5
Turkle S. La vita sullo schermo. Roma: Apogeo Ed.
1997.
6 Siracusano A, Peccarisi C. Internet Addiction
Disorder. In: Lo Psichiatra Italiano. Milano: Hippocrates
1997.
7 Cantelmi T. I navigatori dell’ Oceano Internet: IAD,
IRCfilici e Mudmanici. Relazione, III Convegno Nazionale ARFN, con
il patrocinio SIFIP, Roma, Aprile 1998. In: ATTI Le dimensioni
virtuali dell’uomo. Roma: edizioni ARFN 1999.
8 Aguglia E, e
Coll. Computer: un’alternativa al dolore ed alla solitudine.
Alghos-Pathos nella filogenesi dell’uomo. Veroli
16-19.5.96.
9 Cantelmi T, D’Andrea A. Psicopatologia della
comunicazione virtuale: fenomeni di Internet-dipendenza. In: AAVV.
La realtà del virtuale. Roma: Laterza Ed. 1998.
10 Cantelmi
T, Talli M. Fenomeni correlati all’Internet Addiction Disorder:
prime esperienze in Italia, aspetti clinici e note
critiche. Psicologia Contemporanea 1998;150:4-11.
11 Talli
M, D’Andrea A, Cantelmi T. Strumenti per la valutazione della
IAD-PCU: review on-line. Formazione Psichiatrica
1998;1/2:77-88.
13 American
Psychiatric Association. Diagnostic and Statistical Manual of Mental
Disorder (DSM-IV). Whashington DC: American Psychiatric Press
1994.
14 D’Andrea A, Talli M, Cantelmi T. Comunicazione
virtuale e cyberpsicoterapie: problematiche psicopatologiche e note
critiche. Formazione Psichiatrica 1998;1/2:39-45.
16 Caprara GV, Barbaranelli
C, Borgogni L. BFQ Big Five Questionnaire. Firenze: OS
1993.
17 Young K. Caught in the net. New York: John
Wiley and Sons 1998.
18 Young K. Internet Addiction: The
emergence of a new clinical disorder. Website: http//www.pitt.edu/~Ksy.
19 Caretti
V. Psicodinamica della trance dissociativa da
videoterminale. In: Cantelmi T, Del Miglio C, Talli M, D’Andrea A,
eds. La mente in internet: psicopatologia delle condotte on-line.
Padova: Piccin 1999.
20 Cantelmi T, Del Miglio C, Talli M, D’Andrea
A. La mente in internet: psicopatologia delle condotte
on-line. Padova: Piccin
2000.
Internet
può dare dipendenza Lo
dice una ricerca italiana
Internet è
paragonabile a una vera e propria droga, pertanto in grado di dare
dipendenza a chi la usa. Questo almeno è quanto sostengono alcuni
ricercatori italiani del Centro Studi del Gruppo Abele. La ricerca, dal
titolo "Trance dissociative e Internet dipendenza: studio su un
campione di utenti della rete", è stata pubblicata dal Giornale
Italiano di Psicopatologia e descrive due delle principali patologie
indotte da Internet
: la Trance Dissociativa da Videoterminale e la Dipendenza da Internet.
Secondo quanto riportato sul sito ufficiale dell’organizzazione, la
ricerca, vista la notevole diffusione di Internet, non si propone con
finalità cliniche ma piuttosto epidemiologiche! Preso in esame un
campione composto da 220 soggetti suddivisi in due gruppi, entrambi di
110 individui.
Il primo gruppo era composto da utenti che utilizzavano Internet per
almeno 3 ore al giorno, mentre il secondo da individui che non
utilizzano Internet o comunque navigavano sul Web per un numero
bassissimo di ore alla settimana. Le differenze tra i due gruppi di
utenti sono state subito ben visibili ai ricercatori. Chi utilizza la
Rete presenta una nuova forma dipendenza denominata “Internet
Addiction Disorder” che provoca una serie di disturbi dissociativi.
In difesa di Internet, ormai parte integrante della vita di moltissimi
italiani, va detto essere uno strumento importantissimo che in tanti,
compresi noi di GT, utilizziamo per lavorare, spesso e volentieri anche
oltre le 8 ore giornaliere.
E’ probabile che questo strumento possa dare dipendenza, non ci
sentiamo di difenderlo ma neppure di demonizzarlo. I cellulari, la
televisione e anche le console di videogiochi danno dipendenza, tuttavia
come per la TV, anche Internet, se usata moderatamente, non ci pare
proprio un pericolo per la nostra salute.
Per
approfondire La
ricerca del Professor Tucci sull'uso della
chat da parte degli adolescenti
Internet
e nuove dipendenze sesto appuntamento del
ciclo Il disagio invisibile
di
Elena Rosci
Un
rapporto ossessivo con internet può trasformarsi in vera e
propria dipendenza e dare assuefazione; ma per curarlo,
soprattutto se il soggetto è un adolescente, non si può
semplicemente estirpare il sintomo, con un programma di
diasssuefazione. L'adolescente sta vivendo uno scacco evolutivo
di cui deve diventare consapevole per poter riprendere il suo
percorso di crescita.
Quanto prima dell'estate ho parlato
con Silvia Vegetti Finzi di questo ciclo di incontri mi sono
messa a pensare all'argomento del mio intervento: le nuove
dipendenze.
Ci pensavo andando verso casa, come mi capita spesso quando la
sera ho ancora decisioni in sospeso. Pensando a questo e a
quello a volte spunta come un regalo inaspettato un'idea
originale e con essa la felicità della mente. Ma per le nuove
dipendenze non trovavo una traccia convincente.
Parlare di ecstasy e di pasticche, delle droghe sintetiche che
hanno invaso il mercato negli anni Novanta, non mi convinceva.
È una nuova dipendenza? Dopo una decina d'anni direi di no. Si
tratta piuttosto di un fenomeno già datato del quale non
sappiamo molto per le poche risorse spese nella ricerca di base,
per la scarsa attitudine dei ragazzi che usano pasticche a
chiedere aiuto clinico, per l'estrema variabilità dei principi
attivi presenti nelle nuove droghe, perché le discoteche, luogo
elettivo per incontrare i consumatori, sono esse stesse ambienti
stupefacenti il che impedisce di creare il clima riflessivo
necessario sia al colloquio sia all'intervista.
