aveva sognato e non trovato nella scuola superiore lo trova in chat: adulti alternativi, coetanei ganzi e lei è così brava a comunicare che diventa la mascotte del gruppo. Nel giro di due o tre settimane chatta in ogni momento libero, anche sei o sette ore al giorno, la domenica di più. Quando entra in chat tutti la salutano entusiasti e quanto a tarda notte deve uscire, perché si addormenta letteralmente sulla tastiera, tutti se ne dispiacciono.
La comunità virtuale della chat satura i bisogni di appartenenza di Anna che ha deciso di uscire dall'infanzia ma non ha ancora trovato un posto dove sperimentare la sua nuova immagine di sé. La chat, e connessa l'esperienza delle relazioni virtuali, le offre un contesto nel quale rinascere e inoltre la possibilità di idealizzare un'esperienza senza rischiare di essere smentita dai fatti. Chattare diviene così la cosa più importante nella sua vita e assume una valenza totalizzante. Ora la chat è la sua casa, vi trova calore, amicizia, sostegno. Tutto ciò che le serve per lenire il dolore e la mortificazione sperimentata nei primi mesi di scuola superiore.

Il grande assente delle relazioni virtuali è il corpo, ma di questo Anna si compiace. L'assenza del corpo infatti che con la sua consistenza ci induce alla coerenza in merito alla nostra identità, consente ad Anna di far coesistere passato e futuro. In chat infatti non ha paura di bamboleggiare un po' come una bambina piccola e di essere un'adolescente trasgressiva a un tempo. Se non sopportava più di essere la bambina dei suoi genitori, accetta volentieri il ruolo della piccolina nel gruppo della chat anche perché tale ruolo viene affiancato da quello nuovo e intrigante della ragazza trasgressiva e arrabbiata con il mondo che la circonda, già provata dalla vita, che Anna vuole diventare. On line il caleidoscopio delle immagini di sé viene interpretato da Anna con disinvoltura e grande soddisfazione.
Nella chat riesce quindi a essere come si sente: una bambina dipendente e paurosa e una ragazza già navigata che ha già provato esperienze difficili. In qualche modo in chat riesce a esprimere parti di sé autentiche ma vissute come antitetiche e che quindi nella sua vita sociale non trovano spazio.

"Tornare indietro non si può più"
La separazione dall'infanzia, compito evolutivo ineludibile si era inceppata agli albori dell'adolescenza esponendo Anna a un dolore insopportabile.
Ella aveva voluto infatti strapparsi di dosso la sua immagine infantile, profondamente amata, per paura di rimanervi invischiata e di non poter quindi nascere come donna. Per abbandonare la calda nicchia dell'infanzia la denigrò a supporto di tale processo idealizzò il futuro, che temeva, per renderlo abbordabile e amico. Solo il suo estremo attaccamento all'infanzia e la paura del futuro ad esso relativa spiegano infatti l'idealizzazione strepitosa che Anna sviluppò intorno alla scuola superiore.
Lo scontro fra sogno idealizzato e realtà espose Anna a una delusione e a un senso di blocco tanto forti da evocare il pensiero della morte. L'impatto con la scuola superiore l'aveva esposta alla sensazione di trovarsi in una terra di nessuno, non più la bambina che era stata e non ancora l'adolescente che voleva essere ("tornare indietro non si può" mi disse disperata).

Quando arriviamo a questo punto della consultazione psicologica e della ricostruzione di ciò che le era accaduto dico a Anna che la chat non è il suo problema quanto piuttosto la cura della sua malinconia, dell'estremo isolamento nel quale si era trovata. Anna accetta questa ipotesi e lavora su che cosa vuole curare con la chat.
Una grande occasione per Anna che ridendo e piangendo, a tratti bulla a tratti compassata fa un bilancio della sua esistenza. Un bilancio non facile nel quale fra morti e feriti, invidie fraterne e desideri di vendetta spicca lei stessa da bambina: una figuretta buffa, amata da tutti per la quale prova una struggente nostalgia ma che giudica impresentabile sulla scena adolescenziale.

