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PALERMO - Via
Leonardo da Vinci, 111 - Tel. 091.6820331 - 331.2058233 -
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Descrizione
sintetica delle nostre procedure di cura nei Disturbi d'Ansia
- le descrizioni
fornite, inclusa l'indicazione della durata media della psicoterapia
negli specifici casi, sono indicazioni generali e non possono tenere
conto delle moltissimi variabili individuali e personali -
- Cliccare qui per accedere alla nostra
"Psicoterapia Convenzionata" |
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Cura dei disturbi di:
-
ANSIA GENERALIZZATA
(senza depressione)
-
ANSIA
SOCIALE
-
FOBIA SOCIALE
-
ANSIA RELAZIONALE
(quando si esprime in
occasione della vita sociale, incontri nuovi, esami, ecc.)
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I passi della
terapia, per i disturbi d'ansia generalizzata, sociale e
relazionale, sono:
- Definizione
e analisi dei sintomi e del disturbo specifico per la
data persona.
- Anamnesi
storica e familiare (si individuano gli elementi causali
che risalgono al passato della persona).
- Questa fase richiede
circa 3 sedute di psicoterapia. In questa fase, se
il paziente dà il consenso, si effettua anche una visita con uno
degli specialisti dello studio, diversi dallo psicoterapeuta (il
neurologo o lo psichiatra).
- Con specifiche tecniche
iniziali, consentire alla persona di diventare consapevole di
come certi suoi automatici sistemi di pensiero e
interpretazione, provocano i sintomi d'ansia, spesso in forma di
"pensiero previsionale". Occorrono circa 2 sedute
di psicoterapia.
- A questo punto si possono
cominciare ad applicare i metodi e le procedure di cura per
risolvere i disturbi d'ansia. I metodi e le procedure di cura,
più frequentemente usati, sono:
-
tecniche di
psicoterapia cognitiva della serie RET (Rational-Emotive
Therapy), con prevalenza d'uso dei metodi RSA (Rational
Self-Analysis) e DIB (Disputing Irrational Beliefs). Lo
psicoterapeuta insegna al paziente cosa/come applicare su di sè
queste tecniche, con riferimento alla metodologia originale di
Albert Ellis. Nel corso di circa 4 sedute di psicoterapia
in genere il paziente ottiene già, grazie a questo metodo, un
decremento dell'ansia di circa il 30/40% rispetto all'intensità
dei sintomi che accusava all'ingresso in psicoterapia.
-
in alcuni casi, prescrizione e somministrazione di psicofarmaci,
quali alprazolam (alcune volte in combinazione con venlafaxina o
paroxetina), a seguito della valutazione di uno dei nostri
specialisti (neurologo o psichiatra), se ha precedentemente
visitato il paziente.
-
tecniche di psicoterapia transazionale e/o psicoterapia
gestaltica: applicazione in seduta della confrontazione
frontale (2 sedie contrapposte), dove lo psicoterapeuta aiuta il
paziente a "spurgare", "proiettare fuori di sè", le
consapevolezze che ha imparato a conseguire nelle sedute
precedenti. Questa fase richiede di solito circa 3 sedute
di psicoterapia.
-
tecniche di analisi transazionale e gestaltiche: lo
psicoterapeuta può usare diversi modi, uno dei quali si fonda
sull'alleanza e la fiducia che intanto il paziente ha
conquistato nei confronti dello psicoterapeuta. Si adopera
allora una tecnica (3 sedie: due occupate dal paziente e il
terapeuta e una terza vuota), nella quale il paziente avrà un
potente guadagno di liberazione e crescita di assertività,
"collocando" sulla sedia vuota chi o ciò per lui/lei è
necessario, a secondo la propria storia personale. Questa fase
richiede di solito altre 3 sedute di psicoterapia.
-
tecniche di analisi transazionale: con procedure
analitiche specifiche + tecniche di rilassamento + tecniche
ipnotiche (quando necessario), il paziente può adesso
approfondire l'analisi del Se' (analisi dei "giochi psicologici"
e del proprio "copione di vita"), imparando a conoscere ea
dominare, in parte, il proprio sistema inconscio. Questa fase
richiede mediamente 5 sedute di psicoterapia.
-
tecniche di psicoterapia cognitiva-comportamentale: lo
psicoterapeuta assegna al paziente degli "homeworks" (compiti a
casa) e insegna al paziente i modi per diventare potente
nell'apprendimento di nuovi comportamenti. Si applicano alcune
tecniche di desensibilizzazione dell'ansia residua. Questa fase
richiede mediamente 5 sedute di psicoterapia.
La durata media dell'intero
ciclo di psicoterapia, per la cura dei disturbi d'ansia
generalizzata, sociale e relazionale, è di 25 sedute di
psicoterapia.
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Cura dei disturbi di:
-
ANSIA
COLLEGATA A FOBIA SPECIFICA
- Nota:
per vedere i dettagli dei sintomi di questa forma di ansia,
clicca sul nome e vedrai la descrizione sintetica o
dettagliata.
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I passi della
terapia per il disturbo d'ansia collegato a fobie specifiche, sono:
- Analisi
accurata della correlazione fra: situazione - oggetto del
quale si sente la fobia - comportamenti di evitamento, da parte
del paziente. Occorrono circa 2 sedute di psicoterapia.
In questa fase, se il paziente dà il consenso, si effettua anche
una visita con uno degli specialisti dello studio, diversi dallo
psicoterapeuta (il neurologo o lo psichiatra).
- Inizio dell'applicazione
delle tecniche e delle procedure terapeutiche specifiche per le
fobie e l'ansia collegata alle fobie. I metodi e le procedure di
cura, più frequentemente usati, sono:
-
addestramento alle tecniche di rilassamento psico-somatico
-
in alcuni casi, prescrizione e somministrazione di psicofarmaci,
quali alprazolam (alcune volte in combinazione con venlafaxina o
paroxetina), a seguito della valutazione di uno dei nostri
specialisti (neurologo o psichiatra), se ha precedentemente
visitato il paziente.
-
applicazione di tecniche di psicoterapia cognitiva abbinate a
modalità RET (in assetto covert), quali la tecnica REI (Rational-Emotive
Imagery). Lo psicoterapeuta addestra e accompagna il paziente in
assetto "covert", alla rappresentazione in studio, della
situazione fobica. Analisi e consapevolezza degli stili
cognitivi adoperati per la propria rappresentazione della
realtà. Analisi delle correlazioni causa-effetto fra pensiero e
risposta ansiosa-fobica. Occorrono circa 6 sedute di
psicoterapia.
- inizio
della fase della psicoterapia comportamentale:
desensibilizzazione semplice e sistematica; flooding in covert
e/o oggettuale; ecc. Occorrono circa 4 sedute di
psicoterapia.
-
tecniche di psicoterapia analitica transazionale, per
consolidare e concludere la terapia: il paziente viene aiutato a
divenire consapevole del "significato simbolico" della fobia;
viene aiutato a divenire assertivo, per mezzo delle tecniche
specifiche AT adatte per questo; viene aiutato a saper
"sostituire" la fobia con nuovi comportamenti decisionali.
Occorrono mediamente 8/10 sedute di psicoterapia.
La durata media dell'intero
ciclo di psicoterapia, per la cura dei disturbi d'ansia
generalizzata, sociale e relazionale, è di 22 sedute di
psicoterapia.
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Cura dei disturbi di:
-
ANSIA
collegata a
PANICO
-
DISTURBO DI PANICO
(con Agorafobia)
-
AGORAFOBIA
(senza Panico)
- Nota:
per vedere i dettagli dei sintomi di ciascuno di queste forme di
ansia, clicca sui loro nomi e vedrai la descrizione
sintetica o dettagliata.
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I passi della
terapia per il disturbo d'ansia collegato a Panico e ad Agorafobia,
sono:
- Analisi
accurata della situazione familiare e di appartenenza del
paziente. In questa fase, se il paziente dà il
consenso, si effettua anche una visita con uno degli specialisti
dello studio, diversi dallo psicoterapeuta (il neurologo o lo
psichiatra).
- Lo psicoterapeuta informa
il paziente che potrebbe essere utile convocare le persone a
lui/lei vicine, per spiegare elementi del panico/agorafobia:
spesso, infatti, questi disturbi risultano molto ostici e
incomprensibili alle persone e nella terapia, a volte, serve la
collaborazione di alcune persone prossime al paziente.
- Inizio dell'applicazione
delle tecniche e delle procedure terapeutiche specifiche per il
disturbo di panico e/o l'agorafobia e l'ansia collegata. I
metodi e le procedure di cura, più frequentemente usati, sono:
-
tecniche di terapia
cognitivo-comportamentale: lo psicoterapeuta
avvia il paziente ai metodi di "monitoraggio continuo del
panico"; tecniche di "ristrutturazione cognitiva focalizzata".
-
tecniche di rilassamento
psico-somatico e addestramento al riconoscimento delle
somatizzazioni; rieducazione della respirazione
-
prescrizione e
somministrazione degli adeguati psicofarmaci: la
cura del panico e dell'agorafobia, spesso richiede la
combinazione integrata fra psicoterapia e psicofarmaci
-
psicoterapia analitica
transazionale: vengono dedicate alcune sedute
analitiche, per consentire al paziente di acquisire la
consapevolezza dei paradossali "vantaggi secondari" della
sindrome panico/agorafobia; questa consapevolezza è spesso
necessaria per prevenire le ricadute
-
psicoterapia in gruppo:
spesso le persone affette da panico/agorafobia, giovano della
psicoterapia in gruppo, per guarire definitivamente dalla loro
patologia.
La durata dell'intero ciclo di
psicoterapia è, nel caso di panico e agorafobia, molto variabile da
soggetto a soggetto.
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Cura dei disturbi di:
-
ANSIA collegata a
OSSESSIONI e
COMPULSIONI
-
DISTURBO OSSESSIVO-COMPULSIVO
-
Nota:
per vedere i dettagli dei sintomi di ciascuno di queste forme di
ansia, clicca sui loro nomi e vedrai la descrizione
sintetica o dettagliata.
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I passi della
terapia per il disturbo d'ansia collegato a Ossessioni e Compulsioni,
sono:
- Analisi
accurata della costellazione ossessiva e/o compulsiva del
paziente: il paziente viene addestrato a compilare un
"diario comportamentale", più un "diario dei rituali"; quando la
sindrome è resa invasiva a causa di forti implicazioni del
"dubbio" e della "incertezza", alla persona vengono fornite
specifiche tecniche di intervento.
- Contestualmente
il paziente viene visitato anche da uno dei nostri specialisti -
neurologo o psichiatra - per l'anamnesi medica da
abbinare a quella psicodiagnostica.
- Si fanno poche
sedute di
psicoterapia iniziale per stabilire, fra paziente e
psicoterapeuta, le migliori modalità: cioè quelle che sono più
sintoniche con le "necessità" del paziente di
evitare qualcosa o di
preferire qualcosa altro, a secondo l'ansia che certe
situazioni possono provocargli, a causa delle sue ossessioni. Lo
psicoterapeuta nella fase iniziale terrà in gran conto la
sensibilità di questo tipo di paziente.
- Inizio dell'applicazione
delle tecniche e delle procedure terapeutiche specifiche per il
disturbo ossessivo-compulsivo e l'ansia collegata. I metodi e le
procedure di cura, più frequentemente usati, sono:
-
psicoterapia
comportamentale: di solito si inizia con la
psicoterapia comportamentale, per verificare la resistenza dei
sintomi alle tecniche che tendono alla riduzione dei
comportamenti compulsivi e delle idee ossessive collegate
(tecniche di mantenimento/attacco ai rituali; tecniche di
immissione di nuovi comportamenti neutralizzanti; tecniche di
gestione degli impulsi ossessivi; tecniche specifiche elaborate
nella nostra esperienza clinica, applicate ai comportamenti
superstiziosi, perfezionisti, ripetitivi dell'ordine e della
pulizia ossessiva.
-
psicoterapia
cognitivo-comportamentale: in questa sindrome
l'esperienza clinica ha favorito la "desensibilizzazione
sistematica", il "flooding" e il "modeling"; le tecniche
cognitive applicate riguardano specialmente il repertorio
relativo alla "prevenzione della risposta", aiutando la persona
ad acquisire progressivamente sempre più potere decisionale e
diminuendo il penoso "sentirsi obbligato a fare".
-
psicoterapia cognitiva:
vengono fornite al paziente modelli tecnici che progressivamente
lo aiutano a sapere "arrestare il pensiero" e a farlo
"ripartire", con la propria volontà; con altre tecniche
cognitive e analitiche transazionali combinate, lo aiutiamo a
imparare a "ritardare progressivamente la risposta
comportamentale dovuta al comando ossessivo"; a volte
applichiamo le tecniche "blow-up".