Allora quali nuove dipendenze?
Fu così che pensai a una adolescente che ho incontrato nel mio
studio quest'anno: Anna. Secondo lo psichiatra americano Ivan
Goldberg sarebbe stata affetta da Internet addiction disorder,
disturbo da dipendenza da internet.
Anna, mi raccontavano i suoi genitori, è incollata al computer.
"Come molti ragazzi", osservo io. Allora mi spiegano
che da quando per il compleanno ha avuto una linea internet
tutta sua non ha fatto altro che chattare. Nell'arco di quattro
mesi ha smesso di frequentare gli amici, ha abbandonato lo sport
(pattinava sul ghiaccio), il suo profitto scolastico è
crollato. Non studia neanche un minuto. I genitori stimano
che chatti per cinque o sei ore al giorno, una quarantina d'ore
la settimana. A parte il tempo per frequentare la scuola
formalmente, mangiare e dormire (poco), non resta altro che la
chat. La vita di Anna infatti è tutta lì. I genitori sono
allarmati e esterrefatti. Che cosa può essere successo ad Anna?
Perché si comporta in un modo tanto incomprensibile? Perché è
così cambiata, testarda e impermeabile ai loro richiami?
Quando incontro Anna lei si schiera veloce al fianco della
psichiatria americana e dei suoi genitori:
"Sono qui perché chatto troppo", dichiara.
"Se lo fai avrai i tuoi motivi", suggerisco. Mi guarda
sorniona.
"Ma lei da che parte sta?"
Anna è una ragazza esile, ha quattordici anni e frequenta il
primo anno di un istituto tecnico della provincia milanese.
Sembra un tipo tenero e tosto a un tempo, una bambina e
"una ragazza che se potesse diventerebbe heavy metal",
come lei stessa si definisce. Se a Anna avessero somministrato il test elaborato da
Kimberly Young, psicologa dell'Università di Pittsburg, per
valutare il livello di internet-dipendenza, avrebbe risposto
"sì" a tutte le domande, sarebbe stata giudicata
assai dipendente e inserita in un programma di tipo
cognitivo-comportamentale di disassuefazione.
Quando Anna venne da me, non conoscevo ancora il questionario
della dottoressa Young, non sapevo che una nuova patologia fosse
in stand by per essere inserita nel DSM e quindi mi sentii
libera di muovermi come al solito.
La
metodologia del gruppo "Il Minotauro"
Essere adolescenti e chiedere una consulenza all'istituto
Minotauro dove lavoro, significa trovarsi di fronte a uno
psicologo clinico di formazione psicoanalitica. Tale definizione
è assai vaga e infatti non dà l'idea di quel che facciamo, del
modello teorico che ci ispira, del clima relazionale nei
colloqui con gli adolescenti, della tecnica che utilizziamo.
Dopo una brevissima premessa vi racconterò qualcosa di Anna e
potrete osservare voi stessi "sul campo" alcune
caratteristiche del nostro intervento.
In linea con la tradizione psicoanalitica per noi un sintomo
non va estirpato né eliminato, va piuttosto preso in serissima
considerazione in quanto "gronda" di significati sulla
vita affettiva del soggetto fin nelle sua dimensione più intima
e profonda.
Questa concezione potrebbe indurci a seguire una linea di
ascolto, tipica della tradizione psicoanalitica classica,
caratterizzata da un atteggiamento remoto, rarefatto e latente
in cui il tempo e lo spazio si dilatano fino a perdere la loro
funzione di registi della nostra esperienza sensoriale facendo
emergere contenuti psichici preziosi e imprevisti.
Noi seguiamo tutt'altra tecnica con gli adolescenti,
privilegiando l'analisi della dimensione conscia e preconscia
della loro vita mentale, dimensioni con le quali il nostro
paziente-adolescente ha spontaneamente una certa dimestichezza.
Fin dalle prime battute instauriamo infatti con l'adolescente
in crisi un dialogo piuttosto serrato volto a fare un bilancio
della sua situazione evolutiva.
La nostra ipotesi infatti è che l'adolescente che soffre si
trovi in una condizione di scacco in uno dei suoi compiti di
sviluppo: la separazione dalla nicchia affettiva primaria e
l'abbandono dell'immagine infantile di sé, la mentalizzazione
del proprio corpo erotico ovvero l'elaborazione psichica della
avvenuta maturità sessuale, la costruzione di ideali propri, la
nascita sociale.
È fuor di dubbio che il modo nel quale si dipanano le passioni
adolescenziali sia influenzato dall'infanzia e dalle sue
vicissitudini, ma l'adolescente immerso nel presente e
proiettato verso il futuro non si avvantaggia di una connessione
fra i problemi del presente e le dinamiche inconsce della vita
passata. Il passato in consultazione coincide sostanzialmente
con la ricostruzione della biografia affettiva del soggetto e
non col recupero di aspetti rimossi e dimenticati.
Quando dunque chiedo ad Anna "come andavano le cose
prima" è evidente per entrambe che per prima si intende
"prima della chat" e non la prima infanzia.
Anna
Anna è oggi studentessa di prima superiore. Mi parla di sé
alle medie come di una ragazza serena ma annoiata. Nella sua
vita vi è stata infatti una forte continuità fra infanzia e
preadolescenza. Stessi compagni, stesso sport, "sempre la
stessa solfa" come lei stessa commenta. Negli ultimi mesi
della terza media Anna medita di produrre una forte
discontinuità nella sua vita: di abbandonare la sua identità
infantile per rinascere. In questa prospettiva assume alcune
importanti decisioni. Sceglierà una scuola lontana da casa,
dove nessuno l'abbia conosciuta da bambina, romperà i rapporti
con amici e compagni di sempre in quanto custodi di una identità
infantile non più tollerabile, smetterà di fare sport
eliminando così ogni legame residuo con il suo quartiere, il
luogo della sua infanzia.
"Come ti immaginavi la scuola superiore?", le chiedo.