Una terapia del comportamento volta a "ridurre l'uso di internet per fare del tempo un uso più proficuo" come si esprime Patrica Fallace, psicologa americana di formazione comportamentista, forse avrebbe allontanato Anna dalla chat e dai suoi rischi prima e meglio, ma ella sarebbe divenuta così l'oggetto e non il soggetto della cura con effetti negativi sulla sua esistenza.
Una strategia, quella della disassuefazione, che non condivido in quanto la scomparsa del sintomo non restituisce il soggetto a se stesso e al suo futuro e ciò è tanto più grave con un adolescente ancora in formazione.
Anna poté invece sperimentare un breve viaggio nella propria mente, un viaggio a tratti doloroso, ma utile per la consapevolezza di sé, per fare un bilancio esistenziale volto a riannodare presente e passato quel tanto che basta per ritrovare la speranza di un futuro che allontanando i fantasmi di morte riattiva un percorso di crescita temporaneamente interrotto.

 



 

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Le Rubriche: in Libreria

CURIOSANDO IN LIBRERIA

"Presi nella rete": la dipendenza psicologica da Internet

2 giu 2000

Il lato oscuro della "grande rete", quello dietro il quale si conterebbero migliaia di persone per le quali Internet è un'autentica potentissima droga, viene affrontato con taglio divulgativo nel volume intitolato Presi nella rete. Intossicazione e dipendenza da Internet (Kimberly S. Young, ed. Calderini, 23.000 lire). Un titolo che non lascia margini a dubbi, per il primo libro in assoluto che affronti con chiarezza e rigore scientifico il fenomeno, discusso e controverso, della dipendenza on line considerandone seriamente gli effetti psichici e pratici sia sugli individui colpiti sia sui loro familiari (sfera affettiva, lavoro e contatti sociali sarebbero i primi ad essere sacrificati sull'altare delle connessioni telematiche).
Il curriculum dell'autrice, del resto, la dice lunga sui suoi intenti di studiosa.
La dottoressa Young, infatti, è professoressa associata di Psicologia presso l'Università di Pittsburgh (USA). Fondatrice del Centro per la Dipendenza Online (COLA), che fornisce consulenza a istituzioni educative, cliniche psichiatriche ed aziende che si occupano dell'uso distorto di Internet, è stata la prima ricercatrice a interessarsi ai comportamenti psicopatologici legati al web. Ricco d'osservazioni, di dati clinici e di narrazioni al tempo stesso affascinanti e inquietanti "Presi nella rete" - frutto di uno studio condotto sul campo e durato tre anni - analizza a fondo una realtà di cui si sta iniziando a parlare anche in Italia e nella quale potranno già identificarsi molti "navigatori" nostrani: connessioni sempre più lunghe, alterazione del ritmo sonno-veglia, chat, sesso virtuale, astrazione dalla realtà etc.

Per qualcuno, sostiene la psicologa americana, il cyberspazio diventa un mondo parallelo a quello vero e ben più ammaliante: il web può rivelarsi come un universo magico che - se non compreso ed utilizzato "a piccole dosi" - rischierebbe di far perdere ogni contatto con la realtà. E' quel che è avvenuto agli uomini e alle donne e ai ragazzi che emergono dalla ricerca, diventati «prigionieri in un mondo parallelo di chat room senza fine, antri fantastici, tane di mostri e violenze, bacheche elettroniche che contengono più voci dell'elenco telefonico di una cittadina» e «totalmente catturati da un'esperienza molto diversa da quella che potreste immaginare».

Nella prefazione il prof. Tonino Cantelmi, lo psichiatra che ha avviato in Italia le prime ricerche sulle psicopatologie online (tra i suoi titoli annovera la docenza in più sedi universitarie), conforta questa tesi e scrive che «è prevedibile che nei prossimi anni, con l'inarrestabile espansione della rete e la sua accresciuta accessibilità per gli adolescenti ed i giovani, il libro della Young costituirà un autentico punto di riferimento per la comprensione del fenomeno» delle psicopatologie legate al dissennato uso di Internet.

Il rischio di restare intrappolati "nella rete" è molto alto per tutte le fasce d'utenti. Nella categoria degli "Internet drogati" rientrano, però, soprattutto soggetti che problemi emotivi o psichici li avevano già prima di collegarsi con il web. E' chiaro, poi, che la trappola seducente scatta più facilmente per le persone insicure o insoddisfatte, che nel mare virtuale "naufragano" nel tentativo di sfuggire ad una quotidianità pesante e ad una serie di difficoltà. I problemi da cui si vuole fuggire sarebbero almeno dieci, precisamente in quest'ordine: solitudine, insoddisfazione nel matrimonio, stress collegato al lavoro, noia, depressione, problemi finanziari, insicurezza dovuta all'aspetto fisico, ansia, lotta per uscire da altre dipendenze, vita sociale limitata.

