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Terapia integrata fra
"psicoterapia", "terapia medica ortodossa" e "medicina naturale" (metodo multimodale)
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Nella nostra attività
clinica, la cooperazione avviene principalmente fra i seguenti operatori, fra
di loro collegati ed interagenti, operando ciascuno in sedi separate:
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psicoterapeuta
analista - psicologo - sessuologo
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neurologo
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psichiatra
-
internista
endocrinologo e dietologo
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medico agopuntore
omeopata
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andrologo
-
ginecologo
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Sin dal momento della
diagnosi, il paziente, chiunque dei suddetti specialisti abbia consultato per primo,
viene osservato e visitato con una modalità aperta innanzi tutto alla diagnosi
differenziale: ciò al fine di evitare l'errore diagnostico,
principalmente quando i sintomi psicologici sottendono una non
subito evidente patologia somatica diversa, o viceversa quando
sintomi apparentemente soltanto fisici, sottendono una non subito
evidente psicopatologia, o più semplicemente uno stato di disagio e
sofferenza psicologica.
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Non appena viene sospettata
la necessità di ulteriori verifiche diagnostiche differenziali,
il paziente viene inviato per il controllo ad
uno degli altri colleghi. In questi casi in cui avviene l'osservazione multipla, segue
un confronto fra medici e psicoterapeuti, per non escludere nessun sospetto diagnostico.
Si stabilisce, così, la
modalità terapeutica primaria, talvolta principalmente farmacologica, altre
volte psicoterapeutica e si integrano le altre modalità, laddove
necessario, secondo una linea di scambio di pareri clinici e di controlli
intermedi lungo il percorso della terapia.
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Nella nostra prassi,
esclusi i casi nei quali il paziente non richieda esplicitamente
all'atto della prenotazione della prima visita uno degli altri
specialisti, il primo colloquio di valutazione e diagnosi verrà
effettuato dallo psicoterapeuta analista Dott. Sergio Angileri.
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è una procedura clinica
indispensabile in ogni intervento sanitario e per qualunque stato
patologico
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La diagnosi
differenziale assume una importanza speciale nell'ambito della psicologia umana, perchè forse nessuno stato morboso più che quello
psicopatologico o anche del più semplice disagio psichico, è insidioso per l'operatore sanitario, nel momento della
diagnosi e nel momento in cui deve quindi stabilire la cura. Tale insidia
è determinata dal singolare fatto che l'espressione sintomatica in
psicopatologia si sovrappone l'una all'altra, rendendo difficile potere
inquadrare con esattezza una "precisa malattia". Ad esempio,
abbiamo una notevole quantità di casi di persone che presentano sintomi
comuni, di tipo ansioso-depressivo, sia a fronte di una vera condizione
disfunzionale di tipo nevrotico, che a fronte di una soggiacente vera
malattia neurologica o endocrinologica. E' evidente che in questi casi
occorre senza dubbio la stretta coordinazione fra più figure
specialistiche contigue, come lo psicoterapeuta, il neurologo e
l'endocrinologo.
( La condizione che stiamo qui descrivendo, rappresenta da sempre
una delle sfide più importanti per gli specialisti della salute
mentale: essa rappresenta il principio della
"non rappresentazione patognomonica" delle
sindromi psichiche, al quale principio tutti gli specialisti
psicologi e medici, non possono fare a meno di rifarsi nel loro
momento diagnostico.
Per essere più precisi, in medicina generale la "rappresentazione
patognomonica" delle sindromi, è validamente indicativa della
malattia e ciò conduce a prassi diagnostiche e terapeutiche meno
difficilmente parametrate, rendendo il lavoro del medico
relativamente ripetibile a prescindere dal singolo paziente. La
"rappresentazione patognomonica" di una sindrome, spiega il fatto
che in medicina generale una sindrome, cioè un insieme di sintomi
associati fra loro, clinicamente e statisticamente consentono la
diagnosi di una specifica malattia. Questo perchè in medicina
generale una sindrome gode della caratteristica della ripetitività
indipendentemente dalla persona malata. Si può quindi diagnosticare
la malattia, indipendentemente dalla persona, relativamente.