-
psicoterapia analitica:
accompagniamo il paziente a sapere decidere rituali obbligati e
paradossali, man mano che con l'analisi comprende il significato
dei suoi sintomi.
-
prescrizione e
somministrazione degli adeguati psicofarmaci: la
cura del disturbo ossessivo-compulsivo, molto spesso, se non
sempre, richiede la combinazione integrata fra psicoterapia e
psicofarmaci
La durata dell'intero ciclo di
psicoterapia è, nel caso del disturbo ossessivo-compulsivo, molto
variabile da soggetto a soggetto.
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●
Riteniamo utile, innanzi tutto,
riportare un paragrafo scritto dal Prof. Ferdinando Pellegrino, psichiatra e
membro del consiglio direttivo della SIMP, Società Italiana Medicina
Psicosomatica, a proposito dei disturbi di ansia:
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" L' approccio ai disturbi dello spettro ansioso è un problema di notevole
rilevanza in medicina generale sia per l'alta incidenza di questi disturbi, sia
per la frequenza con cui il medico di famiglia viene consultato.
Si tratta di disturbi che incidono molto sulla performance del soggetto,
compromettendone la sua funzionalità lavorativa e familiare, e che inducono a
frequenti richieste di consulti medici e al ricorso a strutture di emergenza,
sia ospedaliere che territoriali. Ne consegue la necessità di definire delle
linee guida che consentano:
1. il precoce riconoscimento di questi disturbi, considerando che possono avere
molteplici manifestazioni, alcune delle quali riscontrabili prevalentemente
presso lo studio del medico di famiglia;
2. di elaborare, in tali ambiti, efficaci programmi terapeutici.
Tale possibilità, peraltro oggi più realistica grazie allo sviluppo di sempre
più numerosi progetti che prevedono un rapporto di stretta collaborazione tra lo
specialista ed il medico di base, ripropone il concetto di medicina
psicosomatica, inteso come modalità di approccio globale al paziente, nella sua
dimensione fisica e psichica. "
Prof. FERDINANDO PELLEGRINO, psichiatra, esperto in psicosomatica
|
I disturbi di ansia sono i
più comuni, o i più frequenti fra i disordini mentali. Comprendono un gruppo
di manifestazioni che includono l' ansia estrema o patologica, così
come la depressione dell' umore e/o la facile impressionabilità. L' ansia,
che può essere intesa come la controparte patologica del timore normale, è
caratterizzata dalla disorganizzazione dell' umore, così come del pensare,
del comportarsi e delle correlate attività fisiologiche.

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Tipi
di
disordini di ansia |
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I disordini di ansia includono il disturbo di panico (con e senza una storia di
agorafobia), l' agorafobia (con e senza una storia di disordine di panico), il
disordine generalizzato di ansia, la fobia specifica, la fobia sociale, il
disturbo ossessivo e ossessivo-compulsivo, il disturbo acuto da stress ed il
disordine post-traumatico da stress (DSM-IV). In più, vi sono disordini di
adattamento con le caratteristiche ansiose, disordini di ansia dovuti a
circostanze mediche generali, disordini di ansia indotti da sostanze e la
categoria residua di disordine di ansia non specificato, con un quadro
sintomatico preciso (DSM-IV).
I disordini di ansia sono trasversalmente
distribuiti in tutte le culture umane (Regier ed altri, 1993; Kessler ed altri,
1994; Weissman ed altri, 1997). Negli Stati Uniti, la prevalenza, in un anno,
per tutti i disordini di ansia fra le età 18- 54 degli adulti eccede del 16 per
cento (tabella 4-1) e vi è sovrapposizione o comorbidità significativa, cioè
significativa copresenza di altri disturbi, con i disturbi dell' umore ed i
disordini di abuso di sostanza (Regier ed altri, 1990; Goldberg &Lecrubier,
1995; Magee ed altri, 1996).
Il decorso longitudinale di questi disordini è caratterizzato dalle età
relativamente giovani nel momento dell' insorgenza, la cronicità, le ricadute o
episodi ricorrenti della malattia e periodi di inabilità (Keller & Hanks, 1994;
Gorman &Coplan, 1996; Liebowitz, 1997; Marcus ed altri, 1997). Anche se pochi
studi psicologici di analisi sui suicidi dell' adulto hanno incluso
un'attenzione focale sugli stati di comorbidità (Conwell & Brent, 1995), è
probabile che il tasso di ansia in comorbidità nel suicida sia sottovalutato. Il
disturbo di panico e l' agorafobia, specialmente, sono associati con aumenti di
rischio di tentato suicidio (Hornig &MNALLY, 1995; Associazione Psichiatrica
Americana, 1998).
Disturbi d' ansia: tutte le tabelle diagnostiche
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Attacchi di
panico e disturbo di panico
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Un
attacco di panico è un periodo discreto di paura o di disagio intenso che è
associato con numerosi sintomi somatici e cognitivi (DSM-IV). Questi sintomi
includono le palpitazioni, sudarazione intensa, tremori, difficoltà
respiratorie, sensazioni di soffocamento, dolore toracico, la nausea e un acuto
malessere generalizzato, capogiri o vertigini, le sensazioni di formicolio e
sensazioni di caldo-freddo, l' arrossimento e disturbi gastrointestinali.'
Gli attacchi hanno tipicamente un inizio brusco, raggiungendo l' intensità
massima in 10 - 15 minuti.
La maggior parte della gente segnala un timore di impazzire, morire e di perdere
il controllo delle emozioni o del comportamento. Le esperienze provocano
generalmente uno stimolo forte a evitare o sfuggire il posto in cui l' attacco
comincia e, quando il disturbo è connesso con dolore toracico o la difficoltà
respiratoria, ciò provoca frequentemente l'impulso a cercare l'intervento di
emergenza in ospedale o altro tipo di assistenza urgente. Tuttavia un attacco
dura raramente più di 30 minuti.
La pratica diagnostica in vigore, specifica che un attacco di panico deve essere
caratterizzato almeno da quattro dei sintomi somatici e cognitivi collegati
descritti precedentemente. L' attacco di panico è distinto da altre forme di
ansia, per la relativa intensità e per la relativa natura improvvisa e
episodica. Gli attacchi di panico possono più ulteriormente essere
caratterizzati dal rapporto fra l' inizio dell' attacco e la presenza o l'
assenza dei fattori situazionali. Per esempio, un attacco di panico può essere
descritto come inatteso, collegato alla situazione del momento, o favorito dalla
situazione ( insorgendo solitamente, ma non invariabilmente, in una situazione
particolare). Inoltre vi sono forme attenuate o con sintomi ridotti, degli
attacchi di panico.
Gli attacchi di panico non sono sempre indicativi di un disturbo mentale e, al
contrario, fino al 10 per cento della gente in buona salute avvertono un attacco
isolato di panico all' anno (Barlow, 1988; Klerman ed altri, 1991). Gli attacchi
di panico inoltre non sono sempre indicativi del disturbo di panico. Si
presentano comunemente nel corso della fobia sociale, del disturbo generalizzato
di ansia e del disturbo depressivo principale (DSM-IV).
Il disturbo di panico è diagnosticato quando una persona
ha avvertito almeno due attacchi inattesi di panico e sviluppa la preoccupazione
o la preoccupazione persistente circa avere ulteriori attacchi o cambia il suo
comportamento per evitare o minimizzare tali attacchi. Considerando che il
numero e la severità degli attacchi varia ampiamente, il comportamento di
evitamento e di preoccupazione, sono caratteristiche essenziali. La diagnosi è
inapplicabile quando gli attacchi sono presunti essere stati causati da una
droga o un farmaco o un disordine medico generale, quale ipertiroidismo.
I tassi, nel corso della vita, d'un disordine di panico di 2 - 4 per cento ed i
tassi di un anno di circa 2 per cento sono documentati costantemente negli studi
epidemiologici (Kessler ed altri, 1994; Weissman ed altri, 1997) (tabella 4-1).
Il disordine di panico è complicato frequentemente dal disturbo depressivo
principale (comorbidità di corso della vita di 50 - 65 per cento) e da alcolismo
e da disordini di abuso della sostanza (una comorbidità del 20- 30 per cento) (Keller
& Hanks, 1994; Magee ed altri, 1996;Liebowitz, 1997). Il disordine di panico
inoltre simultaneamente è diagnosticato, o coesiste, con altri disordini
specifici di ansia, compresa la fobia sociale (fino a 30 per cento), disordine
generalizzato di ansia (fino a 25 per cento), la fobia specifica (fino a 20 per
cento) ed il disordine ossessivo e ossessivo-compulsivo (fino a 10 per cento) (DSM-IV).
Come discusso successivamente, circa la metà delle persone con disordine di
panico ad un certo punto sviluppa talmente il comportamento di evitamento, da
richiedere una descrizione separata, disordine di panico con o senza agorafobia.
Il disordine di panico è circa due volte più comune fra le donne quanto fra gli
uomini (Associazione psichiatrica americana, 1998). L' età dell' insorgenza è
più comune fra l'adolescenza e la vita medio-adulta.
Relativamente rara oltre i 50 anni. Vi è continuità inerente allo sviluppo, con
le sindromi di ansia della gioventù, quale disordine di ansia di separazione.
Tipicamente, un' età giovane all' inizio del disordine di panico, include i
rischi più grandi di comorbidità, di cronicità e di danno. Il disordine di
panico è una condizione familiare e può essere distinto dai disordini depressivi
dagli studi della famiglia.
«Ero in discoteca, una serata come le altre, lo ricordo come se fosse successo
ieri, benché siano trascorsi quasi quattro anni. Mi sentii soffocare, ebbi la
sensazione di morire, il mio corpo era congelato, sentivo il sangue salirmi alla
testa. Mi sembrava di impazzire. Fui portata all'ospedale e da allora non vado
più in discoteca, evito i luoghi affollati e la mia vita è profondamente
cambiata, vivo con l'angoscia che il panico si ripresenti, ho perso la mia
libertà».
Amelia, 21 anni, studentessa universitaria, descrive così la sua esperienza del
primo attacco di panico; ora chiede un sostegno psicologico ed una terapia: «non
posso continuare a vivere in questa condizione, sono giovane e non voglio
rinunciare a vivere libera».
La ricorrenza degli attacchi di panico, che di solito compaiono
inaspettatamente, spontaneamente (a ciel sereno) e non sono associati a
situazioni specifiche, costituisce la caratteristica principale del Disturbo
di Panico (DAP), definito nell'ICD-10 come "Sindrome da attacchi di panico o
ansia episodica parossistica".
All'attacco di panico (Tabella 4), che determina una significativa
compromissione del comportamento, può associarsi o meno l'agorafobia e, ai fini
della diagnosi, a almeno uno degli attacchi deve seguire un mese, o più, di
persistenza di un eccessivo timore di avere altri attacchi con le relative
conseguenze.
Il DAP, ( disturbo di attacco di panico ), che può insorgere anche durante il
sonno o nel contesto di situazioni drammatiche (incidenti, morte di persone care
... ), è di frequente riscontro nella popolazione generale, i dati di prevalenza
in un anno sono tra l'1 % e il 2%; le donne sono da 2 a 3 volte più colpite
degli uomini e l'età media di esordio può collocarsi tra la tarda adolescenza e
i 35 anni.
Le manifestazioni fisiche del disturbo inducono il paziente a rivolgersi al
pronto soccorso o al proprio medico di famiglia, con tendenza a richieste
ripetute di indagini clinico-strumentali. Studi recenti sottolineano inoltre la
presenza di attacchi minori, con manifestazioni cliniche oligosintomatiche e di
minore intensità, come vertigini, palpitazioni, vampate di caldo. Tali dati
suggeriscono un approccio graduale al paziente, volto innanzitutto ad escludere
la presenza di patologie organiche, perché sottosti- mando il sintomo ed
etichettandolo subito come "psichico", il medico di base corre il rischio di non
rivedere più il paziente che si rivolgerà ad un altro medico. Secondariamente,
si può valutare la possibilità di una presa in carico del paziente gestita dal
medico di famiglia, o l'invio allo specialista dei disturbi psichici, psicologo
clinico, psicoterapeuta o psichiatra. In ogni caso, considerata, come vedremo,
la presenza di diverse patologie organiche in grado di simulare un attacco di
panico, è sempre buona norma valutare il paziente anche dal punto di vista
fisico.
L'
evoluzione del DAP, anche se il decorso appare tendenzialmente cronico, è
variabile ed è possibile che si associno altre connotazioni cliniche che
possiamo così riassumere:
- sviluppo di una condizione di ansia anticipatoria: il paziente vive nel
timore che le crisi possano ripetersi e presenta uno stato di continua
apprensione anche di notevole intensità;
- l'associazione di alcuni luoghi o situazioni con la possibilità che si
verifichi un attacco di panico comporta l'adozione di condotte di evitamento.