Quale ausilio d'indubbia utilità pratica, infine, nel libro l'autrice propone un test d'autoanalisi (semplice, ma validato attraverso correlazioni cliniche su centinaia d'utenti): rispondendo onestamente ad una serie di quesiti, il lettore stesso potrà valutare il suo eventuale grado di dipendenza. Dopo di che, vengono suggerite venti «strategie di disintossicazione» off line: ciascuno potrà scegliere quella che meglio si addice al suo caso. Obiettivo: integrare Internet nella propria vita senza per questo farsene fagocitare, non lasciarsi catturare dall'Internet-mania e sfruttare la rete per lavoro, informazione o divertimento. Come fa, in effetti, la maggior parte dei navigatori del cyberspazio.

Sei Internet-dipendente?
Come fare a sapere se si è già intossicati da Internet e se il proprio comportamento mostra segnali di dipendenza psicologica? Non si tratta di misurare il tempo trascorso davanti allo schermo, ma l'eventuale danno provocato nella nostra vita. Quali conflitti sono emersi in famiglia, nel rapporto di coppia, nel lavoro o negli studi?
In occasione dell'uscita dell'edizione italiana del primo libro al mondo dedicato a quest'argomento, la casa editrice Calderini ha realizzato anche il sito web
http://www.presinellarete.it.
Chi si collega potrà verificare il proprio rapporto con la "rete", facendo on line il test di autoanalisi tratto dal volume della dottoressa Kimberly S. Young (che è stato la base delle ricerche condotte su centinaia di utenti) e ricevendo l'esito in tempo reale.
Nello stesso sito si potrà anche partecipare ad un'indagine e rivolgere domande all'autrice di "Presi nella rete".

Per saperne di più:
http://www.presinellarete.com/
http://www.netaddiction.com
http://www.psychoinside.it

Rita Rutigliano


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(in inglese)

 

La ricerca sulla "Internet Addiction"

Sintomatologia della "Internet Addiction"

"Mental Health Net" contro la ricerca sulla "Internet Addicion"

Il sito dei Netaholics


 

"Internet addiction": uno studio di una psicologa americana
la colloca tra il gioco d'azzardo, la bulimia e il tabagismo

Una tecno-patologia
molto alla moda

di CLAUDIA DI GIORGIO

Vi collegate a Internet ogni giorno, senza eccezioni, più e più volte al giorno? Perdete la nozione del tempo quando siete in linea? I vostri familiari si lagnano perché state troppo al computer? I vostri rapporti sociali "dal vivo" si fanno sempre più scarsi, mentre si intensificano quelli telematici? Attenzione: se avete risposto sì a tutte queste domande, ci sono discrete probabilità che siate alle soglie di una forma patologica di dipendenza dalla Rete. Ad affermarlo è una giovane psichiatra americana, la dottoressa Kimberly Young, la cui relazione sulla "Internet Addiction" ha messo in subbuglio il congresso annuale dell'American Psychiatric Association, in corso in questi giorni a Chicago. Attraverso un questionario online, la Young ha esaminato 396 soggetti Internet-dipendenti e ne ha concluso che la sindrome da Internet-dipendenza esiste e va classificata tra le dipendenze cosiddette comportamentali, come il gioco d'azzardo o la bulimia. Non una tossicodipendenza, dunque, perché non vi sono coinvolte sostanze, ma non per questo meno pericolosa.