Mi descrive un ambiente fortemente idealizzato. Mi colpisce il
fatto che Anna nel corso dell'estate fra le medie e le superiori
ne avesse idealizzato ogni aspetto in modo davvero ridondante.
Un palazzo imponente, professori un po' severi ma simpatici,
ironici, tipi alternativi che ti capiscono con uno sguardo,
giovani, sui 35 anni, materie nuove e interessanti e poi i
compagni un po' trasgressivi, "ganzi", tutti che si
riconoscono e si salutano nei corridoi. Anna come stai? Anna
dove vai? Ciao Anna! Prima di arrivare al primo giorno di scuola, Anna aveva già
sognato e vissuto tutto questo con una precisione di dettagli
che lasciavano spazio a sogni esaltanti dei quali si nutriva
come di una dolce medicina.
Di fronte alla realtà il sogno, come era prevedibile, crollò
miseramente. Il palazzo era grande ma sporco e non le apparve
imponente, i professori cortesi e distanti, a volte noiosi,
insomma senza infamia e senza lode, i compagni erano già amici
fra loro, si conoscevano dalle medie, erano quieti e spaventati
dal nuovo ambiente, non erano affatto trasgressivi, ma piuttosto
sembravano piccoli esattamente come i suoi compagni di terza
media. Nei corridoi nessuno la riconosceva, nessuno la chiamava
o si rivolgeva a lei. Nella nuova realtà era come se lei non
esistesse, le era chiaro ora che lì nessuno la stesse
aspettando e che tutti potevano fare benissimo a meno di
lei. Il luogo tanto sognato risultò tanto deludente da farle
sentire una dolorosa morsa allo stomaco e gli occhi le si
riempirono di lacrime di rabbia e di sconforto.
Il colpo fu durissimo, ma Anna non lo capì se non durante i
nostri colloqui.
Da settembre fino al suo compleanno con relativo arrivo del
computer cercò di rialimentare il suo sogno, di tenerlo in
piedi in qualche modo, ma senza convinzione in quanto ormai si
era irrimediabilmente infranto. "Magari ci fosse una
occupazione! Forse i ragazzi delle altre sezioni sono
meglio", pensava tra sé e sé. Ma già alla fine di
novembre i suoi erano diventati pensieri fiacchi, come il suo
umore, sempre più triste. Il sogno di una felice metamorfosi da
bambina a adolescente tosta, tenera e trasgressiva si era
infranto e con esso il senso stesso di vivere il presente. Per
non parlare del futuro che nell'estate le appariva smagliante e
a novembre non esisteva più. È a dicembre che Anna pensa al
suicidio, in modo vago, non operativo, ma insistente e non ne fa
parola con nessuno.
Arriva il suo compleanno e la nonna accoglie la richiesta di un
computer nuovo. Anna ci tiene a viaggiare in Internet, a vedere
com'è. L'ingresso in una chat line è un'esperienza folgorante per
Anna. Tutto quello che aveva sognato e non trovato nella
scuola superiore lo trova in chat: adulti alternativi, coetanei
ganzi e lei è così brava a comunicare che diventa la mascotte
del gruppo. Nel giro di due o tre settimane chatta in ogni
momento libero, anche sei o sette ore al giorno, la domenica di
più. Quando entra in chat tutti la salutano entusiasti e quanto
a tarda notte deve uscire, perché si addormenta letteralmente
sulla tastiera, tutti se ne dispiacciono. La comunità virtuale della chat satura i bisogni di
appartenenza di Anna che ha deciso di uscire dall'infanzia
ma non ha ancora trovato un posto dove sperimentare la sua nuova
immagine di sé. La chat, e connessa l'esperienza delle
relazioni virtuali, le offre un contesto nel quale rinascere e
inoltre la possibilità di idealizzare un'esperienza senza
rischiare di essere smentita dai fatti. Chattare diviene così
la cosa più importante nella sua vita e assume una valenza
totalizzante. Ora la chat è la sua casa, vi trova calore,
amicizia, sostegno. Tutto ciò che le serve per lenire il dolore
e la mortificazione sperimentata nei primi mesi di scuola
superiore.
Il grande assente delle relazioni virtuali è il corpo, ma di
questo Anna si compiace. L'assenza del corpo infatti che con
la sua consistenza ci induce alla coerenza in merito alla nostra
identità, consente ad Anna di far coesistere passato e futuro.
In chat infatti non ha paura di bamboleggiare un po' come una
bambina piccola e di essere un'adolescente trasgressiva a un
tempo. Se non sopportava più di essere la bambina dei suoi
genitori, accetta volentieri il ruolo della piccolina nel gruppo
della chat anche perché tale ruolo viene affiancato da quello
nuovo e intrigante della ragazza trasgressiva e arrabbiata con
il mondo che la circonda, già provata dalla vita, che Anna
vuole diventare. On line il caleidoscopio delle immagini di sé
viene interpretato da Anna con disinvoltura e grande
soddisfazione.
Nella chat riesce quindi a essere come si sente: una bambina
dipendente e paurosa e una ragazza già navigata che ha già
provato esperienze difficili. In qualche modo in chat riesce a
esprimere parti di sé autentiche ma vissute come antitetiche e
che quindi nella sua vita sociale non trovano spazio.
"Tornare
indietro non si può più"
La separazione dall'infanzia, compito evolutivo ineludibile si
era inceppata agli albori dell'adolescenza esponendo Anna a un
dolore insopportabile. Ella aveva voluto infatti strapparsi di dosso la sua immagine
infantile, profondamente amata, per paura di rimanervi
invischiata e di non poter quindi nascere come donna. Per
abbandonare la calda nicchia dell'infanzia la denigrò a
supporto di tale processo idealizzò il futuro, che temeva, per
renderlo abbordabile e amico. Solo il suo estremo attaccamento
all'infanzia e la paura del futuro ad esso relativa spiegano
infatti l'idealizzazione strepitosa che Anna sviluppò intorno
alla scuola superiore.
Lo scontro fra sogno idealizzato e realtà espose Anna a una
delusione e a un senso di blocco tanto forti da evocare il
pensiero della morte. L'impatto con la scuola superiore l'aveva
esposta alla sensazione di trovarsi in una terra di nessuno, non
più la bambina che era stata e non ancora l'adolescente che
voleva essere ("tornare indietro non si può" mi disse
disperata).