Tali luoghi o situazioni saranno sistematicamente evitati e nulla potrà
rassicurare il paziente;
-il soggetto appare sempre più preoccupato e potrebbe temere (elaborazione
ipocondriaca) di avere "una brutta malattia" che non si riesce a
comprendere; in tal modo aumentano le richieste di intervento del medico;
-è frequente l'insorgere di vissuti di tristezza e scoraggiamento
(demoralizzazione secondaria), con sentimenti di colpa e inadeguatezza
rispetto al futuro quando ci si rende conto di essere fortemente condizionati e
non più in grado di realizzare i propri progetti.
Al DAP
risultano frequentemente associati altri disturbi d'ansia, come la fobia sociale
e la fobia specifica, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo d'ansia
generalizzato, i disturbi da abuso di sostanze, come l'abuso di alcolici e di
farmaci la cui assunzione avviene a scopo autoterapeutico, e i disturbi
dell'umore, in particolare depressione che può manifestarsi in oltre il 65% d
soggetti con DAP con un serio aumento del rischio suicidiario.
La diagnosi precoce del disturbo, l'instaurazione di un corretto
programma terapeutico, il riconoscimento d quadri psicopatologici
associati, migliorano notevolmente la prognosi e consente di ottenere
buoni risultati.

In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof.
Ferdinando Pellegrino
Disturbi d' ansia: tutte le tabelle diagnostiche
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Diagnosi, cause e sorgenti del disturbo di panico
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La
diagnosi del disturbo di panico deve essere effettuata sia con i
criteri della valutazione sintomatica ( diagnosi psichiatrica di
tipo nosologico, di solito utilizzando la classificazione
internazionale esposta nelle tabelle giù riprodotte che si
riferiscono al DSM-IV ), sia con i criteri della più articolata
psicodiagnosi (diagnosi clinica psicologica). Vedi una più
approfondita discussione sulla diagnosi nell' apposita sezione.
In particolare la diagnosi della personalità della persona che
presenta la sindrome di panico ( attacchi di panico e/o disturbi di
panico senza attacchi parossistici; oppure panico con o senza
agorafobia ), rivela spesso delle analogie con la personalità della
persona che presenta disturbi ossessivi compulsivi, sia nella forma
classica, sia nella forma che viene chiamata disturbo di personalità
ossessivo compulsivo.
Queste analogie riguardano in particolare un aspetto che possiamo
chiamare di tipo narcisistico, oppure di tipo idealizzante. Queste
caratteristiche consistono in un' organizzazione psichica che si
presenta in una prima fase, che può durare anche decine di anni,
sotto forma di ottimismo, grande fiducia in se stesso e negli altri,
quasi euforia, onnipotenza, grandiosità, senso di invulnerabilità,
percezione positiva e ideale della realtà, con esclusione di tutto
quello che può essere negativo, o comunque può richiamare la morte,
la fine, il cambiamento, la vulnerabilità e la perdita. In una
seconda fase, di solito dopo un qualunque evento che improvvisamente
ha necessariamente richiamato l'individuo a prendere coscienza della
relatività della realtà, si presentano più evidentemente le
caratteristiche di intolleranza rispetto alla realtà ormai
innegabile. E' di solito a questo punto che esplode per la prima
volta l'attacco di panico e i disturbi comunque correlati al panico
e all'agorafobia.
La struttura della personalità di queste persone comunque conteneva
da sempre l'intolleranza rispetto alla relatività generale della
realtà, anche quando ancora non era manifesta, cioè anche nella fase
di "benessere", quando la persona per lo più era ottimista,
fiduciosa, se non addirittura euforica. Anzi, è ragionevole
considerare che gli aspetti di sicurezza ed ottimismo erano presenti
proprio come copertura involontaria della sottostante angoscia
rispetto alla relatività del tutto, potremmo dire come involontario
meccanismo di negazione di tutto ciò che nel reale è "nero", come se
questo "nero" non avrebbe mai dovuto riguardare loro.
Si pensa che queste persone candidate al panico, all'angoscia e
all'agorafobia, o alle ossessioni e compulsioni, abbiano avuto un
sistema familiare ed ambientale di crescita che, per svariate
condizioni, non abbia comunque consentito loro di sperimentare
adeguatamente e progressivamente la presa di coscienza della realtà,
specialmente negli aspetti più frequenti e ineludibili, che sono
quelli della morte, della fine, del cambiamento, dell'incidente,
della necessità di "morire" e "rinascere" anche molte volte durante
la propria vita. Accade dunque che quando la realtà presenta loro
una qualunque occasione per rendersi definitivamente conto che la
"morte" li avvolge da ogni lato, come è ovviamente vero per tutti,
essi ne hanno una reazione panica ed estrema. L'occasione può avere
qualunque forma: una malattia di se stessi o di una persona a loro
cara, un incidente, una difficoltà economica o lavorativa, la fine o
il cambiamento di una relazione sentimentale, la fine del periodo
adolescenziale ( per esempio entrare all'università, andare al
servizio militare ), un trasferimento, la rivelazione deludente
degli interessi egoistici che frequentemente regolano le relazioni
interpersonali e così via. In ogni caso si tratta della scoperta
definitiva della relatività di ogni cosa, di sè, degli altri e del
mondo e la scoperta deludente e nel contempo spaventosa, che da
questa relatività è impossibile sottrarsi.
A quel punto la persona inizia a soffrire di due forme di angoscia:
la prima riguarda la delusione circa la realtà; la seconda riguarda
la paura dell'esperienza drammatica che ha vissuto nell'occasione
dei primi attacchi di panico. Anzi, spesso, l'angoscia relativa agli
attacchi copre la prima angoscia, consentendo così al paziente di
non diventare ancora del tutto cosciente della sua fragilità a
tollerare la relatività. Egli si convince ancora una volta, grazie
alla paura dei sintomi, che se non fosse per essi, non avrebbe
altri problemi. Ed è con questo atteggiamento di solito che viene a
chiedere cure. Egli, all'inizio del lungo peregrinare fra vari
medici e specialisti, cerca rimedi rapidi e indolori, che gli
consentano di "ritornare felice come era prima di quel misterioso
attacco". Inizia così il lungo iter dei tentativi di rapidi
soluzioni, della ricerca di formidabili farmaci, o di bravissimi
specialisti che abbiano nel cassetto una cura speciale e magica per
farli guarire, cioè "tornare come prima".
Di solito essi, quando giungono alla fine, come ultima spiaggia, in
psicoterapia, sono stremati e scoraggiati dopo infiniti tours alla
ricerca di una illusoria cura rapida e indolore. Quando sono giunti
dallo psicoterapeuta, sono però di solito talmente bisognosi di uscire
fuori dalla loro sofferenza psichica, che si rendono disponibili ad
analizzare altre possibilità e alcuni sono già pronti ad accettare che
occorrerà correggere alcuni aspetti della loro personalità, per guarire
davvero. Inoltre accettano anche che dovranno comunque continuare ad
assumere farmaci, perchè continuerà ad essere necessario il controllo
dei sintomi, per potere lavorare bene sulla ben più complessa situazione
psicologica. Inizia così la loro terapia, di solito, purtroppo, anni
dopo che era insorta la loro patologia sintomatica.
E' ovvio che se questo tipo di paziente andasse subito a cercare la
terapia completa, ci sarebbero meno difficoltà per giungere alla
guarigione.
Occorre però precisare che ormai, forse anche grazie alle informazioni
più complete, si vedono sempre più persone che accedono alle cure
complete sin dai primissimi segnali dei loro disturbi. Il livello di
consapevolezza e di accettazione delle cure psicologiche ( psicoterapia
e psicofarmaci ), sta migliorando moltissimo. Nelle stesse aree
meridionali, dove le strutture di personalità sono spesso deboli nella
capacità di chiedere aiuto senza sentirsi per questo handicappati, si
osserva un miglioramento e molte persone ricorrono più celermente di
prima allo psicoterapeuta e l'arretratezza della vergogna di ciò sta
sensibilmente diminuendo, anche se il meridione è ancora lontano dai
livelli di emancipazione europea e di conseguenza si assiste di più a
casi che prima di essere trattati si cronicizzano durante gli anni di
insufficienti cure che devono essere " solo mediche o al più
neurologiche ".

In parte tratto
da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof. Ferdinando
Pellegrino
Disturbi d' ansia: tutte le tabelle diagnostiche
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Terapia dei disturbi di panico
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La
cura dei disturbi di panico deve svolgersi rigorosamente secondo un
piano terapeutico che includa inderogabilmente sia il controllo
sintomatico per mezzo degli psicofarmaci, che l' attacco alla sorgente
del disturbo per mezzo della psicoterapia.
Conviene sempre ricordare che non possono invece esservi mezzi
terapeutici per intervenire sulle cause, poichè esse, come più volte
specificato, risiedono in due dimensioni inattaccabili allo stato
attuale.
Le cause infatti risiedono nel tempo e più precisamente nella
complessità delle esperienze trascorse specialmente durante gli anni
evolutivi e risiedono altresì nella costituzione temperamentale dell'
individuo, nella sua genetica, manifestandosi sin dall'inizio della vita
individuale sotto forma di soggettiva soglia di sensibilità nella
risposta alle stimolazioni ambientali e dunque a tutte le esperienze che
casualmente si presentarono.
Come altrove specificato, le cause sia genetiche che ambientali,
interagendo, determinano nel giovane cervello la costruzione della
soggettiva struttura e funzione psichica, la quale viene utilizzata da
ciascuno, consciamente, inconsciamente od automaticamente, in ogni
momento nel quale si è necessitati a decodificare la realtà. Questa
struttura/funzione è in definitiva lo stile personale di interpretazione
della realtà e rappresenta la sorgente dalla quale deriva il personale
"sentirsi psichico": cioè, infine, ciascun individuo si sente
psicologicamente così come può sentirsi in seguito alla struttura
psichica che possiede, cioè in seguito alla sorgente che possiede, così
come potette casualmente costruirsi durante gli anni evoluti, a causa
della propria casuale genetica e a causa dell'involontario sommarsi
delle varie esperienze ambientali.
Con tale premessa si intende per cura un procedimento che aiuti il
paziente ad entrare in possesso degli strumenti adatti a correggere la
sorgente del male e poichè la sorgente consiste nel soggettivo stile di
decodificazione della realtà, la cura consiste nella correzione del
proprio soggettivo stile di interpretazione della realtà. Questo
procedimento, chiamato psicoterapia, è la parte fondamentale della cura.
Tuttavia occorre quasi sempre e spesso anche urgentemente, contenere ed
arginare l'espansione sintomatica del paziente che soffre di disturbi di
panico, per due ordini di motivi: uno, perchè la tipica angoscia del
panico è sovente somatizzata ed assume nel paziente forme a volte
drammatiche, per cui la persona non può fare altro che autosservarsi
quasi continuamente per evitare tutto ciò che può essere occasione di
ansia, sperimentando una tale sofferenza che richiede immediato
sollievo; due, perchè se non si fanno regredire i sintomi, spesso non si
può ottenere la collaborazione del paziente, indispensabile per attuare
il definitivo rimedio a livello della sorgente. Il rimedio più
eccellente per il controllo sintomatico sono sicuramente gli
psicofarmaci.
La psicoterapia nei disturbi di panico attua specifiche modalità
inerenti la tipologia della sorgente. Come detto nel paragrafo su
sorgente e diagnosi, vi è una specificità nella struttura psichica di
chi soffre di panico, consistente in un particolare sviluppo psicologico
che ha lasciato insufficiente il grado di capacità personale di gestione
della relatività della realtà. In pratica questo aspetto è presente
anche in altre forme psicopatologiche, ma nel caso del panico esso si
accoppia fortemente con una particolare idealizzazione che il soggetto
ha costruito di se stesso, o del mondo e/o degli altri, corredandosi di
aspettative poco adattive. La psicoterapia adopera in questi casi quegli
strumenti che servono a riagganciare lo sviluppo adattativo, conducendo
il paziente in una revisione adeguata del proprio stile di
decodificazione della realtà, affinchè egli possa rinforzare la propria
tolleranza della relatività e nel contempo possa ridimensionare la
propria interpretazione idealizzante della realtà stessa. Le risposte di
panico diminuiscono e cessano in modo direttamente correlato
all'andamento della psicoterapia e quindi correlato alla modificazione
del proprio stile di decodificazione precedente.
Gli psicofarmaci adoperati nei disturbi di panico sono sia
antidepressivi che ansiolitici. La scelta degli psicofarmaci deve essere
molto attenta della configurazione psicopatologica dell'individuo.