Chi ne soffre non frequenta Internet per necessità o per svago, ma rispondendo a un impulso irrefrenabile e soprattutto incontenibile: secondo la Young, il segno principale della sindrome è la perdita della capacità di limitare il tempo trascorso in Rete, a detrimento di ogni altro impegno. La durata interminabile dei collegamenti è infatti una caratteristica immancabile della "cyberdipendenza", ore ed ore col modem acceso, mentre le altre attività e gli altri rapporti passano in secondo piano, fin quasi a scomparire dal panorama quotidiano ed affettivo dell'Internet-dipendente. Sono i luoghi dell'incontro, in cima a tutti chat e giochi di ruolo online, a calamitare irresistibilmente le vittime dell'"Internet Addiction", che sostituirebbero ai contatti "reali" i legami telematici, usando Internet, dice la Young, "per eludere i propri problemi o sfuggire alle angosce". A questo si associa una "voglia di Rete" che la psicologa paragona alla voglia di sigaretta dei tabagisti. E naturalmente, l'impossibilità di collegarsi provoca un disagio profondo, un senso di privazione e di angoscia che può arrivare fino a una vera e propria crisi d'astinenza.

Ma quanto c'è di vero in tutto questo? Di "Internet Addiction" si parla da tempo, ma quella della Young è la prima ricerca empirica sull'argomento, che vada al di là dell'aneddotica sui ragazzini che smettono di mangiare, dormire e studiare per collegarsi a un gioco di ruolo o sulle "cybervedove", abbandonate dai mariti a favore di un chat. Oltre al questionario, la Young ha intervistato, telefonicamente o di persona, molti dei suoi soggetti, raccogliendo dettagliate testimonianze sul decorso della loro "patologia". Tuttavia, lo studio della psicologa americana risente di un grosso difetto di fondo. Tutti i partecipanti erano volontari, raccolti sulla base di annunci che cercavano "avidi utenti Internet", e dunque il suo campione non ha alcun valore statistico, ma riguarda un ristretto gruppo di persone che in certa misura si autodefinisce in partenza "cyberdipendenti". Non ci dice, insomma, quale percentuale di utenti della Rete sia caduta vittima dell'Internet-dipendenza e quindi non getta alcuna luce sulle potenzialità additive intrinseche della Rete, ammesso che ve ne siano. Le dipendenze comportamentali, infatti (ma secondo alcuni studiosi, tutte le dipendenze senza eccezione), richiedono comunque una determinata personalità di base.

In teoria, qualunque attività che produce piacere può provocare dipendenza se una persona manca degli elementi di appoggio (lavoro e rapporti affettivi soddisfacenti, ad esempio) in grado di costituire un principio di realtà sufficientemente forte da equilibrare la ricerca del piacere a tutti i costi. Non va inoltre dimenticato che il giudizio sociale ha un grosso peso nel determinare il concetto di dipendenza: come distinguere, ad esempio, un "work-aholic", una persona lavoro-dipendente, da una persona di grande impegno professionale?

Secondo la ricerca, inoltre, la maggioranza dei soggetti Internet-dipendenti è composta da donne di mezza età, in netto contrasto con la demografia del popolo della Rete, in cui ilo rapporto tra presenza maschile e femminile è ancora di tre-quattro a uno. Questo dato potrebbe far pensare a una specifica "vulnerabilità ad Internet" in uno specifico gruppo, ma la stessa Young riconosce che la maggiore presenza femminile è probabilmente legata a una più forte disponibilità a discutere i propri problemi emotivi.

Non bisogna poi dimenticare che la visione del computer come elemento desocializzante è una posizione più ideologica che scientifica. Non sono pochi gli studiosi che sottolineano come la frequentazione diretta e continuativa del proprio prossimo non sia automaticamente una garanzia di equilibrio né di una vita personale soddisfacente. Nè va dimenticato che il giudizio sociale, che ha un grosso peso nel determinare il concetto di dipendenza. Non a caso John Grohol, direttore di "Mental Health Net", la migliore risorsa Internet sui problemi mentali, intervistato dalla rivista Wired, ha affermato che qualunque attività spinta agli estremi è patologica: "Ma noi non etichettiamo gli estremismi come dipendenze", ha aggiunto. "Come dovremmo definire chi passa dieci ore al giorno sui libri?".

La psicologa americana conclude comunque diagnosticando la pericolosità del cyberspazio, dove una "vita di fantasia può far emergere aspetti repressi dell'Io", con un meccanismo alla dottor Jekyll e Mr. Hyde. E raccomanda alla comunità psichiatrica di concentrarsi sul problema, aumentando le ricerche ed applicando interventi terapeutici specifici per i cyberdipendenti. Lei, nel frattempo, si è già messa all'opera: Kimberly Young è infatti la fondatrice del COLA (Center for On Line Addiction), e ha già rilasciato un numero impressionante di interviste sull'Internet Addiction, qualificandosi senza ombra di dubbio come la profetessa ufficiale della tecno-patologia più alla moda di questo scorcio di millennio.