Quando arriviamo a questo punto della consultazione psicologica
e della ricostruzione di ciò che le era accaduto dico a Anna
che la chat non è il suo problema quanto piuttosto la cura
della sua malinconia, dell'estremo isolamento nel quale si era
trovata. Anna accetta questa ipotesi e lavora su che cosa
vuole curare con la chat.
Una grande occasione per Anna che ridendo e piangendo, a tratti
bulla a tratti compassata fa un bilancio della sua esistenza. Un
bilancio non facile nel quale fra morti e feriti, invidie
fraterne e desideri di vendetta spicca lei stessa da bambina:
una figuretta buffa, amata da tutti per la quale prova una
struggente nostalgia ma che giudica impresentabile sulla scena
adolescenziale.
Una terapia del comportamento volta a "ridurre l'uso di
internet per fare del tempo un uso più proficuo" come si
esprime Patrica Fallace, psicologa americana di formazione
comportamentista, forse avrebbe allontanato Anna dalla chat e
dai suoi rischi prima e meglio, ma ella sarebbe divenuta così
l'oggetto e non il soggetto della cura con effetti negativi
sulla sua esistenza.
Una strategia, quella della disassuefazione, che non condivido
in quanto la scomparsa del sintomo non restituisce il soggetto a
se stesso e al suo futuro e ciò è tanto più grave con un
adolescente ancora in formazione.
Anna poté invece sperimentare un breve viaggio nella propria
mente, un viaggio a tratti doloroso, ma utile per la
consapevolezza di sé, per fare un bilancio esistenziale volto a
riannodare presente e passato quel tanto che basta per ritrovare
la speranza di un futuro che allontanando i fantasmi di morte
riattiva un percorso di crescita temporaneamente interrotto.
Le Rubriche: in Libreria CURIOSANDO
IN LIBRERIA
"Presi
nella rete": la dipendenza psicologica da Internet
2
giu 2000
Il
lato oscuro della "grande rete", quello dietro il quale si
conterebbero migliaia di persone per le quali Internet è un'autentica
potentissima droga, viene affrontato con taglio divulgativo nel volume
intitolato Presi nella rete. Intossicazione e dipendenza da Internet (Kimberly
S. Young, ed. Calderini, 23.000 lire). Un titolo che non lascia
margini a dubbi, per il primo libro in assoluto che affronti con
chiarezza e rigore scientifico il fenomeno, discusso e controverso,
della dipendenza on line considerandone seriamente gli effetti
psichici e pratici sia sugli individui colpiti sia sui loro familiari
(sfera affettiva, lavoro e contatti sociali sarebbero i primi ad
essere sacrificati sull'altare delle connessioni telematiche).
Il curriculum dell'autrice, del resto, la dice lunga sui suoi intenti
di studiosa.
La dottoressa Young, infatti, è professoressa associata di Psicologia
presso l'Università di Pittsburgh (USA). Fondatrice del Centro per la
Dipendenza Online (COLA), che fornisce consulenza a istituzioni
educative, cliniche psichiatriche ed aziende che si occupano dell'uso
distorto di Internet, è stata la prima ricercatrice a interessarsi ai
comportamenti psicopatologici legati al web. Ricco d'osservazioni, di
dati clinici e di narrazioni al tempo stesso affascinanti e
inquietanti "Presi nella rete" - frutto di uno studio
condotto sul campo e durato tre anni - analizza a fondo una realtà di
cui si sta iniziando a parlare anche in Italia e nella quale potranno
già identificarsi molti "navigatori" nostrani: connessioni
sempre più lunghe, alterazione del ritmo sonno-veglia, chat, sesso
virtuale, astrazione dalla realtà etc.
Per qualcuno, sostiene la psicologa americana, il cyberspazio diventa
un mondo parallelo a quello vero e ben più ammaliante: il web può
rivelarsi come un universo magico che - se non compreso ed utilizzato
"a piccole dosi" - rischierebbe di far perdere ogni contatto
con la realtà. E' quel che è avvenuto agli uomini e alle donne e ai
ragazzi che emergono dalla ricerca, diventati «prigionieri in un
mondo parallelo di chat room senza fine, antri fantastici, tane di
mostri e violenze, bacheche elettroniche che contengono più voci
dell'elenco telefonico di una cittadina» e «totalmente catturati da
un'esperienza molto diversa da quella che potreste immaginare».
Nella prefazione il prof. Tonino Cantelmi, lo psichiatra che ha
avviato in Italia le prime ricerche sulle psicopatologie online (tra i
suoi titoli annovera la docenza in più sedi universitarie), conforta
questa tesi e scrive che «è prevedibile che nei prossimi anni, con
l'inarrestabile espansione della rete e la sua accresciuta
accessibilità per gli adolescenti ed i giovani, il libro della Young
costituirà un autentico punto di riferimento per la comprensione del
fenomeno» delle psicopatologie legate al dissennato uso di Internet.
Il rischio di restare intrappolati "nella rete" è molto
alto per tutte le fasce d'utenti. Nella categoria degli "Internet
drogati" rientrano, però, soprattutto soggetti che problemi
emotivi o psichici li avevano già prima di collegarsi con il web. E'
chiaro, poi, che la trappola seducente scatta più facilmente per le
persone insicure o insoddisfatte, che nel mare virtuale
"naufragano" nel tentativo di sfuggire ad una quotidianità
pesante e ad una serie di difficoltà. I problemi da cui si vuole
fuggire sarebbero almeno dieci, precisamente in quest'ordine:
solitudine, insoddisfazione nel matrimonio, stress collegato al
lavoro, noia, depressione, problemi finanziari, insicurezza dovuta
all'aspetto fisico, ansia, lotta per uscire da altre dipendenze, vita
sociale limitata.