Infatti a volte la somma di fragilità di gestione del relativo, più
idealizzazione, provoca strutture patologiche tendenti, oltre che al
panico, anche a forme depressive distimiche, altre volte a forme
apertamente fobiche, evitanti, inibite. Altre volte provoca forme
reattive istrioniche, o avviluppate a manierismi ossessivo-compulsivo.
La scelta dello psicofarmaco, specialmente della molecola
antidepressiva, deve tenere conto della esatta diagnosi di queste e
altre configurazioni. Inoltre è importante l'indagine medica di routine,
prima di prescrivere i farmaci.
La cura dunque deve essere prescritta e praticata esclusivamente dagli
specialisti psicoterapeuti, in stretta e continuativa coordinazione con
altri specialisti. Poichè lo psicoterapeuta può essere indifferentamente
sia psicologo che medico, nel caso egli fosse medico è utile ribadire
che è buona norma che in questo caso si astenga dal prescrivere
personalmente gli psicofarmaci allo stesso paziente che intanto sta
tenendo in cura psicoterapeutica. E' buona norma che in ogni caso
l'aspetto farmacologico sia seguito dal collega psichiatra o neurologo,
coordinato ma non sovrapposto allo psicoterapeuta.
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Agorafobia |
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L' agorafobia,
termine antico, è tradotto dal greco come timore d'uno spazio aperto. L'
agorafobia oggi descrive l' ansia severa e dominante circa lo stare in
situazioni da cui la fuga potrebbe risultare difficile o l' evitare le
situazioni come essere da soli fuori casa, viaggiare in automobile, in un bus, o
in un aeroplano, o stare in una zona affollata (DSM-IV).
La maggior parte della gente che si presenta agli specialisti di salute mentale,
sviluppa l' agorafobia dopo l' inizio di disordine di panico (Associazione
psichiatrica americana, 1998). L' agorafobia è intesa
come un negativo risultato degli attacchi ripetuti di panico e la preoccupazione
del comportamento di evitamento successivo (Barlow, 1988). Quindi, la diagnosi
convenzionale di disturbo di panico con agorafobia è stata stabilita. Tuttavia,
per quella persone che non rispondono ai test di verifica completi per disturbo
di panico, la diagnosi convenzionale di agorafobia senza storia di disturbo di
panico è usata (DSM-IV).
La
prevalenza di un anno di agorafobia è circa 5 per cento (tabella 4-1). L'
agorafobia è presente più comunemente circa il doppio fra le donne rispetto agli
uomini (Magee ed altri, 1996). La differenza fra i due sessi può essere
attribuibile ai fattori socio-culturali che consentono l' espressione delle
strategie di evitamento alle donne (DSM-IV), anche se altre spiegazioni sono
possibili.
L'agorafobia, la più disabilitante delle fobie, è la paura di ritrovarsi soli
(nell'impossibilità di essere soccorsi, di poter fuggire in caso di panico) in
luoghi pubblici, come una piazza, un supermarket o una discoteca; essa limita in
modo considerevole l'autonomia del paziente che per ogni spostamento, anche
semplicemente per uscire di casa, chiede la presenza di un accompagnatore, come
nel caso di Alessia, una giovane studentessa che lasciava la propria abitazione
esclusivamente accompagnata dalla madre, che le dava "sicurezza e protezione".
Il DAP, ( disturbo di attacco di panico ), che può insorgere anche durante il
sonno o nel contesto di situazioni drammatiche (incidenti, morte di persone care
... ), è di frequente riscontro nella popolazione generale, i dati di prevalenza
in un anno sono tra l'1 % e il 2%; le donne sono da 2 a 3 volte più colpite
degli uomini e l'età media di esordio può collocarsi tra la tarda adolescenza e
i 35 anni.
Le manifestazioni fisiche del disturbo inducono il paziente a rivolgersi al
pronto soccorso o al proprio medico di famiglia, con tendenza a richieste
ripetute di indagini clinico-strumentali. Studi recenti sottolineano inoltre la
presenza di attacchi minori, con manifestazioni cliniche oligosintomatiche e di
minore intensità, come vertigini, palpitazioni, vampate di caldo. Tali dati
suggeriscono un approccio graduale al paziente, volto innanzitutto ad escludere
la presenza di patologie organiche, perché sottosti- mando il sintomo ed
etichettandolo subito come "psichico", il medico di base corre il rischio di non
rivedere più il paziente che si rivolgerà ad un altro medico. Secondariamente,
si può valutare la possibilità di una presa in carico del paziente gestita dal
medico di famiglia, o l'invio allo specialista dei disturbi psichici, psicologo
clinico, psicoterapeuta o psichiatra. In ogni caso, considerata, come vedremo,
la presenza di diverse patologie organiche in grado di simulare un attacco di
panico, è sempre buona norma valutare il paziente anche dal punto di vista
fisico.
L' evoluzione del DAP, anche se il decorso appare tendenzialmente cronico, è
variabile ed è possibile che si associno altre connotazioni cliniche che
possiamo così riassumere:
- sviluppo di una condizione di ansia anticipatoria: il paziente vive nel
timore che le crisi possano ripetersi e presenta uno stato di continua
apprensione anche di notevole intensità;
- l'associazione di alcuni luoghi o situazioni con la possibilità che si
verifichi un attacco di panico comporta l'adozione di condotte di evitamento.
Tali luoghi o situazioni saranno sistematicamente evitati e nulla potrà
rassicurare il paziente;
-il soggetto appare sempre più preoccupato e potrebbe temere (elaborazione
ipocondriaca) di avere "una brutta malattia" che non si riesce a
comprendere; in tal modo aumentano le richieste di intervento del medico;
-è frequente l'insorgere di vissuti di tristezza e scoraggiamento
(demoralizzazione secondaria), con sentimenti di colpa e inadeguatezza
rispetto al futuro quando ci si rende conto di essere fortemente condizionati e
non più in grado di realizzare i propri progetti.
Al DAP risultano frequentemente associati altri disturbi d'ansia, come la fobia
sociale e la fobia specifica, il disturbo ossessivo-compulsivo, il disturbo
d'ansia generalizzato, i disturbi da abuso di sostanze, come l'abuso di alcolici
e di farmaci la cui assunzione avviene a scopo autoterapeutico, e i disturbi
dell'umore, in particolare depressione che può manifestarsi in oltre il 65% d
soggetti con DAP con un serio aumento del rischio suicidiario.
La diagnosi precoce del disturbo, l'instaurazione di un corretto programma
terapeutico, il riconoscimento d quadri psicopatologici associati, migliorano
notevolmente la prognosi e consente di ottenere buoni risultati.

Disturbi d' ansia: tutte le tabelle diagnostiche
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Descrizione Americana di agorafobia |
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Test di verifica Diagnostici
La presenza di agorafobia è riferita al timore dello svilupparsi di sintomi
panico-simili (per esempio, vertigini o diarrea).
Test di verifica per agorafobia:
Ansia circa l'essere nei posti o nelle situazioni da cui la fuga potrebbe essere
difficile (o confondente) o nei quali l' aiuto non può essere disponibile nel
caso si avesse un attacco inatteso. I timori agorafobici riguardano
tipicamente le serie di meccanismi caratteristici delle situazioni che includono
essere fuori casa da solo; essendo in una folla o in una condizione limite;
essendo su un ponticello; e viaggiando in un bus, in un treno, o in un'
automobile.
Nota: Considerare la diagnosi di fobia specifica se l' evitare è limitato ad una
o soltanto alcune situazioni specifiche, o di fobia sociale se l' evitare è
limitato alle situazioni sociali.
Le situazioni sono evitate (per esempio, l 'allontanarsi è limitato) oppure sono
affrontate con profonda afflizione o con ansia circa avere un attacco di panico
o panico-simile, o richiedere la presenza
d'un compagno.
L' ansia o l' evitamento fobico non è meglio rappresentato da un altro disturbo
psicologico, quale fobia sociale (per esempio, evitare limitato alle situazioni
sociali a causa di timore dell' imbarazzo), fobia
specifico (per esempio, evitare limitato ad una singola situazione come gli
ascensori), disordine ossessivo-compulsivo (per esempio, evitare sporcizia
in qualcuno con un' ossessione circa la contaminazione), disordine di stress di
postraumatico (per esempio, evitare gli stimoli connessi con un fattore di
stress severo), o disordine di ansia di separazione (per esempio, evitare di
lasciare la sede o i parenti).
I test di verifica, in questi casi, devono escludere di avere mai avuto
disturbo di panico.
Il disturbo non deve essere dovuto agli effetti fisiologici diretti d'una
sostanza (per esempio, abuso di una droga, un farmaco) o d'uno stato medico
generale.
Se è presente uno stato medico generale collegato, il timore descritto nel test
di verifica A è chiaramente al di sopra di quello connesso solitamente con lo
stato.
Caratteristiche Collegate:
Umore depresso
Disfunzione somaticaa/sessuale Tossicomania Personalità
ansiosa/paurosa/dipendente
Diagnosi Differenziale:
Disordine di panico con
agorafobia; fobia sociale; fobia specifica; Disordine depressivo
maggiore; Disordine da delusione; Disordine ossessivo-compulsivo;
Disordine di ansia di separazione; preoccupazioni realistiche.
©Internet Mental Health 1995-1997 copyright da Phillip W. Long, M.D.

Disturbi d' ansia: tutte le tabelle
diagnostiche
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Queste circostanze comuni, sono caratterizzate da
profondo timore di oggetti o di situazioni specifiche (DSM-IV). L' esposizione
all' oggetto della fobia, nella vita reale o nell' immaginazione, o per mezzo di
video, suscita invariabilmente ansia intensa, che può includere l' attacco di
panico, limitatamente alla situazione. Gli adulti riconoscono generalmente che
questo timore intenso è irrazionale.
Tuttavia, evitano tipicamente lo stimolo fobico, o resistono all' esposizione
con grande difficoltà. Le fobie specifiche più comuni includono i seguenti
stimoli o situazioni temuti: animali (particolarmente serpenti, roditori,
uccelli e cani); insetti (particolarmente ragni ed api o calabroni); altezze;
ascensori; volo; azionamento dell' automobile; acqua; tempeste; e sangue o
iniezioni.
Circa 8 per cento della popolazione adulta soffre da una a più fobie specifiche
durante 1 anno (tabella 4-1). Tassi molto più alti sarebbero registrati, se
fossero impiegati requisiti diagnostici meno rigorosi relativi al comportamento
di evitamento e patologie funzionali.
Tipicamente le fobie specifiche cominciano nell' infanzia, anche se c'è un
secondo “picco” dell' insorgenza nel 20s centrale dell' età adulta (DSM-IV). La
maggior parte delle fobie persiste spontaneamente per anni o persino decenni e
relativamente poche guariscono spontaneamente o senza trattamento.
Le fobie specifiche non derivano generalmente da esposizione ad un singolo
evento traumatico (per esempio, se morsi da un cane o annegamento) (Marks,
1969). Piuttosto, vi è prova di fobie in altri membri della famiglia e di
apprendimento sociale o di fobie vicarie di altre fobie (cuoco & Mineka, 1989).
Gli attacchi spontanei e inattesi di panico inoltre sembrano svolgere un ruolo
nello sviluppo di fobie specifiche, anche se il modello particolare dell'
evitamento è molto più focale e circoscritto.
Più comuni di quanto fino ad oggi si potesse immaginare, i disturbi fobici
rappresentano quadri clinici in cui l'elemento centrale è costituito da un
timore patologico o da una paura immotivata di venire a contatto
con un oggetto o con particolari situazioni (fobia specifica), o ancora,
con situazioni sociali o prestazionali che possono creare imbarazzo (fobia
sociale).
Si tratta di timori infondati, di una paura irrazionale e assurda, che il
paziente pur rendendosene conto non riesce a superare; l'angoscia può essere
tale da causare un evitamento di oggetti o situazioni e da compromettere, in
alcune circostanze in modo grave, il funzionamento globale del soggetto.
Le Fobie Specifiche (FS) di più frequente riscontro riguardano animali o
insetti, altezze, sangue, ferite, acqua, buio, aghi, alimenti, temporali,
l'utilizzo di mezzi pubblici, ascensori, ponti, luoghi chiusi; è nota inoltre la
"fobia dello spazio" in cui si ha paura di cadere se si è lontani da muri o
altri supporti e, nei bambini, la paura dei rumori forti o dei personaggi in
maschera.
La prevalenza della FS è più frequente nelle donne -
stimata dal 3 all'8%, ma solo in una piccola percentuale di casi il
disturbo raggiunge livelli di gravità tale da richiedere l'intervento dello
specialista; è tuttavia frequente il riscontro della FS all'anamnesi in soggetti
che consultano lo specialista per altri disturbi d'ansia.