(19 agosto 1997)

 



 

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   SCIENZA & TECNOLOGIA
E' nata una psicopatologia dovuta all'abuso del Web
Nella sindrome da Rete gli stessi sintomi dei tossicodipendenti
I malati di Internet
di UMBERTO GALIMBERTI

Se ti svegli alle 3 di notte per andare in bagno e ti fermi a controllare la tua e-mail sulla via del ritorno, se spegni il tuo modem e provi un vuoto terribile perché per te il mondo reale non ha ormai più alcuna consistenza, se passi metà del tuo viaggio in treno o in aereo col portatile sulle gambe, se ridi delle persone che hanno un modem 2400 baud di velocità, se chiami i tuoi figli Eudora, Mozilla, Puntocom, allora è arrivato il momento di farsi curare perché evidenti si sono fatti i segni di quella vera e propria patologia che ricerche americane hanno etichettato Internet Addiction Disorder (disturbo da dipendenza da Internet).

La dipendenza implica tre meccanismi: la tolleranza (per cui si è costretti ad aumentare le dosi di una sostanza per ottenere lo stesso effetto), l'astinenza (con comparsa di sintomi specifici in seguito alla riduzione o sospensione di una particolare sostanza), in "craving" o smania che porta a un fortissimo e irresistibile desiderio di assumere una sostanza, desiderio che, se non soddisfatto, causa intensa sofferenza psichica e a volte fisica, con fissazione del pensiero, malessere, alterazione del senso della fame e della sete, irritabilità, ansia, insonnia, depressione e, nei casi più gravi sensazioni di derealizzazione e depersonalizzazione.

Questi tratti, che sono tipici della tossicodipendenza, del tabagismo, dell'alcolismo, del gioco d'azzardo, dell'attività sessuale irrefrenabile, dell'assunzione di cibo seguita da vomito, oggi sono riconoscibili in quanti fanno un uso eccessivo di Internet per soddisfare sul piano virtuale quel che non riescono a ottenere sul piano della realtà, fino al punto di percepire il mondo reale come un semplice ostacolo o impedimento all'esercizio della propria onnipotenza che sperimentano con immenso piacere nel mondo virtuale.

In riferimento alle patologie sopraelencate, la dipendenza da Internet ha in comune il tratto ossessivo-compulsivo che tende ad aumentare la propria capacità di controllo della realtà. E non c'è dubbio che Internet rappresenti in questo senso il mezzo tecnologico più avanzato, rispetto al quale le crudeli pratiche di controllo (del proprio peso) messe in atto dalle anoressiche appaiono rituali medioevali. Con una differenza però: che la compulsione da Internet si basa sul "piacere" anziché sulla "fobia". E proprio perché si basa sul piacere, anziché sul disagio e la sofferenza, eliminarla risulta molto difficile.

Si prenda ad esempio lo shopping compulsivo online dettato non tanto dal bisogno di eliminare una sensazione spiacevole, quanto dal piacere di catapultarsi in qualsiasi centro commerciale del mondo, frugare incuriosito senza essere visto da nessuno, entrando e uscendo dal negozio in corrispondenza alle proprie esitazioni dettate dall'ansia e dal desiderio, senza suscitare il riso del commesso che, nella realtà, osserverebbe divertito lo svolgersi di questo rituale.

Lo stesso dicasi per il trading online a cui si applicano quanti giocano in Borsa attraverso Internet. Il trader oscilla solitamente tra due estremi: la paura e l'avidità che, quando entrano in cortocircuito, minano le capacità di controllo dell'investitore, spinto da una sensazione di invincibilità a correre rischi sempre più grandi e a prendere decisioni più frettolose. Questo processo viene esaltato da Internet, perché la Rete dà la sensazione di poter tenere sotto controllo la situazione, in quanto permette di conoscere l'andamento dei mercati a qualunque ora del giorno e della notte con la contemporanea possibilità di operare online.