Quale ausilio d'indubbia utilità pratica, infine, nel libro l'autrice
propone un test d'autoanalisi (semplice, ma validato attraverso
correlazioni cliniche su centinaia d'utenti): rispondendo onestamente
ad una serie di quesiti, il lettore stesso potrà valutare il suo
eventuale grado di dipendenza. Dopo di che, vengono suggerite venti «strategie
di disintossicazione» off line: ciascuno potrà scegliere
quella che meglio si addice al suo caso. Obiettivo: integrare Internet
nella propria vita senza per questo farsene fagocitare, non lasciarsi
catturare dall'Internet-mania e sfruttare la rete per lavoro,
informazione o divertimento. Come fa, in effetti, la maggior parte dei
navigatori del cyberspazio.
Sei Internet-dipendente?
Come fare a sapere se si è già intossicati da Internet e se il
proprio comportamento mostra segnali di dipendenza psicologica? Non si
tratta di misurare il tempo trascorso davanti allo schermo, ma
l'eventuale danno provocato nella nostra vita. Quali conflitti sono
emersi in famiglia, nel rapporto di coppia, nel lavoro o negli studi?
In occasione dell'uscita dell'edizione italiana del primo libro al
mondo dedicato a quest'argomento, la casa editrice Calderini ha
realizzato anche il sito web http://www.presinellarete.it. Chi
si collega potrà verificare il proprio rapporto con la
"rete", facendo on line il test di autoanalisi tratto dal
volume della dottoressa Kimberly S. Young (che è stato la base delle
ricerche condotte su centinaia di utenti) e ricevendo l'esito in tempo
reale.
Nello stesso sito si potrà anche partecipare ad un'indagine e
rivolgere domande all'autrice di "Presi nella rete".
Vi collegate a Internet ogni giorno, senza eccezioni, più e
più volte al giorno? Perdete la nozione del tempo quando siete
in linea? I vostri familiari si lagnano perché state troppo al
computer? I vostri rapporti sociali "dal vivo" si
fanno sempre più scarsi, mentre si intensificano quelli
telematici? Attenzione: se avete risposto sì a tutte queste
domande, ci sono discrete probabilità che siate alle soglie di
una forma patologica di dipendenza dalla Rete. Ad affermarlo è
una giovane psichiatra americana, la dottoressa Kimberly Young,
la cui relazione sulla "Internet Addiction" ha messo
in subbuglio il congresso annuale dell'American Psychiatric
Association, in corso in questi giorni a Chicago. Attraverso un
questionario online, la Young ha esaminato 396 soggetti
Internet-dipendenti e ne ha concluso che la sindrome da
Internet-dipendenza esiste e va classificata tra le dipendenze
cosiddette comportamentali, come il gioco d'azzardo o la
bulimia. Non una tossicodipendenza, dunque, perché non vi sono
coinvolte sostanze, ma non per questo meno pericolosa.
Chi ne soffre non frequenta Internet per necessità o per svago,
ma rispondendo a un impulso irrefrenabile e soprattutto
incontenibile: secondo la Young, il segno principale della
sindrome è la perdita della capacità di limitare il tempo
trascorso in Rete, a detrimento di ogni altro impegno. La durata
interminabile dei collegamenti è infatti una caratteristica
immancabile della "cyberdipendenza", ore ed ore col
modem acceso, mentre le altre attività e gli altri rapporti
passano in secondo piano, fin quasi a scomparire dal panorama
quotidiano ed affettivo dell'Internet-dipendente. Sono i luoghi
dell'incontro, in cima a tutti chat e giochi di ruolo online, a
calamitare irresistibilmente le vittime dell'"Internet
Addiction", che sostituirebbero ai contatti
"reali" i legami telematici, usando Internet, dice la
Young, "per eludere i propri problemi o sfuggire alle
angosce". A questo si associa una "voglia di
Rete" che la psicologa paragona alla voglia di sigaretta
dei tabagisti. E naturalmente, l'impossibilità di collegarsi
provoca un disagio profondo, un senso di privazione e di
angoscia che può arrivare fino a una vera e propria crisi
d'astinenza.
Ma quanto c'è di vero in tutto questo? Di "Internet
Addiction" si parla da tempo, ma quella della Young è la
prima ricerca empirica sull'argomento, che vada al di là
dell'aneddotica sui ragazzini che smettono di mangiare, dormire
e studiare per collegarsi a un gioco di ruolo o sulle "cybervedove",
abbandonate dai mariti a favore di un chat. Oltre al
questionario, la Young ha intervistato, telefonicamente o di
persona, molti dei suoi soggetti, raccogliendo dettagliate
testimonianze sul decorso della loro "patologia".
Tuttavia, lo studio della psicologa americana risente di un
grosso difetto di fondo. Tutti i partecipanti erano volontari,
raccolti sulla base di annunci che cercavano "avidi utenti
Internet", e dunque il suo campione non ha alcun valore
statistico, ma riguarda un ristretto gruppo di persone che in
certa misura si autodefinisce in partenza "cyberdipendenti".
Non ci dice, insomma, quale percentuale di utenti della Rete sia
caduta vittima dell'Internet-dipendenza e quindi non getta
alcuna luce sulle potenzialità additive intrinseche della Rete,
ammesso che ve ne siano. Le dipendenze comportamentali, infatti
(ma secondo alcuni studiosi, tutte le dipendenze senza
eccezione), richiedono comunque una determinata personalità di
base.
In teoria, qualunque attività che produce piacere può
provocare dipendenza se una persona manca degli elementi di
appoggio (lavoro e rapporti affettivi soddisfacenti, ad esempio)
in grado di costituire un principio di realtà sufficientemente
forte da equilibrare la ricerca del piacere a tutti i costi. Non
va inoltre dimenticato che il giudizio sociale ha un grosso peso
nel determinare il concetto di dipendenza: come distinguere, ad
esempio, un "work-aholic", una persona
lavoro-dipendente, da una persona di grande impegno
professionale?
Secondo la ricerca, inoltre, la maggioranza dei soggetti
Internet-dipendenti è composta da donne di mezza età, in netto
contrasto con la demografia del popolo della Rete, in cui ilo
rapporto tra presenza maschile e femminile è ancora di
tre-quattro a uno. Questo dato potrebbe far pensare a una
specifica "vulnerabilità ad Internet" in uno
specifico gruppo, ma la stessa Young riconosce che la maggiore
presenza femminile è probabilmente legata a una più forte
disponibilità a discutere i propri problemi emotivi.