Nella maggior parte dei casi, il paziente convive con il disturbo, evitando le
situazioni ansiogene e senza compromettere la propria performance: si può
comunque viaggiare evitando di prendere l'aereo o vivere evitando il contatto
con gli animali, come nel caso di Sabrina che evitava sistematicamente di andare
a casa di alcuni suoi cari amici perché avevano un gatto, trovando di volta in
volta una scusa plausibile per non rendere visibile il proprio disagio, oppure
di Giovanni che, per non prendere l'ascensore, era costretto ad utilizzare le
scale, pur abitando al sesto piano.
Nella pratica clinica può essere utile ricordare la fobia per gli alimenti
associata alla avversione per alcuni cibi (pesce, carni, spaghetti ... ), la cui
presenza può determinare nausea e conati di vomito, o associata alla
ipereccitabilità del normale riflesso faringeo. In questo caso può essere
presente una notevole difficoltà o impossibilità di deglutire cibi solidi: i
soggetti non tollerano lo spazzolino da denti, la camicia abbottonata, la
cravatta o l'assunzione di compresse, capsule, confetti, preferendo ad esempio
fastidiosi cicli di terapia parenterale.
Disturbi d' ansia: tutte le tabelle diagnostiche
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La fobia sociale, anche conosciuta come
disturbo sociale di ansia, descrive la persona con ansia profonda e persistente
nelle situazioni sociali, comprese le prestazioni e il parlare in pubblico (Ballenger
ed altri, 1998). L' elemento critico del terrore è la possibilità di imbarazzo o
di apparire ridiculo. Come le fobie specifiche, la paura è riconosciuta dagli
adulti come eccessiva o irragionevole, ma la situazione sociale temuta è evitata
o è tollerata con grande disagio. Molta gente con fobia sociale è oppressa da
preoccupazioni che altri vedranno i loro sintomi di ansia (cioè, tremore,
sudorazione, o arrossimento); o noteranno le loro pause o il parlare veloce; o
li giudicheranno come timorosi e deboli, stupidi, o “pazzi.” La paura dello
svenimento e di perdita del controllo intestinale o della funzione
della vescica, o di perdita della coscienza, o vuoti di memoria, non sono
inoltre rari. Le fobie sociali sono associate generalmente con ansia
anticipatoria significativa nei giorni o settimane precedenti
l' evento temuto, che a sua volta può più ulteriormente handicappare le
prestazioni ed intensificare l' imbarazzo.
La prevalenza di un anno di fobia sociale varia da 2 a 7 per cento (tabella
4-1), anche se la cifra più bassa includa probabilmente il maggior numero di
persone che avverte il danno e l' afflizione più significativi. La fobia sociale
è più comune nelle donne (Wells ed altri, 1994). La fobia sociale comincia
tipicamente nell' infanzia o adolescenza e, per molte, è associato con le
caratteristiche di vergogna, di umiliazione in pubblico e di inibizione (Kagan
ed altri, 1988). L' imbarazzo severo, o altre esperienze stressanti possono
provocare un' intensificazione delle difficoltà (Barlow, 1988). Una volta che il
disordine è stabilito, le remissioni complete sono rare senza trattamento. Più
comunemente, la severità dei sintomi ed i peggioramenti tendono ad oscillare
rispetto alle richieste lavorative o scolastiche ed alla stabilità dei rapporti
sociali. I dati preliminari suggeriscono che la fobia sociale sia familiare.
(sbalzi ed altri, 1998).
La fobia sociale o Disturbo da Ansia (DAS) rappresenta un disturbo
altrettanto frequente e certamente più invalidante; insorge mediamente in un'età
compresa tra i 15 e i 20 anni ed è caratterizzata da una ingiustificata ed
eccessiva valutazione del giudizio degli altri con conseguente disagio nelle
relazioni sociali, incapacità o impossibilità di controllare le proprie reazioni
emotive in molte situazioni o prestazioni (Tabella 5 ) tale da indurre la
comparsa di sintomi dello spettro ansioso. Il soggetto ha paura di essere al
centro dell'attenzione, di comportarsi in modo imbarazzante o umiliante ed è
portato ad evitare tutte le situazioni ritenute ansiogene con conseguente
inibizione e riduzione dei contatti sociali, fino a compromettere in modo
stabile - cronicizzazione del disturbo - il rendimento familiare, lavorativo e
sociale.
Le paure possono arrivare a riguardare la maggior parte delle situazioni sociali
(fobia sociale generalizzata).
Il ricorso allo specialista avviene (essendo un disturbo sottostimato, spesso
"normalizzato" con la definizione di timidezza) dopo molti anni dalla comparsa
dei primi sintomi e in concomitanza della comparsa di complicanze (abuso di
alcolici) o di altri eventi psicopatologici (attacchi d panico, episodi
depressivi
... ). Ciò non è più giustificato, anche in considerazione delle recenti
acquisizioni terapeutiche sia psicofarmacologiche che psicoterapeutiche.
Disturbi d' ansia: tutte le tabelle diagnostiche
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Il disordine generalizzato di ansia è diagnosticato se
si verifica un periodo della durata di 6 mesi di ansia e di preoccupazione,
accompagnato dai sintomi collegati multipli (DSM-IV). Questi sintomi includono
tensione muscolare, facile affaticamento, la difficoltà di concentrazione, l'
insonnia e l' irritabilità. Nella gioventù, la circostanza è conosciuta come
disordine "overanxious" (ansia eccessiva) dell' infanzia. In DSM-IV, una
caratteristica essenziale di disordine generalizzato di ansia è che l'
ansia e la preoccupazione non possono essere attribuibili all' afflizione più
focale del disordine di panico, di fobia sociale, di disordine
ossessivo-compulsivo, o di altre circostanze ,(diagnosi differenziale).
Piuttosto, come intrinseco nella definizione, l' ansioso si preoccupa spesso di
una moltitudine di aree, compreso lavoro, i rapporti, le finanze, il benessere
della famiglia, le disgrazie potenziali e le scadenze imminenti. I sintomi
somatici di ansia sono comuni, come sono gli attacchi sporadici di panico.
Il disordine generalizzato di ansia si presenta più spesso nelle donne, con un
rapporto fra i generi di circa 2 donne - 1 uomo (Brawman-Mintzer & Lydiard,
1996). La prevalenza di un anno della popolazione è circa 3 per cento. Circa 50
per cento dei casi cominciano nell' infanzia o nell' adolescenza. Il disturbo
funziona tipicamente con un decorso oscillante, con periodi di incremento
sintomatico connessi solitamente con lo stress della vita o le difficoltà
imminenti. Non sembra esservi un' associazione familiare specifica per il
disturbo generale di ansia. Piuttosto, i tassi di disturbo dell' umore ed i
disordini di ansia sono tipicamente più grandi fra i parenti di primo-grado
della popolazione con disturbo generalizzato di ansia (Kendler ed altri, 1987).
Considerato come una categoria residua fino a qualche anno fa, il
Disturbo d'Ansia Generalizzato (GAD) è entrato a pieno titolo tra le
patologie psichiatriche solo recentemente ed è caratterizzato dalla presenza di
ansia persistente ad andamento cronico. L' attesa apprensiva (tensione
psichica, preoccupazione) con anticipazione pessimistica di eventi disastrosi
per sé o per i propri familiari rappresenta il sintomo cardine del disturbo, a
cui si accompagnano segni di tensione fisica, iperattività neurovegetativa e
disturbi cognitivi come scarsa concentrazione e facile distraibilità.
I pazienti affetti da questo disturbo appaiono cronicamente ansiosi ed
apprensivi, versano in uno stato di eccessiva preoccupazione per le circostanze
quotidiane che comporta una condizione di allarme ed ipervigilanza tale da
rendere la vita "impossibile": «Non posso più accendere il televisore, si
sentono tante brutte notizie, ho la sensazione che possano capitare anche a me.
Mi riesce difficile anche uscire, devo fare uno sforzo notevole per non pensare
a mio figlio che è a scuola, potrebbe succedergli qualcosa; sono terrorizzata
ogni qualvolta sento la sirena di un'ambulanza, penso che possa essere successo
qualcosa di terribile ad un mio familiare».
Il GAD è un disturbo di comune osservazione (le stime per la prevalenza ad un
anno variano dal 3 all'8%), soprattutto nella medicina generale; è il disturbo
che più frequentemente si associa ad un altro disturbo mentale (è di particolare
rilievo la comorbidità con i disturbi dell'umore) e solo un terzo dei pazienti
con GAD si rivolge allo specialista. La componente somatica del disturbo motiva
infatti i pazienti a consultare il proprio medico di famiglia, l'internista, il
cardiologo, lo pneumologo, il gastroenterologo, e solo in ultima istanza lo
specialista dei disturbi psicologici. Risultano tuttavia relativamente pochi i
pazienti che accettano la diagnosi di GAD ed un trattamento appropriato; è più
frequente la ricerca di ulteriori e sempre più numerosi consulti specialistici
con frequente ricorso a strutture sanitarie, prima di arrendersi opportunamente
al proprio disturbo psicologico e alle cure adeguate. Questo accanimento a
rifiutare di essere affetti da disturbi psicologici e la ricerca altrettanto
accanita di una malattia organica diversa da quella psicologica, rende infine, a
volte, molto più complicata la terapia psichica tardiva.
L' età di esordio, indicata nella fanciullezza e nell'adolescenza, è tuttavia
difficile da definire con esattezza in quanto la maggior parte dei pazienti ha
la sensazione di "essere stato sempre ansioso", riconoscendosi una particolare
struttura di personalità; non è comunque infrequente l'esordio dopo i 20 anni.
Circa il 60% di coloro che soffrono di GAD sono donne.
Il decorso appare tendenzialmente cronico, con andamento fluttuante e fasi
alterne di riacutizzazione, soprattutto in concomitanza con eventi stressanti.
Per poter fare diagnosi di GAD il DSM-IV ha proposto alcuni criteri, che
possiamo così riassumere:
1. Presenza di ansia e
preoccupazione eccessiva (attesa apprensiva), per almeno sei mesi
consecutivi, riguardo ad una quantità di eventi o di attività (come prestazioni
lavorative o scolastiche). Il paziente è incapace di controllare tale
preoccupazione e l'insieme dei sintomi causa un disagio clinicamente
significativo con compromissione della funzionalità sociale, lavorativa,
familiare, individuale.
2.
All'ansia e alla preoccupazione sono associati almeno tre dei seguenti sintomi
(nei bambini ne è sufficiente uno):
• irrequietezza, o sentirsi tesi e con i nervi a fior di pelle;
• facile affaticabilità;
• difficoltà a concentrarsi o vuoti di memoria;
• irritabilità;
• tensione muscolare;
• alterazioni del sonno (difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno, o
sonno inquieto e insoddisfacente).
Per I'ICD-10, che definisce il disturbo come sindrome ansiosa generalizzata, i
sintomi associati sono descritti più dettagliatamente (Tabella 2 ), e per la
diagnosi ne sono sufficienti quattro, di cui uno deve rientrare nei primi
quattro. Questa precisazione conferma la eterogeneità dei quadri clinici con cui
il GAD può manifestarsi e la possibilità che lo stesso possa presentarsi in modo
diverso nel corso della vita di un soggetto.
Il momento della diagnosi deve quindi considerare tali variabili e deve essere
attento a differenziare il GAD da altre patologie; inoltre, è importante
sottolineare ancora una volta la possibilità che al disturbo si associno
frequentemente altri quadri clinici il cui riconoscimento consente un
trattamento adeguato.
La diagnosi
differenziale comprende tutte le condizioni mediche che possono causare ansia.
La richiesta di indagini clinico-strumentali (in particolare esami ematochimici
generali, comprensivi di test per la funzionalità tiroidea ed un ECG) oltre che
aiutare il clinico nella definizione diagnostica, rappresentano elementi
rassicuranti per il paziente, soprattutto nella fase iniziale del disturbo. L'
intossicazione da caffeina, per l'elevato consumo di questa sostanza attraverso
vari prodotti alimentari (caffè, tè, cola, cacao, cioccolato), va sempre
considerata.
Inoltre, poiché il GAD è frequentemente associato a quadri depressivi, l' esame
clinico deve essere particolarmente attento all'individuazione di tali aspetti.
In questi pazienti un umore triste, un vissuto di scoraggiamento (dee di
impotenza è quasi sempre presente, è legato alla sofferenza psicologica che il
GAD comporta e migliora con la remissione dei sintomi ansiosi. La
presenza invece di un vero quadro depressivo, che ha certamente un impatto
negativo sulla prognosi, comporta l'adozione di misure terapeutiche specifiche.