In psicologia umana, invece, le sindromi
non godono di affidabile rappresentazione patognomonica
e di conseguenza le procedure diagnostiche e terapeutiche non
possono essere quasi mai parametrate e lo specialista deve essere in
grado, persona per persona, di elaborare modalità diagnostiche
individualizzate e lo stesso deve essere fatto nel momento
terapeutico. Ne consegue che gli specialisti in campo psicologico
clinico, oltre che possedere titoli, qualifiche e specializzazioni
oggettive, devono innanzi tutto possedere
una corposa esperienza clinica pluriennale alle loro spalle
(anzianità professionale), molta
umiltà nell'osservazione del
paziente e una equipe plurispecialistica
di riferimento entro la quale confrontarsi fra
specialisti diversi, esperti e professionalmente anziani. Queste
condizioni riducono di molto la probabilità dell'errore diagnostico
e terapeutico e principalmente riducono il rischio di lasciarsi
condurre dai sintomi, anzichè dalla persona che è il paziente, per
stabilire come aiutarlo e curarlo). |
L'integrazione terapeutica più ricorrente e normale nella prassi terapeutica della maggior parte dei disturbi e delle malattie psichiche,
risulta infine essere fra psicoterapia e psicofarmaci, ma si presentano alla nostra attenzione
molti casi di persone che necessitano di interventi diversi, da abbinare alla
psicoterapia ed integrare con essa.
Ad esempio:
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Dietologia
nei
numerosi casi di disturbi psichici abbinati a disturbi del comportamento
alimentare
e le relative conseguenze di
obesità,
sovrappeso, dimagrimento
patologico,
anoressia,
malassorbimento
psicogeno,
bulimia.
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Patologia delle funzioni
sessuali:
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disfunzione
erettile o impotenza
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eiaculazione precoce o
ritardata
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disturbi
della libido e dell'orgasmo femminile
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dispareunia
(dolorosità che impedisce o rende difficile la penetrazione)
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vaginismo, o
dolorosità psicogena nei rapporti sessuali, ecc.
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in questi casi
il paziente viene visto in simultanea dallo
psicoterapeuta e dall'andrologo che
opera insieme all'endocrinologo.
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Malattia
neurologica: in
questi casi, a volte, la diagnosi può essere complessa (non sono infrequenti i
casi in cui anche per lungo tempo si presentano soltanto dei
sintomi psicologici molto diffusi come ansietà, depressione,
disturbi del sonno, fobie ed essi possono essere espressione di
una vera malattia neurologica latente) e per non commettere
errori è molto opportuna l'osservazione simultanea fra il
neurologo
e lo
psicoterapeuta.
Un esempio fra tanti è dato dai casi
dei parkinsonismi,
specialmente precoci, cioè che insorgono in un'età precoce rispetto alla media
epidemiologica e non con un'espressione sintomatica palese come nel parkinson florido e che
intanto inducono stati depressivi e ansiosi comuni anche ad altre forme morbose,
potendo indurre ad errore diagnostico, se non si abbina alla diagnosi
psicologica, anche la diagnosi e la terapia neurologica. In questi e in molti altri casi, la diagnosi
differenziale neurologica è fondamentale.
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Vediamo
adesso altri importanti aspetti che spiegano l'importanza della
stretta cooperazione psicologica/medica negli interventi di diagnosi e
cura dei disturbi psicologici.
Vediamo
anche perchè il trattamento medico e psicofarmacologico, staccato dal
contemporaneo intervento psicologico, è inadeguato ai fini della cura e
guarigione, oltre che pericoloso per il paziente.