Non bisogna poi dimenticare che la visione del computer come
elemento desocializzante è una posizione più ideologica che
scientifica. Non sono pochi gli studiosi che sottolineano come
la frequentazione diretta e continuativa del proprio prossimo
non sia automaticamente una garanzia di equilibrio né di una
vita personale soddisfacente. Nè va dimenticato che il giudizio
sociale, che ha un grosso peso nel determinare il concetto di
dipendenza. Non a caso John Grohol, direttore di "Mental
Health Net", la migliore risorsa Internet sui problemi
mentali, intervistato dalla rivista Wired, ha affermato
che qualunque attività spinta agli estremi è patologica:
"Ma noi non etichettiamo gli estremismi come
dipendenze", ha aggiunto. "Come dovremmo definire chi
passa dieci ore al giorno sui libri?".
La psicologa americana conclude comunque diagnosticando la
pericolosità del cyberspazio, dove una "vita di fantasia
può far emergere aspetti repressi dell'Io", con un
meccanismo alla dottor Jekyll e Mr. Hyde. E raccomanda alla
comunità psichiatrica di concentrarsi sul problema, aumentando
le ricerche ed applicando interventi terapeutici specifici per i
cyberdipendenti. Lei, nel frattempo, si è già messa all'opera:
Kimberly Young è infatti la fondatrice del COLA (Center for On
Line Addiction), e ha già rilasciato un numero impressionante
di interviste sull'Internet Addiction, qualificandosi senza
ombra di dubbio come la profetessa ufficiale della
tecno-patologia più alla moda di questo scorcio di millennio.
E' nata una psicopatologia dovuta all'abuso del Web
Nella sindrome da Rete gli stessi sintomi dei
tossicodipendenti
I malati di Internet
di UMBERTO GALIMBERTI
Se
ti svegli alle 3 di notte per andare in bagno e ti
fermi a controllare la tua e-mail sulla via del
ritorno, se spegni il tuo modem e provi un vuoto
terribile perché per te il mondo reale non ha ormai
più alcuna consistenza, se passi metà del tuo
viaggio in treno o in aereo col portatile sulle gambe,
se ridi delle persone che hanno un modem 2400 baud di
velocità, se chiami i tuoi figli Eudora, Mozilla,
Puntocom, allora è arrivato il momento di farsi
curare perché evidenti si sono fatti i segni di
quella vera e propria patologia che ricerche americane
hanno etichettato Internet Addiction Disorder
(disturbo da dipendenza da Internet).
La dipendenza implica tre meccanismi: la tolleranza
(per cui si è costretti ad aumentare le dosi di una
sostanza per ottenere lo stesso effetto), l'astinenza
(con comparsa di sintomi specifici in seguito alla
riduzione o sospensione di una particolare sostanza),
in "craving" o smania che porta a un
fortissimo e irresistibile desiderio di assumere una
sostanza, desiderio che, se non soddisfatto, causa
intensa sofferenza psichica e a volte fisica, con
fissazione del pensiero, malessere, alterazione del
senso della fame e della sete, irritabilità, ansia,
insonnia, depressione e, nei casi più gravi
sensazioni di derealizzazione e depersonalizzazione.
Questi tratti, che sono tipici della
tossicodipendenza, del tabagismo, dell'alcolismo, del
gioco d'azzardo, dell'attività sessuale
irrefrenabile, dell'assunzione di cibo seguita da
vomito, oggi sono riconoscibili in quanti fanno un uso
eccessivo di Internet per soddisfare sul piano
virtuale quel che non riescono a ottenere sul piano
della realtà, fino al punto di percepire il mondo
reale come un semplice ostacolo o impedimento
all'esercizio della propria onnipotenza che
sperimentano con immenso piacere nel mondo virtuale.
In riferimento alle patologie sopraelencate, la
dipendenza da Internet ha in comune il tratto
ossessivo-compulsivo che tende ad aumentare la propria
capacità di controllo della realtà. E non c'è
dubbio che Internet rappresenti in questo senso il
mezzo tecnologico più avanzato, rispetto al quale le
crudeli pratiche di controllo (del proprio peso) messe
in atto dalle anoressiche appaiono rituali medioevali.
Con una differenza però: che la compulsione da
Internet si basa sul "piacere" anziché
sulla "fobia". E proprio perché si basa sul
piacere, anziché sul disagio e la sofferenza,
eliminarla risulta molto difficile.
Si prenda ad esempio lo shopping compulsivo online
dettato non tanto dal bisogno di eliminare una
sensazione spiacevole, quanto dal piacere di
catapultarsi in qualsiasi centro commerciale del
mondo, frugare incuriosito senza essere visto da
nessuno, entrando e uscendo dal negozio in
corrispondenza alle proprie esitazioni dettate
dall'ansia e dal desiderio, senza suscitare il riso
del commesso che, nella realtà, osserverebbe
divertito lo svolgersi di questo rituale.
Lo stesso dicasi per il trading online a cui si
applicano quanti giocano in Borsa attraverso Internet.
Il trader oscilla solitamente tra due estremi: la
paura e l'avidità che, quando entrano in
cortocircuito, minano le capacità di controllo
dell'investitore, spinto da una sensazione di
invincibilità a correre rischi sempre più grandi e a
prendere decisioni più frettolose. Questo processo
viene esaltato da Internet, perché la Rete dà la
sensazione di poter tenere sotto controllo la
situazione, in quanto permette di conoscere
l'andamento dei mercati a qualunque ora del giorno e
della notte con la contemporanea possibilità di
operare online.
Questa patologia ha un doppio profilo: uno legato alla
piacevole perversione angoscia-eccitazione, comune
tanto ai giocatori d'azzardo che agli investitori in
Borsa, l'altro, tipico degli investitori, legato al
bisogno di mantenere un controllo che, non essendo mai
sufficiente, porta alla perdita dello stesso. Rispetto
al gioco d'azzardo, il gioco in Borsa online è molto
più pericoloso perché, grazie alla legittimità che
gli viene attribuita, non è attraversato dai sensi di
colpa di chi in Rete si accosta ai 700 casinò
virtuali oggi esistenti, e quindi manca quel leggero
freno che il senso di colpa può indurre in chi perde
per aver "giocato", rispetto a chi perde per
aver "investito".