Un particolare stato d'ansietà e di preoccupazione, soprattutto con
polarizzazione sulle problematiche della vita quotidiana, può essere indicativo
di una condizione iniziale di deterioramento cognitivo. Il soggetto anziano può
infatti reagire con ansia ai primi segnali di deficit cognitivo in quanto,
riscoprendosi meno efficiente e attento, è portato a utilizzare meccanismi
compensativi, come l'eccessiva scrupolosità e il ricontrollare più volte quanto
realizzato per paura di aver sbagliato. Ciò determina una sensazione di
incertezza, anche per compiti banali, con incremento dell'ansia. E' vero anche
il contrario: l'ansia, diminuendo la capacità attentiva, può determinare la
sensazione di avere "dei vuoti di memoria". L' anamnesi negativa per precedenti
episodi ansiosi, l'esordio tardivo dei disturbi, l'assenza di eventi stressanti,
la presenza di una buona struttura di personalità, depone per un quadro organico
e indirizza il clinico verso la richiesta di esami specifici (TAC encefalo, RMN,
test neuropsicologici).
Infine, l'intima relazione del GAD con alcune caratteristiche di
personalità (insicurezza, scarsa autostima, docilità, labilità emotiva,
rigidità ... ) pone alcuni interrogativi che ci portano a riflettere su
alcune modalità comportamentali (Tabella 3) di frequente osservazione
che possono esprimere uno stato d'ansia latente il cui riconoscimento
può aiutare a migliorare lo stile di vita di questi soggetti.
Disturbi d' ansia: tutte le tabelle diagnostiche
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L sono pensieri, impulsi, o immagini
ricorrenti e intrusive che sono percepite come inadeguate, grottesche, o sono
proibite (DSM-IV). Le ossessioni, che producono ansia e profonda
afflizione, sono chiamate “ego-alien” o “ego-dstoniche” perché il loro contenuto
è abbastanza diverso dai pensieri che la persona ha solitamente. Le ossessioni
sono percepite spesso come incontrollabili ed i timori del sofferente sono che
perderà il controllo e si comporterà secondo tali pensieri o impulsi. I temi
comuni includono la contaminazione con i germi o fluidi fisiologici, dubbi
(cioè, la preoccupazione che qualche cosa di importante è stato trascurato o che
il sofferente involontariamente ha creato danno a qualcuno), ordine o simmetria,
o perdita di controllo degli impulsi violenti o sessuali.
Le compulsioni sono comportamenti ripetuti o atti mentali che riducono l' ansia
che accompagna un'ossessione o una previsione che possa accadere un certo evento
temuto (DSM-IV). Le compulsioni includono sia i comportamenti evidenti, come il
lavaggio delle mani, o il controllo, che gli atti mentali compreso il conteggio
o pregare. Non insolitamente, i rituali compulsivi prendono lunghi periodi di
tempo, persino ore, per essere completati. Per esempio, il lavaggio ripetuto
delle mani, progettato per rimediare l' ansia circa la contaminazione, è una
causa comune della dermatite da contatto.
Anche se una volta si riteneva che il disturbo fosse raro, ora è stato
documentato che abbia una prevalenza di un anno di 2,4 per cento. Il disturbo
ossessivo-compulsivo è ugualmente comune fra gli uomini e le donne.
Il disturbo ossessivo-compulsivo comincia tipicamente nell' adolescenza, o nel
giovane adulto (maschi) o nella giovane adulta (femmine) (Burke ed altri, 1990;
DSM-IV). Per la maggior parte, il decorso è oscillante e, come il disordine
generalizzato di ansia, le esacerbazioni dei sintomi sono associate solitamente
con lo stress della vita. Le comorbidità comuni includono il disordine
depressivo principale ed altri disordini di ansia. Circa il 20 - 30 per cento
della gente in campioni clinici con disordine ossessivo-compulsivo segnalano una
storia di tics e circa un quarto dell'insieme di questa gente corrisponde ai
test di verifica completi per il disturbo di Tourette’s (DSM-IV). Per contro,
fino a 50 per cento della gente con disordine di Tourette’s sviluppano il
disordine ossessivo-compulsivo (Pitman ed altri, 1987).
Il disordine ossessivo-compulsivo ha un
modello familiare libero e una specificità familiare piuttosto più alta che la
maggior parte degli altri disordini di ansia. Ancora, c'è un rischio aumentato
di disordine ossessivo-compulsivo fra i parenti di primo-grado con disordine di
Tourette’s. Altri disturbi mentali che possono fare parte dello spettro del
disordine ossessivo-compulsivo includono la tricotillomania (tirarsi
compulsivamente i capelli), taccheggio compulsivo, il gioco ed i disordini del
comportamento sessuale (Hollander, 1996). Le ultime circostanze sono in qualche
modo discrepanti perché i comportamenti compulsivi sono meno ritualistici e
rendono alcuni risultati piacevoli o gratificanti. Il disordine dismorfico del
corpo è una circostanza circoscritta in cui il comportamento compulsivo ed
ossessivo verte su una preoccupazione circa l' apparenza di sè (cioè, la
sindrome della bruttezza immaginaria) (Phillips, 1991).
"Rita ha 45 anni e la sua vita è, un inferno, vive ossessionata dall'idea di
poter contrarre una malattia infettiva (ossessione) e trascorre le notti in
bagno a lavarsi le mani (compulsione) nel tentativo di mitigare la profonda
angoscia legata all'ossessione. Consuma litri di alcool e le mani portano i
segni evidenti di questi rituali: «La mia vita è un rituale continuo, non ho la
forza per contrastare le mie ossessioni». Sposata, con due figli, Rita combatte
ogni giorno contro questa forza intrusiva che limita la sua libertà di pensare e
di agire."
"Per Antonio, stimato notaio di un piccolo centro cittadino, le ossessioni
riguardano invece l'idea che il suo studio possa incendiarsi ed ogni sera, alla
chiusura, è costretto a controllare e ricontrollare se tutto è in ordine, se ha
staccato la corrente o se vi sono in giro sigarette accese lasciate da qualche
cliente. Il rituale dura non meno di tre ore e condiziona in modo considerevole
la sua vita: «Non posso accettare nessun invito a cena, sono vittima e schiavo
della mia mente, delle mie ossessioni»."
Così descritto il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è un disturbo
altamente invalidante di cui oggi si comincia ad avere una maggiore
considerazione anche al di fuori dell'ambito specialistico. Ciò consente una
precoce identificazione e l'invio allo specialista per un trattamento specifico.
Il DOC ha una prevalenza annua dell'1,5-2,1%,
con la comparsa dei sintomi di solito in età giovanile (nella maggior parte dei
casi prima dei 25 anni), con un decorso tendenzialmente cronico che per il 15%
dei soggetti comporta una progressiva e grave compromissione della funzionalità
familiare e sociale. L'esordio precoce ed insidioso, un decorso ingravescente,
una familiarità del disturbo, la concomitante presenza di un disturbo di
personalità e una scarsa adesione al trattamento sono tutti fattori che
influenzano negativamente l'evoluzione del DOC. Dal punto di vista clinico la
caratteristica fondamentale è legata all'ossessione (o anancasmo), definita come
un'idea, un pensiero, un impulso, un'immagine, che irrompono nella mente di un
soggetto, nonostante gli sforzi per contrastarle, senza alcuna logica o
giustificazione, contro la sua volontà, come estranee e angoscianti.
L'ossessione domina il campo della coscienza, persiste senza motivo, tende a
ripetersi, diventando per il soggetto un motivo di profonda sofferenza in quanto
incapace di "dirigere il proprio pensiero".
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In parte tratto da "I segreti dell'ansia"
ed. Ariete Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino |
Le ossessioni (Tabella 6) possono avere diverse caratteristiche che variano nei
singoli casi clinici. Accanto a ossessioni troviamo la compulsione che
rappresenta vissuto di costrizione, di obbligo ad agire, a comportarsi in un
certo modo: si tratta di comportamenti (lavarsi mani, riordinare, controllare) o
azioni mentali (pregare, contare, ripetere parole ... ) che il paziente è
costretto a compiere in maniera ripetuta e formalistica (i cosiddetti
cerimoniali o rituali), per mitigare la propria angoscia, allontanare le
ossessioni e scongiurare il peggio, pur conoscendone l'assurdità, come ci
racconta Daniela che da alcuni anni - ora ne ha 18 - soffre di DOC:
«Ogni sera devo sistemare i vestiti in un certo modo, le scarpe devono andare al
posto giusto e tutto nella mia camera deve essere al proprio posto, anche i
libri, che non posso lasciare aperti sul tavolo. Devo controllare, ricontrollare
tutto, riaprire i cassetti e l'armadio e risistemare ogni cosa. Solo cosi
facendo posso andare a letto».
La presenza di tratti ossessivi di
personalità è molto frequente nella popolazione generale, le piccole ossessioni
risultano di comune riscontro e possono aiutare i soggetti ad essere più precisi
nei loro compiti; tra questi possono esservi soggetti con DOC che riescono a
convivere con i propri disturbi e a conservare un discreto equilibrio.
Una maggiore attenzione da parte del medico non specialista, può contribuire a
trattare precocemente il DOC. E' infatti noto che questi pazienti arrivano allo
specialista dopo molti anni dall'esordio del quadro clinico, ed alcuni dopo
essersi rivolti ad altre categorie di specialisti, diversi dallo psicologo
clinico o dallo psichiatra, o al proprio medico di famiglia per chiedere
consiglio e aiuto per alcune conseguenze del DOC":
• le mani screpolate dai rituali di pulizia inducono i pazienti a consultare un
dermatologo o le lesioni gengivali da eccessiva pulitura dei denti, il dentista;
• alcuni genitori si rivolgono al pediatra perché il comportamento del figlio
(di solito un'eccessiva pulizia) sembra strano;
• un infettivologo può essere consultato nel timore di aver contratto l'AIDS;
• al medico di famiglia possono essere riferiti comportamenti indicativi di un
DOC: permanenza in bagno per ore intere, eccessivo consumo di carta igienica,
ripetuti rituali (entrare e uscire da una porta, salire e scendere da una
sedia), eccessiva scrupolosità.
«Mio figlio impiega
giornate intere per ricontrollare gli esercizi svolti»
O estrema lentezza nel compiere alcuni atti come mangiare o radersi.
Il DOC è frequentemente associato ad altre patologie,
come i disturbi dello spettro ansioso e i disturbi dell'umore che vanno
riconosciuti e trattati.
In particolare è nota la frequente concomitanza di un quadro depressivo, che va
distinto dalla semplice demoralizzazione o scoraggiamento per la sofferenza
derivante dal disturbo.
L'osservazione clinica indica che la depressione può iniziare e svilupparsi
prima, durante o dopo l'insorgenza del DOC, ma i rapporti tra le due patologie
non sono chiari e a tutt'oggi risultano oggetto di studio. In ogni caso la
copresenza di un quadro depressivo sembra determinare una maggiore gravità della
sintomatologia con un impatto negativo sul piano della prognosi.
L' interesse degli studiosi è anche rivolto allo studio del cosiddetto "spettro
dei disturbi ossessivi-compulsivi", un concetto recentemente introdotto sulla
base di caratteristiche comuni sul piano clinico, biologico e terapeutico di
alcuni disturbi che ha già dato importanti risvolti sul piano
clinico-terapeutico.
Essi possono essere distinti in tre gruppi:
a.
presenza di una marcata preoccupazione
relativa all'aspetto fisico. Rientrano in questo gruppo la dismorfofobia,
l'ipocondria, l'anoressia, la bulimia, il disturbo da alimentazione
incontrollata;
b.
sono rappresentati disturbi in cui prevale
una condizione di impulsività: il gioco d'azzardo, lo shopping compulsivo (oniomania),
le compulsioni sessuali (come la masturbazione compulsiva o la pedofilia), la
cleptomania, la piromania, la tricotillomania, l'onicofagia, i disturbi da
dipendenza da alcool, nicotina o sostanze psicoattive;
c.
è presente un disturbo neurologico con caratteristiche compulsive:
l'autismo, la sindrome di La Tourette, la corea di Sydenham, alcune forme di
epilessia, il torcicollo.
La conoscenza di queste problematiche aiuta anche il medico di famiglia ad
individuare situazioni cliniche complesse ed ad identificare alcune condizioni,
come
il gioco d'azzardo, non ritenute comunemente patologiche, nell'intento di
attuare specifici trattamenti, ora possibili grazie a questi studi, in
collaborazione con lo specialista.

Disturbi d' ansia: tutte le tabelle diagnostiche
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Il disordine acuto di stress si riferisce all' ansia ed ai
disturbi del comportamento che si sviluppano entro il primo mese dopo
esposizione ad un trauma estremo. In generale, i sintomi d'un disordine acuto di
stress cominciano durante o subito dopo il trauma.