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Per comprendere bene questo concetto, può essere utile sapere che una delle
caratteristiche degli psicofarmaci è quella di non essere prevedibili in modo
parametrico, cioè come accade per la maggior parte degli altri farmaci. Questo
significa che la maggior parte dei farmaci, in medicina generale, può essere somministrata secondo
modalità e posologie che è possibile prestabilire su parametri sperimentali
relativi alla malattia da curare, cioè potendo essere sperimentalmente
abbastanza certi che i campioni di esperimento sono generalizzabili e
oggettivabili poi sui pazienti, a prescindere dalla persona singola e
individuale. Questo, in medicina generale, è possibile perchè una vera malattia
ha un andamento relativamente prevedibile e monotono, cioè indipendente dalla
persona ammalata. Nei casi delle malattie mediche comuni si ha infatti a che
fare con una malattia d'organo e la si può curare secondo parametri
sperimentati e abbastanza standardizzati e prevedibili. In questi casi è
certamente sempre
utile tenere in conto la variabilità intrinseca alla persona ammalata, ma per
lo più la malattia avrà un suo andamento standard e indipendente dall'ammalato:
il medico generico o specialista può curare la malattia in quanto tale.
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Molto diversa è,
invece,
la situazione nei disturbi e nelle malattie della psiche. E' frequente, infatti,
osservare
che
nonostante
i sintomi
psicologici siano molto simili, persone diverse reagiscono in modo molto
diverso l'uno dall'altro ad un medesimo psicofarmaco
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Oppure che la stessa
persona reagisce in modo anche molto diverso allo stesso farmaco in tempi
diversi, anche se ancora con gli stessi sintomi ricorrenti.
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Oppure che una
persona reagisce abbastanza male ad un farmaco prescrittogli da un dato medico e
poi, invece, abbastanza bene se soltanto cambia medico, anche se il farmaco
rimane esattamente lo stesso, magari sotto forma di un altro nome commerciale. A
volte lo stesso medico ottiene buoni risultati con uno stesso paziente, tornando
a prescrivere lo stesso farmaco e soltanto cambiando il nome commerciale: anche per
questo motivo può essere utile in psichiatria che uno stesso farmaco venga
prodotto da più case farmaceutiche, con nomi commerciali differenti, sebbene la
ragione fondamentale di questa condizione sia da spiegare anche
diversamente.
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A prescindere da
quanto detto nel paragrafo precedente, che comunque ci fa comprendere quanto sia
influente il fattore umano nella prescrizione psicofarmacologica, la stretta
coordinazione fra il neurologo e lo psicoterapeuta risulta preziosa durante il
procedere della psicoterapia, proprio perchè man mano che avvengono dei
cambiamenti di prospettiva nella persona in psicoterapia,
la persona cambia,
a livello cognitivo, e
dunque spesso deve essere cambiata la prescrizione farmacologica.
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Gli
psicofarmaci, non sempre ma spesso, sono molto utili per chi soffre
psicologicamente. Niente meglio che gli psicofarmaci può intervenire
rapidamente ed efficacemente sui sintomi di cui soffre il paziente. Essi,
al contrario, non
hanno alcun potere stabile sulla sorgente dei disturbi, (vedi
Le cause). Gli psicofarmaci intervengono in modo eccellente sulle conseguenze delle
cause primarie, cioè intervengono, nel cervello, a livello
dell'alterazione funzionale dei neurotrasmettitori, cioè di quelle sostanze
chimiche cerebrali che servono a tutti noi, nella normalità e nella
patologia,
per poter pensare, sentire emozioni, memorizzare e ricordare, prendere
decisioni, compiere movimenti, controllare automaticamente le funzioni viscerali
e così via.
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Occorre
tuttavia sapere che l'alterazione funzionale dei neurotrasmettitori è dovuta a cause
ancora non del tutto note.
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Le ricerche finora non possono consentirci altro che
ipotizzare che ciascuno nasce con una soglia di sensibilità diversa, dovuta a
fattori genetici
e che ciascuno, data la propria naturale soglia di sensibilizzazione,
reagisce in modo individualmente diverso agli
stimoli ambientali
e poichè
l'organizzazione intrinseca del cervello avviene durante gli anni dell'infanzia
e dell'adolescenza
è legittimo pensare che avvenga durante quegli anni che i
neurotrasmettitori si organizzino più o meno bene e poichè
le funzioni
psicologiche
derivano dal
funzionamento del cervello
anche esse
risulteranno, di conseguenza al funzionamento dei neurotrasmettitori, più o
meno bene organizzate. Il tutto dunque accadrebbe, durante gli anni
dell'infanzia e della prima parte dell'adolescenza, casualmente, in relazione ad
una complicatissima interazione fra ambiente e tessuto individuale di ricezione.