Questa patologia ha un doppio profilo: uno legato alla piacevole perversione angoscia-eccitazione, comune tanto ai giocatori d'azzardo che agli investitori in Borsa, l'altro, tipico degli investitori, legato al bisogno di mantenere un controllo che, non essendo mai sufficiente, porta alla perdita dello stesso. Rispetto al gioco d'azzardo, il gioco in Borsa online è molto più pericoloso perché, grazie alla legittimità che gli viene attribuita, non è attraversato dai sensi di colpa di chi in Rete si accosta ai 700 casinò virtuali oggi esistenti, e quindi manca quel leggero freno che il senso di colpa può indurre in chi perde per aver "giocato", rispetto a chi perde per aver "investito".
E poi le chat, dove uno è libero di usare la fantasia nel presentarsi agli altri e nell'immaginarli. Non è difficile incontrare persone che dichiarano un'identità sessuale diversa da quella reale, così come caratteristiche fisiche, età, occupazione, stato civile. Qui mentire fa parte del gioco perché dà a ciascuno l'euforia di una libertà illimitata e forse, per la prima volta in vita, l'ebbrezza di essere affascinanti, mostrando lati della propria persona che solo in un contesto privo di riscontri visivi, si sente di poter esaltare. In questo modo chi chatta ha la possibilità di realizzare in modo virtuale il proprio ideale dell'io, e di riflesso sentirsi finalmente ideale.
Con queste sensazioni a portata di mano, come fa costui a spegnere il modem e tornare in famiglia o tra gli amici dove nessuno lo crede davvero ideale? A questo punto le ore al computer dedicate allo scambio di informazioni, sensazioni ed emozioni aumentano e diventa difficile passare troppo tempo senza connettersi. Se poi scatta la tentazione di incontrarsi, spesso la realtà non rispecchia le aspettative, allora l'illuso insoddisfatto diventa disilluso, e quello soddisfatto, ma respinto, diventa un depresso. Eppure, nonostante la realtà smentisca il virtuale, non per questo ci si astiene, perché se solo il virtuale dà quello che il reale nega, allora si prende casa nel virtuale, riducendo i contatti reali, quelli a tu per tu, ormai divenuti fonte d'ansia e quindi da evitare il più possibile.

Resta da ultimo il cybersesso, vera e propria dipendenza da sesso virtuale, dove la masturbazione individuale si arricchisce di una rappresentazione condivisa. La possibilità di essere espliciti, offerta dall'anonimato, porta l'utente a scoprire forme di eccitazione prima a lui stesso ignote e accogliere nelle proprie perversioni la loro valenza seduttiva. Giocando con la perversione e l'allucinazione del desiderio si allontana dai rapporti sessuali reali perché, rispetto a quelli virtuali, appaiono troppo insignificanti, troppo limitati dall'opacità della materia.

Per chi vuol saperne di più sulle psicopatologie da Internet e il loro possibile trattamento, consiglio la lettura di Perversioni in rete (Ponte alle Grazie, Milano, euro 13,50) da cui a mia volta ho tratto tutte queste informazioni. Gli autori, Giorgio Nardone e Federica Cagnoni, sono due psicologi cognitivo-comportamentali. Nardone ha lavorato alla scuola di Palo Alto con Paul Watziawick e con lui ha scritto L'arte del cambiamento e Paura, panico, fobie, editi sempre da Ponte alle Grazie. Leggo inoltre sul risvolto di copertina che Nardone ha fondato un Centro di terapia strategica ad Arezzo dove si sono cominciate a curare anche le dipendenze da Internet.
Ma per accedervi penso sia necessario che chi è preso nella "rete" di questa dipendenza si renda conto di essere come un pesce nella rete del pescatore, dove non è possibile salvarsi sbattendo le pinne. E allora la mia domanda è: come può chi accede alla Rete per soddisfare il piacere della propria onnipotenza percepire la propria impotenza e decidere di farsi aiutare? Qui resta ancora qualcosa da pensare. D'altra parte questo tipo di dipendenza è così recente che un po' di tempo ai ricercatori bisogna lasciarlo. L'invito è non pregiudicare la scoperta della specificità di questa dipendenza, appoggiandosi alle conoscenze che già si possiedono sulle sindromi ossessivo-compulsive.

Qui qualcosa di nuovo, che non so identificare, ci deve essere e, visto il numero crescente di persone imprigionate da questa dipendenza, bisogna far presto a trovarlo, anche a costo di andare oltre l'impalcatura teorica su cui oggi si basa la psicologia cognitivo-comportamentale a cui i nostri autori fanno riferimento.