Tali eventi traumatici estremi includono la violenza o l' aggressione fisica
severa, esperienze di prossimità di morte, incidenti, testimonianza di un
omicidio ed il combattimento. Il sintomo di dissociazione, che riflette una
separazione percepita nella mente, dalla condizione impressionante, o persino
dal corpo, è una caratteristica critica. La dissociazione inoltre è
caratterizzata da un senso del mondo come in uno stato sognante, o posto
irreale, e può essere accompagnata da difficoltà di memoria circa gli eventi
specifici, che nella forma severa è conosciuta come amnesia dissociativa. Altre
caratteristiche d'un disordine acuto di stress includono i sintomi di ansia
generalizzata e ipervigilanza, dell' evitare le situazioni o gli stimoli che
richiamano la memoria del trauma e dei ricordi persistenti e intrusivi dell'
evento, dei sogni, o delle immagini visive ricorrenti o di pensiero.
Se i sintomi e disturbi del comportamento del disordine acuto di stress
persistono per più di 1 mese e se queste caratteristiche sono associate con
danno funzionale o afflizione significativa del sofferente,la diagnosi
cambia a disordine post-traumatico di stress. Il disordine post-traumatico di
stress più precisamente è definito in DSM-IV come avente tre sottoforme: acuta
(< una durata dei 3 mesi), cronici (> una durata dei 3 mesi) ed insorgenza
ritardata (sintomi sono cominciati almeno 6 mesi dopo l'esposizione al trauma).
In virtù della natura più continua del disordine post-traumatico di stress
(riguardante disordine acuto di stress), un certo numero di cambiamenti,
compresa la autostima diminuita, perdita di fiducia circa la gente o la società,
disperazione, un senso permanente di essere danneggiato e le difficoltà nei
rapporti precedentemente stabiliti, sono osservati tipicamente. L' abuso di
sostanze si sviluppa spesso, particolarmente coinvolgendo l' alcool, la
marijuana e le droghe sedativo-ipnotiche.
Circa il 50 per cento dei casi del disturbo post-traumatico di disordine di
stress, recede entro 6 mesi. Per il resto, il disordine persiste tipicamente per
gli anni e può dominare lo studio longitudinale della vita dei pazienti. Il 15
per cento dei veterani del Vietnam, per esempio, ha sofferto del disordine
post-traumatico di stress, per 19 anni dopo l'esposizione al combattimento
(citata in MFARLANE & in Yehuda, in 1996). Nella popolazione in genere, la
prevalenza di un anno è quasi due volte circa 3,6 per cento, con le donne che
hanno la prevalenza sugli uomini (Kessler ed altri, 1995). I più alti tassi di
disordine post-traumatico di stress sono stati trovati fra le donne che sono
vittime del crimine, particolarmente violenza, così come fra i superstiti dei
campi di concentramento e di tortura (Yehuda,1999). In generale, fra quelli
esposti al trauma estremo, circa 9 per cento sviluppano il disordine
post-traumatico di stress (Breslau ed altri, 1998).
La subforma acuta del disordine post-traumatico di stress è distinto dal
disordine acuto di stress, poiché quest'ultimo si risolve entro la fine del
primo mese, mentre il precedente persiste fino a 3 mesi. Se la circostanza
persiste oltre 3 mesi di durata, la diagnosi è cambiata di nuovo alla subforma
post-traumatica cronica di disordine di stress (DSM-IV).
Disturbi d' ansia: tutte le tabelle diagnostiche
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Recenti indagini indicano che oltre il 50% dei pazienti psicopatologici soddisfa
la diagnosi di almeno un secondo disturbo, ed il 75% dei soggetti in trattamento
per abuso o dipendenza da sostanze presenta almeno un altro disturbo mentale.
Per molti soggetti, inoltre, risulta difficile identificare la categoria
diagnostica dì appartenenza, come evidenziato da alcuni studi epidemiologici che
indicano la presenza di un'elevata percentuale di pazienti in cui è possibile
utilizzare solo delle categorie diagnostiche residue, "non meglio specificate".
Tali difficoltà, presenti in tutta la medicina, in psicopatologia assumono un
particolare significato, con notevoli conseguenze sul piano terapeutico e
sottolineano l'importanza di un approccio psicosomatico al paziente: bisogna
attingere informazioni dal suo percorso storico, dalle sue difficoltà, dal suo
modo di affrontare i problemi della vita, dalla sua personalità, dal suo disagio
manifesto, dalle tante variabili extracliniche (compresi gli eventi della vita)
che condizionano a volte in modo determinante l'evoluzione del quadro clinico.
La presenza di un quadro depressivo in soggetti con disturbi d'ansia è un evento
costante, tanto che alcuni studi sottolineano come oltre il 70% degli stati
d'ansia presenti una sintomatologia depressiva.
Le problematiche relative al rapporto ansia-depressione appaiono tutt'altro che
risolte, come si rileva dalla presenza di numerosi studi sull'argomento. In
letteratura d'altra parte è noto che, nonostante il termine "nevrosi" sia
ritenuto superato, la diagnosi più frequente che ancora oggi viene fatta, sia a
livello specialistico che dal medico di famiglia, è quella di "nevrosi
ansioso-depressiva".
Dal punto di vista clinico il riconoscimento del tipo di depressione è
fondamentale per l'elaborazione della prognosi e per la corretta gestione
terapeutica del paziente. Una condizione di scoraggiamento, o
demoralizzazione
in cui prevalgono vissuti di tristezza e di rabbia per Io stato di salute,
per non sentirsi in forma, è strettamene collegata ai disturbi d'ansia. In
questi casi il soggetto conserva l'interesse per l'ambiente circostante, per la
vita, e riesce a provare piacere per ciò che ama («Fra quattro mesi devo
sposarmi, sono contenta, sto preparando ciò che serve, ho solo la preoccupazione
di non riuscire a gestire la mia ansia»); nei confronti del futuro si è
preoccupati ma fiduciosi («Potrei vivere felice se riuscissi a liberarmi di
questi sintomi»). Non prevale la paura della morte, l'ideazione suicidaria ed i
sensi di colpa non hanno un'intensità rilevante, non vi è la sensazione di
essere dei falliti o di aver commesso errori imperdonabili, si è comunque in
grado di progettare il proprio futuro, anche se con molto timore. Viceversa, la
diagnosi di depressione come entità clinica a se stante (episodio depressivo
maggiore) è prevalentemente caratterizzata dai seguenti sintomi:
1. umore depresso (sentirsi giù di tono, demotivati, vuoti, tristi e
pessimisti);
2. disinteresse per l'ambiente circostante e per tutto ciò che può dare piacere;
3. significativa perdita o aumento di peso;
4. problemi di insonnia (è tipico il risveglio precoce mattutino);
5.
rallentamento psicomotorio o stato di agitazione;
6. perdita di energie (sensazione di stanchezza e prostrazione);
7. pensieri di morte (vissuti spesso con un sentimento liberatorio rispetto
all'angoscia del vivere);
8. sentimenti di colpa, di autosvalutazione, di fallimento totale;
9. difficoltà a concentrarsi, a gestire il quotidiano, tutto sembra difficile e
impossibile da realizzare.
Naturalmente solo l'esperienza clinica aiuta il medico a cogliere l'aspetto
"qualitativo" della depressione, ad individuare nel corso del colloquio clinico
la disperazione dell'esperienza depressiva come vuoto assoluto, incolmabile e
devastante («Deve nascere mio figlio, ma non mi interessa, non provo alcun
piacere, soffro per la mia insensibilità, per il vuoto che ho dentro, riconosco
la grandezza dell'evento, ma mi sento completamente disinteressato») che si
differenzia dall'esperienza ansiosa in cui prevale la preoccupazione per il
futuro ed uno stato di allarme.
Valutare la diagnosi dei disturbi dello
spettro ansioso comporta, per definizione, l'esclusione di una patologia
organica
che possa giustificare i sintomi ed in ogni caso va valutato il quadro fisico
generale del paziente e l'importanza che può assumere la consistenza di un
qualsiasi disturbo
fisico. Dietro ogni sintomo ansioso può infatti mascherarsi un disturbo organico
che va identificato e trattato, anche se nella pratica clinica occorre valutare
di volta in volta il reale significato da attribuire alla componente psicologica
e a quella organica.
In particolare:
1. Il sintomo può essere eziologicamente correlato a fattori fisici (ansia
secondaria). Alcune patologie organiche e l'assunzione di sostanze
medicamentose o di abuso (Tabella 7) possono infatti causare sintomi simili a
quelli che si osservano nei disturbi d'ansia; in questi casi vi è un rapporto
diretto tra disturbo fisico, che va identificato e trattato, e lo sviluppo
e il decorso dei sintomi mentali.
2. In uno stesso soggetto disturbi fisicici o psichici possono coesistere, avere
pari importanza e influenzarsi reciprocamente (comorbidità). Nella
pratica clinica l'osservazione della frequente associazione di alcune patologie
(ad esempio il prolasso della mitrale con il disturbo da attacchi di panico) non
ha ancora consentito di chiarire il problema, che resta oggetto di osservazione
e di ulteriori studi. Particolarmente interessante è in tale ambito è lo studio
della comorbidità dei disturbi di panico con l'epilessia, i disturbi
vestibolari, l'emicrania, l'aninesia globale transitoria o con le disfunzioni
tiroidee; pari interesse riveste la comorbidità del disturbo
ossessivo-compulsivo con il disturbo di Tourette e altri disturbi da tic, con
l'epilessia del lobo temporale e, occasionalmente, con le complicazioni dei
traumi e delle encefaliti. Si tratta di quadri clinici complessi in cui è
opportuna una collaborazione tra il medico di medicina generale ed altri
specialisti. Inoltre, soprattutto in medicina generale, è frequente il riscontro
di patologie croniche, quali l'ipertensione, il diabete, la cardiopatia
ischemica, l'artrite, l'enfisema, tutte condizioni che possono avere un ruolo
nello sviluppo o
nell'evoluzione di un disturbo d'ansia. In tali circostanze è opportuno
considerare anche il fatto che si tratta per lo più di soggetti anziani spesso
sottoposti a trattamenti con più farmaci che possono ulteriormente influenzare
il quadro clinico.
3.
Il disturbo psichico rappresenta una reazione al disagio causato da una
patologia organica (ansia reattiva). Oggi si parla di psicooncologia,
psicogeriatria, di assistenza psicologica al paziente infartuato o affetto da
AIDS; in realtà si riscopre l'importanza di valutare le difese del soggetto di
fronte alla ge- stione di una patologia cronica, invalidante o che conduce alla
morte. La valutazione e la gestione degli aspetti psicologici reattivi ad una
patologia organica può contribuire alla migliore gestione della patologia
stessa; molti studi dimostrano che tale valutazione migliora il decorso della
patologia fisica, riduce ad esempio il tempo di degenza medio di un paziente
infartuato, favorisce l'adesione al program- ma terapeutico e l'adozione di
misure igieniche di vita, come avviene nel diabetico che oltre all'assunzione
regolare dei farmaci deve attenersi ad una particolare dieta o nell'infartuato
che deve assumere farmaci ed astenersi dal fumo di sigaretta.
La morte di una persona
cara, un tracollo economico, una crisi coniugale, una violenza come lo stupro, o
qualsiasi esperienza che comporta
un grave sconvolgimento della vita affettiva di un soggetto possono avere un
significato clinico manifestandosi come quadri ansiosi che richiedono un
intervento deciso da parte del
medico.
In tali circostanze, in cui è privilegiato il ricorso al medico di famiglia,
alla guardia medica o al pronto soccorso, emerge in primo piano una profonda
sofferenza in relazione ad una perdita di sicurezza: l'individuo non riesce a
padroneggiare la realtà, è completamente disarmato di fronte ad un'esperienza
non tollerabile e vissuta con dolorosa impotenza.
L' importanza di affrontare in modo adeguato queste circostanze, sia con
interventi farmacologici che psico-terapeutici, è importante per risolvere sia
l'emergenza, sia il cristallizzarsi della sintomatologia in quadri psichiatrici
cronici.

Disturbi d' ansia: tutte le tabelle diagnostiche
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A proposito della cura dei disturbi d'ansia, scriviamo insieme al Prof.
Pellegrino, psichiatra, che oggi la cura richiede un approccio integrato. In
questo approccio devono integrarsi sia l'intervento sui sintomi per mezzo degli
psicofarmaci, che l'intervento a favore della persona per mezzo della
psicoterapia. Grazie alla disponibilità di farmaci sempre più maneggevoli e di
tecniche psicoterapeutiche più pratiche e rispondenti alle esigenze dei
pazienti, lo specialista riesce a formulare adeguati programmi terapeutici.