Sappiamo finora meno della componente genetica, rispetto a quanto sappiamo
della componente ambientale.
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Ciò vuol dire che sappiamo correlare molti fattori
ambientali alle conseguenze psicologiche sull'individuo, mentre non sappiamo
ancora correlare sufficientemente bene i fattori ambientali alle conseguenze
neurochimiche, nè i fattori genetici alle conseguenze neuro-psico-chimiche.
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In
pratica, dalle valide correlazioni che possediamo fra avvenimenti ambientali, (specialmente quelli che accadono nella prima giovinezza) e conseguenze
psicologiche,
deduciamo anche che le alterazioni neurochimiche, presenti
in adulti nei
casi di disturbi psicologici, siano state causate, durante gli anni infantili
della costruzione neuropsichica, dai fattori ambientali, predisposti
da fattori genetici
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Inoltre, dalle valide correlazioni che possediamo fra
psicofarmaci
> miglioramento funzionale dei neurotrasmettitori > miglioramento
funzionale psicologico, ne deduciamo la corrispondenza funzionale psico-chimica,
cioè che
le funzioni psicologiche sono su base
neurochimica
cambiando le funzioni psichiche con la
psicoterapia, cambiamo simultaneamente le corrispondenti funzioni neurochimiche
con gli psicofarmaci cambiamo le
funzioni neuro-chimiche, ma non riusciamo a cambiare in modo
stabile la corrispondente disfunzione psico-chimica
intervenire soltanto sulla "neurochimica dei
sintomi" con gli psicofarmaci non basta e invece occorre anche intervenire sulla
" neurochimica superiore ", quella del pensiero complesso, affinchè a
cascata si stabilizzi anche la subordinata neurochimica emotivo-somatica, cioè
quella che si esprime con i sintomi
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Nessun farmaco infatti può giungere nel cervello fino alla
complessa neurochimica superiore cognitiva, cioè quella che sta
alla base organica del nostro pensiero. A quel livello superiore
della neurochimica cerebrale, base organica delle funzioni
psichiche complesse come il pensiero e le sofisticate
coreografie sentimentali/emotive collegate ad esso, ad oggi si
può giungere esclusivamente per mezzo di complesse esperienze
organizzate e condotte dagli specialisti psicoterapeuti. Queste
esperienze, proprie della psicoterapia, consentono un naturale,
lento e armonioso cambiamento "dal di dentro" delle funzioni
neuropsichiche e per questo risultano stabili, una volta
conseguite. Gli psicofarmaci invece intervengono "dal di fuori"
e per di più ad un livello ristretto e topologicamente inferiore
del cervello e di conseguenza essi sono, nei loro effetti,
limitati alla sintomatologia.
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La
psicoterapia, allora,
si occupa di offrire metodi di correzione rispetto a quanto
casualmente organizzatosi nella mente dell'individuo e incolpevolmente da parte
sua, durante gli anni evolutivi e formativi
Quindi:
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la
psicoterapia si propone di intervenire
sulle conseguenze (che abitano nel cervello presente) delle cause
(che abitarono nel tempo-spazio ormai passato), cioè sull'organizzazione
attuale dei neurotrasmettitori,
per mezzo della correzione e cambiamento delle funzioni psicologiche
poichè le funzioni psicologiche sono espressione della chimica cerebrale,
correggendo le funzioni psicologiche in positivo, si correggerà in positivo
anche l'alterazione neurotrasmettitoriale nel cervello
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Gli psicofarmaci,
invece, tentano di intervenire direttamente sull'alterazione
neurotrasmettitoriale e riuscendo a correggerne l'alterazione, infatti, si
assiste ad un miglioramento delle funzioni psicologiche ad esse collegate.