E poi le chat, dove uno è libero di usare la fantasia
nel presentarsi agli altri e nell'immaginarli. Non è
difficile incontrare persone che dichiarano un'identità
sessuale diversa da quella reale, così come
caratteristiche fisiche, età, occupazione, stato
civile. Qui mentire fa parte del gioco perché dà a
ciascuno l'euforia di una libertà illimitata e forse,
per la prima volta in vita, l'ebbrezza di essere
affascinanti, mostrando lati della propria persona che
solo in un contesto privo di riscontri visivi, si
sente di poter esaltare. In questo modo chi chatta ha
la possibilità di realizzare in modo virtuale il
proprio ideale dell'io, e di riflesso sentirsi
finalmente ideale.
Con queste sensazioni a portata di mano, come fa
costui a spegnere il modem e tornare in famiglia o tra
gli amici dove nessuno lo crede davvero ideale? A
questo punto le ore al computer dedicate allo scambio
di informazioni, sensazioni ed emozioni aumentano e
diventa difficile passare troppo tempo senza
connettersi. Se poi scatta la tentazione di
incontrarsi, spesso la realtà non rispecchia le
aspettative, allora l'illuso insoddisfatto diventa
disilluso, e quello soddisfatto, ma respinto, diventa
un depresso. Eppure, nonostante la realtà smentisca
il virtuale, non per questo ci si astiene, perché se
solo il virtuale dà quello che il reale nega, allora
si prende casa nel virtuale, riducendo i contatti
reali, quelli a tu per tu, ormai divenuti fonte
d'ansia e quindi da evitare il più possibile.
Resta da ultimo il cybersesso, vera e propria
dipendenza da sesso virtuale, dove la masturbazione
individuale si arricchisce di una rappresentazione
condivisa. La possibilità di essere espliciti,
offerta dall'anonimato, porta l'utente a scoprire
forme di eccitazione prima a lui stesso ignote e
accogliere nelle proprie perversioni la loro valenza
seduttiva. Giocando con la perversione e
l'allucinazione del desiderio si allontana dai
rapporti sessuali reali perché, rispetto a quelli
virtuali, appaiono troppo insignificanti, troppo
limitati dall'opacità della materia.
Per chi vuol saperne di più sulle psicopatologie da
Internet e il loro possibile trattamento, consiglio la
lettura di Perversioni in rete (Ponte alle Grazie,
Milano, euro 13,50) da cui a mia volta ho tratto tutte
queste informazioni. Gli autori, Giorgio Nardone e
Federica Cagnoni, sono due psicologi
cognitivo-comportamentali. Nardone ha lavorato alla
scuola di Palo Alto con Paul Watziawick e con lui ha
scritto L'arte del cambiamento e Paura, panico, fobie,
editi sempre da Ponte alle Grazie. Leggo inoltre sul
risvolto di copertina che Nardone ha fondato un Centro
di terapia strategica ad Arezzo dove si sono
cominciate a curare anche le dipendenze da Internet.
Ma per accedervi penso sia necessario che chi è preso
nella "rete" di questa dipendenza si renda
conto di essere come un pesce nella rete del
pescatore, dove non è possibile salvarsi sbattendo le
pinne. E allora la mia domanda è: come può chi
accede alla Rete per soddisfare il piacere della
propria onnipotenza percepire la propria impotenza e
decidere di farsi aiutare? Qui resta ancora qualcosa
da pensare. D'altra parte questo tipo di dipendenza è
così recente che un po' di tempo ai ricercatori
bisogna lasciarlo. L'invito è non pregiudicare la
scoperta della specificità di questa dipendenza,
appoggiandosi alle conoscenze che già si possiedono
sulle sindromi ossessivo-compulsive.
Qui qualcosa di nuovo, che non so identificare, ci
deve essere e, visto il numero crescente di persone
imprigionate da questa dipendenza, bisogna far presto
a trovarlo, anche a costo di andare oltre
l'impalcatura teorica su cui oggi si basa la
psicologia cognitivo-comportamentale a cui i nostri
autori fanno riferimento.
Benvenuti ad EdenMoo Commons, uno dei luoghi più belli del mondo: qui
l'immenso prato è verde-smeraldo, non giallognolo come molti prati
spelacchiati per l'incuria o la siccità estiva, le montagne sono nitide, non
velate dallo smog urbano, le strade pulite e sicure, fiancheggiate da giardini
fioriti, e il torrente che attraversa questo paradiso ambientale emette un
armonioso scroscio musicale, non è mai in secca né in piena. EdenMoo Commons,
insomma, è un vero paradiso terrestre: ma non rivolgetevi alla vostra agenzia
di viaggi per farci una visita perché come molti siti che terminano per MOO,
un suffisso simile al <poli> o <grado> o <burgo> che
caratterizzava le città di un tempo a seconda della lingua, è un sito
virtuale, come BayMoo, stupenda baia raggiungibile e visitabile attraverso
AlphaWorld (http://www.alphaword.com/)
o uno dei numerosi mondi virtuali raggiungibili via Internet.
EdenMoo e BayMoo, non sono però località talmente solitarie come potrebbe
desiderare il turista sofisticato, alla ricerca di città a misura d'uomo e di
spiagge deserte: ogni giorno, infatti, esse vengono percorse da centinaia di
migliaia di persone, turisti virtuali dotati di una libertà sconfinata. Il
turista di questi mondi, sotto le spoglie elettroniche di un <<altro
io>> che rassomigli a lui stesso oppure a un simpatico animaletto o a un
personaggio su cui proiettarsi, può infatti incontrare chi vuole, aggirarsi
per sentieri infiniti, ammirare albe e tramonti, abitare cottage rivestiti
dall'edera o più solide case di pietra... Giochi per adolescenti maniaci del
computer? Passatempi per intellettuali ludici? Oppure i mondi virtuali
rappresentano le frontiere del viaggio altrove, dell'immaginario più
sconvolgente e persino della vera vita sociale, come sostiene Nicholas
Negroponte del "MIT", grande guru del mondo telematico?