Inoltre, si va sempre più affermando la possibilità per il medico non
specialista di avvalersi di particolari tecniche psicoterapeutiche da utilizzare
ad integrazione di qualsiasi trattamento psicofarmacologico, considerando la
consistente prescrizione di questi farmaci in medicina generale. Esaminando
l'esperienza personale relativa ad un gruppo di 500 pazienti che hanno richiesto
un consulto psichiatrico, l'intervento di scelta è stato farmacologico nel 72%
dei casi, nell'8.6% del campione è stato possibile associare una psicoterapia e
nell'8% è stata proposta la sola psicoterapia.
Tuttavia, anche nell'82% dei casi trattati solo farmacologicamente è stato
comunque possibile realizzare un supporto psicologico che ha contribuito a
rendere più efficace l'intervento stesso; tale modello può essere ripreso in
medicina di base, laddove un intervento di supporto psicologico (interventi
psicoterapeutici in medicina generale) può risultare vantaggioso sia per il
paziente che per lo stesso medico. La stretta collaborazione con lo specialista
attraverso la richiesta di consulenza può aiutare ad identificare i pazienti per
i quali si rende necessario l'intervento specialistico.
La complessità dei quadri psicopatologici dei disturbi d'ansia e l'elevata
comorbidità rendono difficile la prescrizione farmacologica e nella pratica
clinica è frequente la necessità di utilizzare, in associazione, classi di
farmaci diversi (Tabella 9), come le benzodiazepine e gli antidepressivi, per il
trattamento di questi disturbi.
Le benzodiazepine (BDZ), grazie alla loro attività ansiolitica,
ipnoinducente, miorilassante e anticonvulsivante, risultano indicate nella
terapia dei disturbi dello spettro ansioso ed in tutte quelle condizioni in cui
l'ansia, come sintomo, assume una rilevanza clinica.
Ad esse appartengono una serie di molecole che presentano lo stesso meccanismo
d'azione a livello del SNC; agiscono cioè sul complesso recettoriale GABAIBDZ
con conseguente potenziamento dell'attività del GABA (l'acido
gamma-aminobutirrico), un importante neurotrasmettitore che gioca un preminente
ruolo nel modulare il segnale attivante, impedendo così una continua
sovrastimolazione neuronale. La funzione del recettore benzodiazepinico è
infatti collegata, funzionalmente e spazialmente, al sistema GAßAergico. Il GABA
a sua volta determina l'apertura del canale del cloro, a cui segue un passaggio
di ioni negativi all'interno della cellula, causando un'iperpolarizzazione con
conseguente aumento del potenziale di membrana e quindi una minore eccitabilità
della stessa cellula neuronale. Grazie al comune meccanismo d'azione gli effetti
delle BDZ sono sostanzialmente sovrapponibili e le sole differenze note sono di
natura farmacocinetica, cioè relative alla durata dell'emivita plasmatica e al
diverso tipo di metabolismo.
Le BDZ sono farmaci maneggevoli e gli effetti collaterali riportati consistono
in un'accentuazione delle loro proprietà farmacologiche: eccessiva sedazione,
astenia, diminuzione delle prestazioni psicomotorie e cognitive, effetti
"residui" al mattino successivo all'assunzione di una dose serale per
l'insonnia; questi ultimi, chiamati "hang-over" sono caratterizzati da malessere
generale, cefalea, senso di stordimento simile ai postumi di una sbornia; sono
controindicate nella miastenia e non vanno prescritte al tossicodipendente.
Le BDZ vanno utilizzate con cautela negli anziani e in associazione ad altri
farmaci attivi sul sistema nervoso o a sostanze d'abuso. Sono composti
sufficientemente sicuri in caso di tossicità acuta ma, in caso di sovradosaggio,
la contemporanea assunzione di alcolici o di altri farmaci deprimenti il sistema
nervoso (come ad esempio può verificarsi in caso di tentato suicidio) può essere
particolarmente pericolosa. L'errore clinico più comune con le BDZ è quello di
decidere passivamente di continuare l'assunzione del farmaco indefinitivamente,
svincolati da ogni controllo medico; questo atteggiamento determina un utilizzo
inopportuno del farmaco.
Gli antidepressivi (AD) sono rappresentati invece da un gruppo di farmaci
appartenenti a classi diverse la cui principale indicazione clinica riguarda la
terapia della depressione. Essi, tuttavia, vengono efficacemente utilizzati,
spesso in associazione con le BDZ, in alcuni disturbi d'ansia, come l'attacco di
panico, il disturbo ossessivo-compulsivo, e nelle fobie sociali.
Gli AD triciclici (TCA), come l'amitriptilina, la clorimipramina e l'imipramina,
agiscono intervenendo sui meccanismi che regolano la neurotrasmissione cerebrale
attraverso la riduzione dei reuptake della noradrenalina e della serotonina;
essi possiedono anche un'attività anticolinergica, adrenolitica e antistaminica.
La loro efficacia clinica è ben documentata; tra gli effetti collaterali
ricordiamo la secchezza delle fauci,la visione offuscata, la stipsi, la
ritenzione urinaria, la tachicardia sinusale, un ritardo della eiaculazione,
possibili disturbi della memoria e della vigilanza, l'ipotensione ortostatica e
l'aumento di peso. Sono controindicati in presenza di ipertrofia prostatica, di
glaucoma ad angolo chiuso, di infarto del miocardio o nei disturbi del ritmo e
della conduzione miocardica.
Gli AD serotoninergici (SSRI) o inibitori specifici del reuptake della
serotonina, come la fluoxetina, la flu- voxamina, la paroxetina, la sertralina
ed il citalopram, sono farmaci che regolano in modo specifico l'attività della
serotonina, aumentandone la disponibilità nei meccanismi della
neurotrasmissione; rispetto ai triciclici presentano un migliore profilo di
tollerabilità pur presentando effetti collaterali come nausea, diarrea, mal di
testa, disfunzioni sessuali, insonnia o sonnolenza, ansietà, nervosismo,
anoressia, bocca secca.
La moclobemide
rappresenta invece il capostipite dei
RIMA, gli inibitori reversibili delle monoaminoossidasi di tipo A che agiscono
potenziando il sistema noradrenergico, serotoninergico e dopaminergico. E' stato
anche studiato nella fobia sociale ed è tra i farmaci che meglio rispettano la
funzione sessuale; vengono segnalati effetti collaterali come cefalea, secchezza
delle fauci, insonnia, nausea, vertigini e sonnolenza.
Il programma terapeutico dei disturbi dell'ansia può quindi avvalersi di idonei
strumenti farmacologici che vanno utilizzati dal medico nel rispetto delle
indicazioni terapeutiche fornite dal Ministero della Sanità (Decreto Legge 27
maggio 1996, n' 291). Alcuni suggerimenti possono aiutare a definire meglio il
programma terapeutico:
Formulare una diagnosi precisa;
Scegliere il trattamento indicato e assicurarsi di utilizzare un dosaggio
terapeutico. Iniziare con dosi basse fino a raggiungere la dose minima efficace;
Programmare la durata del trattamento e periodici controlli clinici, utili per
monitorare la corretta esecuzione della terapia e l'efficacia della stessa;
In caso di associazione di più farmaci
(evitare comunque l'associazione di farmaci appartenenti alla stessa classe o
di più di due farmaci di classi diverse) chiedersi quale risultato clinico
ci si aspetta dal singolo prodotto, in modo da provvedere alla sospensione dello
stesso non appena possibile;
Programmare con attenzione la sospensione della terapia farmacologica che deve
essere, in ogni caso, graduale. Una tempestiva sospensione del trattamento può
comportare una riacutizzazione dei sintomi e compromettere l'esito della
terapia, un trattamento protratto per molto tempo espone il soggetto al rischio
di "adattarsi" al farmaco e di continuarlo ad assumere in modo indefinito,
oppure al rischio di una dipendenza dai farmaci. E' noto che, per la particolare
gravità di alcuni disturbi e per la loro tendenza a cronicizzarsi, si rende
spesso necessario un trattamento farmacologico protratto nel tempo. Essendo
infatti molti disturbi dell'ansia per definizione tendenzialmente cronici, si
pone il problema della durata del trattamento, che va definito di volta in
volta, per ogni singolo paziente; esso può variare da poche settimane a molti
mesi e, in alcuni casi, a tutta la vita, in relazione ad una attenta valutazione
del quadro psicopatologico e sempre sotto stretto controllo medico. La
prescrizione di un farmaco per un tempo indefinito non deve quindi essere un
modo per "rassicurare" il paziente, quanto una preoccupazione costante del
medico nell'attuazione di protocolli di intervento che tengano conto di una
costante verifica dell'indicazione che ha indotto il trattamento e della
necessità di continuarlo.

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In parte tratto da "I segreti dell'ansia"
ed. Ariete Salute - Prof. Ferdinando Pellegrino |
La psicoterapia ha come obiettivo il trattamento dei disturbi emotivi e della
personalità attraverso strumenti
psicologici, nell'ambito del rapporto medico-paziente.
Esistono molte scuole di psicoterapia e le difficoltà di orientamento in questo
labirinto possono essere notevoli. Tra esse ricordiamo la psicoterapia analitica
classica freudiana (la psicoanalisi) e le sue varianti create da teorici come
Jung, Adler, Homey e Klein, quella cognitiva, quella comportamentale, la terapia
centrata sul cliente di Rogers, la psicoterapia familiare e di coppia, la RET o
terapia razionale-emotiva di Ellis.
Le ricerche finora condotte sembrano dimostrare che non esiste una tecnica
superiore a un'altra in senso assoluto e che l'efficacia di ogni forma di
psicoterapia, se ben condotta, è ampiamente dimostrata. Alcuni fattori
contribuiscono a rendere più o meno efficace l'intervento psicoterapeutico:
•
la personalità dei paziente. Alcune caratteristiche di personalità
(rigidità, mancanza di introspezione ) non consentono o rendono
particolarmente difficile l'approccio psicoterapeutico;
• la patologia in esame. Esistono dei disturbi per i quali i
risultati sono ottimi, per altri meno buoni ed in certi casi la psicoterapia è
sconsigliabile; alcune forme di psicoterapia risultano particolarmente indicate
per specifici disturbi. Queste valutazioni sono di stretta pertinenza
specialistica;
•
la personalità del terapeuta. A livello statistico, i risultati positivi
sembrano essere molto più collegati alle caratteristiche di personalità del
terapeuta che alle "tecniche" o alla "teoria" usata; viene così ribadita la
centralità del "rapporto di fiducia medico-paziente".
In medicina generale è proprio quest'ultimo aspetto che assume senso e
significato consentendo di comprendere come in ogni intervento medico è presente
una dimensione psicoterapeutica, conosciuta o meno, che può favorire o
contrastare il programma terapeutico. Ogni medico deve riconoscere ed usare
quella quota psicoterapeutica che è strettamente connessa al proprio operare;
ciò gli consente di decifrare la sofferenza di cui il paziente è portatore e di
dare specifiche risposte alle sue esigenze. Questo processo non richiede tempo,
è immediato, come immediata è la "fiducia fondamentale" tra medico e paziente.
Ma la sua costanza - che rappresenta la regola in medicina di base - diventa una
premessa indispensabile per rafforzare nel tempo la fiducia potendo così il
medico dare al proprio atteggiamento nei confronti del paziente dei contenuti
terapeutici a livello psicologico. Egli può infatti seguire lo sviluppo dei
problemi della personalità dei suoi pazienti ed è a lui che generalmente ci si
rivolge per una richiesta di aiuto. A lui si chiede, ci ricorda Michael Balint
di «diventare più sensibile rispetto a ciò che avviene, consciamente o
inconsciamente, nella mente del paziente quando medico e paziente sono insieme».
In questo senso la dimensione psicoterapeutica in medicina generale è una
tensione costante verso la comprensione del sintomo, inserito nel contesto della
storia del paziente, della sua personalità, delle sue relazioni, del suo modo di
affrontare la vita.
N.B:= Ovviamente quanto suggerisce il Prof. Pellegrino rischia di rimanere
un'utopia se il corso di laurea in medicina da una parte e i medici stessi
dall'altra, non si adoperano a fornire almeno delle basi accettabili di
psicologia clinica. Allo stato attuale i medici italiani non sono in generale in
condizione di operare una valida psicodiagnosi e tanto meno di adottare un
valido atteggiamento psicoterapeutico.

Disturbi d' ansia: tutte le tabelle diagnostiche

In parte tratto da "I segreti dell'ansia" ed. Ariete Salute - Prof. Ferdinando
Pellegrino
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