Il
grande problema per gli psicofarmaci è che la correzione diretta sui
neurotrasmettitori non si mantiene stabile, in una vera significativa quantità
di casi: di conseguenza il beneficio dagli psicofarmaci, risulta essere
transitorio nella maggior parte dei casi, richiedendo ripetuti cicli di
somministrazione farmacologica, nel corso di diversi anni. Significativamente
più stabile, invece, risulta essere, nella maggior parte dei casi, il beneficio
ottenuto con la terapia integrata (psicoterapia+farmaci) e in questi casi
risulta assolutamente ridotta la quantità dei cicli psicofarmacologici nel
tempo.
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Questo accade, molto probabilmente, perchè
l'alterazione funzionale dei neurotrasmettitori, causata in
origine durante gli anni giovanili di crescita, fu appunto
causata da fattori ambientali e genetici, interagenti fra loro,
con la partecipazione del soggetto stesso mentre viveva quegli
eventi. Ciò significa che il soggetto giovane, mentre avvenivano
gli eventi, partecipandovi o subendoli, si andava formando
pensiero, opinione, convinzione e punto di vista soggettivo di
interpretazione della realtà. Queste funzioni cognitive
superiori, sono anch'esse, come ogni altra cosa nella mente,
organizzate su base neurochimica, ma finora nessuno ha scoperto
un farmaco che può intervenire su queste raffinatissime basi
neurochimiche sulle quali è organizzato il
pensiero complesso dell'uomo, per cui gli psicofarmaci possono limitarsi ad
intervenire soltanto sulla neurochimica delle emozioni, dell'umore ecc. L'unico
metodo finora valido che conosciamo per tentare, presumibilmente, di arrivare nelle aree cerebrali
dove avviene la neurochimica del pensiero complesso, è la psicoterapia, per le
sue caratteristiche di relazione umana e di naturalezza.
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Dunque
accade che gli psicofarmaci sono limitati ad intervenire sulle funzioni emotive
e la psicoterapia sulle funzioni cognitive complesse e superiori. Ambedue, nei loro
limiti, sono alleati terapeutici e devono agire simultaneamente e manovrati
ambedue con abilità dagli specialisti deputati alla cura, cioè il neurologo
per i farmaci e lo psicoterapeuta per la psicoterapia.
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I casi in cui la
sola somministrazione psicofarmacologica ha dato risultati stabili e duraturi,
sono, molto probabilmente, quei casi in cui, del tutto casualmente, la persona,
sollevata dai sintomi grazie ai farmaci, ha incontrato, durante la transitoria
vacanza sintomatica farmacologica, una serie fortuita di
combinazioni situazionali che gli ha consentito uno stabile cambiamento di
prospettive rispetto a prima, cioè un valido cambiamento di pensiero rispetto a
prima, accadendo, così, una sorta di auto-psicoterapia
spontanea e fortuita. Nella moltitudine dei casi, invece, dove pur prolungando
la psicofarmacoterapia e/o provando con tutte le possibili combinazioni fra i
farmaci a disposizione,
la persona non migliora stabilmente, accade che sfortunatamente la persona non
ha incontrato casualmente nulla di utile, ai fini di poter mutare le proprie prospettive
e i propri stili di pensiero.
Quindi dal punto di vista cognitivo è rimasta la persona di sempre, ha
continuato a vedere il mondo con i suoi occhi di sempre, nonostante il periodo
di miglioramento sintomatico. Se queste
personali prospettive non cambiano, cioè non cambiano determinati modi di
pensare, vuoi casualmente o con la psicoterapia, la persona rimanendo identica a
se stessa nel vedere la realtà, non può "guarire", perchè
ovviamente continua a sentire le emozioni e gli umori che sono coerenti con il
suo modo di pensare e i farmaci possono soltanto controllarne transitoriamente
le conseguenze, cioè i sintomi.
Una persona che continui a vedere e
pensare il mondo dal suo punto di vista, non potrà presumibilmente sentire emozioni e
stati d'animo come se lo vedesse da un altro
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Chi sente ansia, profonda
tristezza, depressione, rabbia esagitata, paura abnorme,
panico e
fobia, nella maggior
parte dei casi non sente immotivatamente queste sue emozioni: le sente perchè
pensa ( e spesso non si è consapevoli del proprio pensiero, quando esso
avviene nella mente a livelli inconsci e/o automatici ). In
pratica pensa la realtà in modo tale da ovviamente dover sentire
quelle specifiche emozioni coerenti con ciò che pensa. Quindi le sente DOPO che ha pensato qualcosa per sentire quelle emozioni.