(4 novembre 2002)

 
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I malati
di Internet
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CYBERPSICHE (3°)

Paradisi Virtuali

di Alberto Oliverio e Anna Oliverio Ferraris

 

Benvenuti ad EdenMoo Commons, uno dei luoghi più belli del mondo: qui l'immenso prato è verde-smeraldo, non giallognolo come molti prati spelacchiati per l'incuria o la siccità estiva, le montagne sono nitide, non velate dallo smog urbano, le strade pulite e sicure, fiancheggiate da giardini fioriti, e il torrente che attraversa questo paradiso ambientale emette un armonioso scroscio musicale, non è mai in secca né in piena. EdenMoo Commons, insomma, è un vero paradiso terrestre: ma non rivolgetevi alla vostra agenzia di viaggi per farci una visita perché come molti siti che terminano per MOO, un suffisso simile al <poli> o <grado> o <burgo> che caratterizzava le città di un tempo a seconda della lingua, è un sito virtuale, come BayMoo, stupenda baia raggiungibile e visitabile attraverso AlphaWorld (http://www.alphaword.com/) o uno dei numerosi mondi virtuali raggiungibili via Internet.

EdenMoo e BayMoo, non sono però località talmente solitarie come potrebbe desiderare il turista sofisticato, alla ricerca di città a misura d'uomo e di spiagge deserte: ogni giorno, infatti, esse vengono percorse da centinaia di migliaia di persone, turisti virtuali dotati di una libertà sconfinata. Il turista di questi mondi, sotto le spoglie elettroniche di un <<altro io>> che rassomigli a lui stesso oppure a un simpatico animaletto o a un personaggio su cui proiettarsi, può infatti incontrare chi vuole, aggirarsi per sentieri infiniti, ammirare albe e tramonti, abitare cottage rivestiti dall'edera o più solide case di pietra... Giochi per adolescenti maniaci del computer? Passatempi per intellettuali ludici? Oppure i mondi virtuali rappresentano le frontiere del viaggio altrove, dell'immaginario più sconvolgente e persino della vera vita sociale, come sostiene Nicholas Negroponte del "MIT", grande guru del mondo telematico?

I mondi virtuali, sostengono infatti con Negroponte i cultori di questa tecnologia, offrono qualcosa in più rispetto alla realtà: la possibilità di vivere una sorta di altra vita sotto spoglie diverse e l'occasione di comunicare organizzando dei gruppi di incontro virtuali forse superiori, ahimé, a quelli reali. Nel mondo virtuale, si tratti di AlphaWorld come di World's Chat, è infatti possibile vivere sotto spoglie diverse: e in un'epoca in cui non pochi credono alla possibilità della reincarnazione è possibile averne un saggio immediato diventando un avatar, termine che oggi non si riferisce alla reincarnazione delle divinità indiane, ma sta a significare una rappresentazione elettronica di sé stessi sotto altre spoglie, umane o animali che siano. Volete essere gatto? E allora confrontatevi con le sfide della felinità in AlphaWorld, salendo sull'albero di vostro gradimento, sgraffignando i pietanzini posti a raffreddare sul davanzale di un cottage e, all'occasione, scappando come fulmini se sarete inseguiti da un cane, lui stesso avatar di una persona che predilige la caninità.

Sorridete pensando a un semplice gioco? Eppure è un gioco che molti praticano, entrandone e uscendone quando vogliono per riprenderlo dal punto cui l'avevano abbandonato, salvo ovviamente qualche mutazione indotta dagli altri avatar. E c'è chi confessa di non aver mai avuto una riunione di famiglia così piacevole come quella virtuale in cui tutti, nonni genitori e figli, si sono ritrovati nella stessa confortevole stanza, sedendosi dove desideravano, versandosi da bere, mangiando e, ovviamente chiacchierando attraverso le rispettive tastiere del computer. C'è persino chi ha tenuto un ricevimento virtuale per celebrare le proprie nozze (questa volta reali): un ricevimento chiassoso e simpatico ovviamente, al punto da arrivare alla sera stanco morto, forse un pò stanco per affrontare la prima notte di luna di miele, probabilmente reale...