I mondi virtuali, sostengono infatti con Negroponte i cultori di questa
tecnologia, offrono qualcosa in più rispetto alla realtà: la possibilità di
vivere una sorta di altra vita sotto spoglie diverse e l'occasione di
comunicare organizzando dei gruppi di incontro virtuali forse superiori, ahimé,
a quelli reali. Nel mondo virtuale, si tratti di AlphaWorld come di World's
Chat, è infatti possibile vivere sotto spoglie diverse: e in un'epoca in cui
non pochi credono alla possibilità della reincarnazione è possibile averne
un saggio immediato diventando un avatar, termine che oggi non si riferisce
alla reincarnazione delle divinità indiane, ma sta a significare una
rappresentazione elettronica di sé stessi sotto altre spoglie, umane o
animali che siano. Volete essere gatto? E allora confrontatevi con le sfide
della felinità in AlphaWorld, salendo sull'albero di vostro gradimento,
sgraffignando i pietanzini posti a raffreddare sul davanzale di un cottage e,
all'occasione, scappando come fulmini se sarete inseguiti da un cane, lui
stesso avatar di una persona che predilige la caninità.
Sorridete pensando a un semplice gioco? Eppure è un gioco che molti
praticano, entrandone e uscendone quando vogliono per riprenderlo dal punto
cui l'avevano abbandonato, salvo ovviamente qualche mutazione indotta dagli
altri avatar. E c'è chi confessa di non aver mai avuto una riunione di
famiglia così piacevole come quella virtuale in cui tutti, nonni genitori e
figli, si sono ritrovati nella stessa confortevole stanza, sedendosi dove
desideravano, versandosi da bere, mangiando e, ovviamente chiacchierando
attraverso le rispettive tastiere del computer. C'è persino chi ha tenuto un
ricevimento virtuale per celebrare le proprie nozze (questa volta reali): un
ricevimento chiassoso e simpatico ovviamente, al punto da arrivare alla sera
stanco morto, forse un pò stanco per affrontare la prima notte di luna di
miele, probabilmente reale...
Ma al di là del tono scherzoso, bisogna prendere atto che la realtà
virtuale attrae un crescente numero di persone e ci si presenta con una doppia
connotazione: da un lato quella ludica e creativa, una sorta di laboratorio
dell'immaginario che può assumere una dimensione estremamente coinvolgente
per i gradi di libertà che essa consente, per la verosimiglianza dei siti,
per i giochi di ruolo che vi si possono praticare, per la rottura con la vita
quotidiana. Dall'altro lato quella di estraneamento, di smaterializzazione, di
separazione dal concreto, dalla vera vita sociale, affettiva, sessuale e così
via. Insomma, chi più ne ha più ne metta in quanto si tratta di un aspetto
delle nuove tecnologie che come nessun altro può scatenare, in positivo come
in negativo, filosofi e sociologi, psicologi e massmediologi.
Tra chi punta un dito accusatore contro la realtà virtuale ed internet c'è
anche il celebre linguista Noam Chomsky che teme che la proliferazione dei
canali di informazione favorisca alla fine un processo di concentrazione in
poche mani: gli interessi commerciali sono infatti forti, la pubblicità
palese e occulta sarebbe sempre più appetibile e potrebbero, col tempo,
verificarsi forme più o meno ambigue di censura. Bisogna ad esempio eliminare
la pornografia da internet? i siti di incontro dei neonazisti? I fautori delle
libertà di espressione sostengono che ogni censura limita lo scambio di idee,
anche le peggiori e che prima o poi potrebbero essere censurate idee o
iniziative semplicemente per il fatto che sono "scomode"; mentre
altri affermano che non è possibile porre le persone di fronte ad un
ventaglio di scelte immorali o svianti. Tutto ciò nel tempo potrebbe portare,
secondo Chomsky ad una sorta di manipolazione della psiche collettiva, un
tempo si sarebbe detto delle coscienze...
Un tempo la vita reale si contrapponeva a quella del sogno, spazio
privilegiato per esprimere desideri inconsci e per vivere, sia pure sotto la
mannaia della censura onirica, tensioni e pulsioni inappagate. Oggi questa
dimensione fantastica ci si presenta attraverso il potenziale tecnologico
dell'elettronica e può essere talmente coinvolgente che, negli USA, si parla
sempre più di internet-dipendenza: un comportamento che viene considerato da
psichiatri e psicologi come una delle tante forme di dipendenza, non dissimile
dalla tossicodipendenza, dal desiderio compulsivo di praticare un certo
comportamento, si tratti di "bucarsi" o di sniffare o di restare
aggrappati allo schermo del PC. I rapporti in tal senso sono sempre più
frequenti e indicano, con un certo allarme, che un crescente numero di ragazzi
e uomini, le donne sono meno coinvolte, non sanno rinunciare alla realtà
virtuale, anche se si rendono conto che il loro comportamento interferisce con
il loro lavoro, i loro affetti, la loro vita sociale.
Ivan Goldberg (uno psichiatra della Columbia University), ha proposto che
nella prossima edizione del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental
Disorders, il criterio di classifica dei disturbi psichiatrici diffuso dagli
Stati Uniti in molti ambiti della psichiatria ufficiale occidentale) venga
introdotto lo IAD (Internet Addiction Disorder, disturbo da dipendenza da
internet) che rivelerebbe la presenza di un danno o di una sofferenza
clinicamente significativa a causa di un eccessivo uso di internet. E la
Società Italiana di Psichiatria ha introdotto sul proprio sito web SIPonline
un servizio per valutare i rischi della comunicazione virtuale.
Quella della dipendenza dalla realtà virtuale o da internet può però
quasi sembrare una metafora della solitudine umana o una favola improntata ad
un'utopia negativa alla Orwell: eppure il fascino inarrestabile che i mondi
virtuali e fantastici esercitano, risucchiandoci dentro lo schermo del
computer, ci deve spingere a riflettere sul nostro bisogno di evasione, sulle
esigenze del fantastico e sullo scarso appagamento che molti traggono dalla
ripetitiva dimensione del quotidiano.