Come potrebbe non sentirle più pur continuando a pensare i suoi pensieri di
sempre? Se pure fosse possibile, si creerebbe nell' individuo una condizione
artificiale, una scissione insopportabile
nell'identità di quella persona: per esempio potrebbe pensare che adesso tutto
gli andrà male e restare indifferente, o potrebbe gioirne, anzichè
preoccuparsi o deprimersi. Egli stesso non si
riconoscerebbe più. Anzi, nei casi in cui si verificano significative
incoerenze fra la realtà oggettivabile, il pensiero e la risposta
emotiva, si usa parlare, psichiatricamente, di più serie malattie
mentali. Dunque la cura definitiva non può
prescindere da una definitiva revisione di alcuni propri pensieri e personali
prospettive nell'interpretazione della realtà.
Gli argomenti
dei paragrafi precedenti non riguardano le più gravi forme morbose psicotiche e
i disturbi psichici derivanti da malattie neurologiche: in questi casi è la
malattia neurologica stessa a determinare l'alterazione del pensiero e non è la qualità
del pensiero a determinare, come si presume, l'alterazione neurochimica. In questo caso è il pensiero stesso
ad essere ammalato, in quanto è guasto, in qualche punto, l'organo neurologico che
serve per pensare. Negli altri casi, invece, il pensiero è disfunzionale e non
malato, nel senso che si è sviluppato e organizzato, durante gli anni
giovanili, in modo poco adeguato a poter definire la realtà in modo
sufficientemente logico, oggettivo e adattivo, corrispondendo con ciò anche ad
una non buona organizzazione neurotrasmettitoriale. In questi casi i disturbi
emozionali discendono da un pensiero strutturalmente sano, ma disfunzionale rispetto alla
realtà più frequente e attendibile.
-
La psicoterapia,
in tutta la sua imperfezione, si occupa di non lasciare al caso il cambiamento
cognitivo della persona e affiancandosi agli psicofarmaci che sono come i suoi
soldati che combattono in prima linea i sintomi, lavora nelle retrovie per
debellare definitivamente la sorgente del male della persona.
Redatto dal Dott.
Sergio Angileri - Psicologo Psicoterapeuta - Palermo
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Vedi ulteriori dettagli sullo Studio
di Psicoterapia e l' organizzazione dell'attività clinica
Vedi: "La diagnosi_psicologica"
Alcuni riferimenti
bibliografici:
-
"Origine e funzione della mente", Giovanni
felice Azzone, Ed. Bruno Mondadori, 2008
-
"Come funziona la psicoterapia", Michael Franz
Basch, Ed. Astrolabio, 1991
-
"Come lavora il cervello", Aleksandr R. Luria,
Ed. Il Mulino, 1977
-
"La mente relazionale", Daniel J.Siegel, Ed.
Raffaello Cortina, 2001
-
"Psicoterapie Integrate", E.Giusti, C.Montanari,
A.Iannazzo, Ed. Masson, 2000
-
"Il cervello modulare", Richard Restak, Ed.
Longanesi, 1998
-
"Gli SSRI nella pratica clinica", C.Loriedo,
F.Di Fabio, G.Vella, Ed. Masson, 2001
-
"La terapia multimodale", Lazarus Arnold A.,
Ed. Astrolabio, 1989
-
"Terapia multimodale del comportamento",
Lazarus Arnold A., Ed. Armando, 1982
-
"Il gruppo
terapeutico", a cura di Dr. Luigi
D'Elia
-
"La Psicoterapia
Psicodinamica Integrata: le basi e il metodo", Giuseppe Lago, Ed. Alpes
Italia, Roma 2006
-
"Modelli cognitivisti e intervento integrato nel disturbo di panico con
agorafobia", F. Galassi, M. Ciampelli
-
"Gli psicofarmaci nella relazione terapeutica per un approccio integrato:
come i farmaci incidono nel percorso psicoterapico" - Società Italiana
di Psicologia e Psichiatria -
|
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