Ma al di là del tono scherzoso, bisogna prendere atto che la realtà virtuale attrae un crescente numero di persone e ci si presenta con una doppia connotazione: da un lato quella ludica e creativa, una sorta di laboratorio dell'immaginario che può assumere una dimensione estremamente coinvolgente per i gradi di libertà che essa consente, per la verosimiglianza dei siti, per i giochi di ruolo che vi si possono praticare, per la rottura con la vita quotidiana. Dall'altro lato quella di estraneamento, di smaterializzazione, di separazione dal concreto, dalla vera vita sociale, affettiva, sessuale e così via. Insomma, chi più ne ha più ne metta in quanto si tratta di un aspetto delle nuove tecnologie che come nessun altro può scatenare, in positivo come in negativo, filosofi e sociologi, psicologi e massmediologi.

Tra chi punta un dito accusatore contro la realtà virtuale ed internet c'è anche il celebre linguista Noam Chomsky che teme che la proliferazione dei canali di informazione favorisca alla fine un processo di concentrazione in poche mani: gli interessi commerciali sono infatti forti, la pubblicità palese e occulta sarebbe sempre più appetibile e potrebbero, col tempo, verificarsi forme più o meno ambigue di censura. Bisogna ad esempio eliminare la pornografia da internet? i siti di incontro dei neonazisti? I fautori delle libertà di espressione sostengono che ogni censura limita lo scambio di idee, anche le peggiori e che prima o poi potrebbero essere censurate idee o iniziative semplicemente per il fatto che sono "scomode"; mentre altri affermano che non è possibile porre le persone di fronte ad un ventaglio di scelte immorali o svianti. Tutto ciò nel tempo potrebbe portare, secondo Chomsky ad una sorta di manipolazione della psiche collettiva, un tempo si sarebbe detto delle coscienze...

 

Un tempo la vita reale si contrapponeva a quella del sogno, spazio privilegiato per esprimere desideri inconsci e per vivere, sia pure sotto la mannaia della censura onirica, tensioni e pulsioni inappagate. Oggi questa dimensione fantastica ci si presenta attraverso il potenziale tecnologico dell'elettronica e può essere talmente coinvolgente che, negli USA, si parla sempre più di internet-dipendenza: un comportamento che viene considerato da psichiatri e psicologi come una delle tante forme di dipendenza, non dissimile dalla tossicodipendenza, dal desiderio compulsivo di praticare un certo comportamento, si tratti di "bucarsi" o di sniffare o di restare aggrappati allo schermo del PC. I rapporti in tal senso sono sempre più frequenti e indicano, con un certo allarme, che un crescente numero di ragazzi e uomini, le donne sono meno coinvolte, non sanno rinunciare alla realtà virtuale, anche se si rendono conto che il loro comportamento interferisce con il loro lavoro, i loro affetti, la loro vita sociale.

Ivan Goldberg (uno psichiatra della Columbia University), ha proposto che nella prossima edizione del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, il criterio di classifica dei disturbi psichiatrici diffuso dagli Stati Uniti in molti ambiti della psichiatria ufficiale occidentale) venga introdotto lo IAD (Internet Addiction Disorder, disturbo da dipendenza da internet) che rivelerebbe la presenza di un danno o di una sofferenza clinicamente significativa a causa di un eccessivo uso di internet. E la Società Italiana di Psichiatria ha introdotto sul proprio sito web SIPonline un servizio per valutare i rischi della comunicazione virtuale.

Quella della dipendenza dalla realtà virtuale o da internet può però quasi sembrare una metafora della solitudine umana o una favola improntata ad un'utopia negativa alla Orwell: eppure il fascino inarrestabile che i mondi virtuali e fantastici esercitano, risucchiandoci dentro lo schermo del computer, ci deve spingere a riflettere sul nostro bisogno di evasione, sulle esigenze del fantastico e sullo scarso appagamento che molti traggono dalla ripetitiva dimensione del quotidiano.

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-Dott. Sergio Angileri - aut. san. N.2573/95 , 7/8/95 - Ordine Psicologi Sicilia N°480-
  © 2000 [Psicoterapia e Medicina Psicosomatica] 90145 Palermo - via L.da Vinci, 111 - tel.0916820331 - fax0916832636 - E-mail 

 

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