date: Thu, 22 Jan 2009 12:25:09 +0100
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subject: Logica, filosofia del linguaggio e filosofia della scienza nel pensiero del Novecento
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<HTML><HEAD><TITLE>Logica e Linguaggio</TITLE>
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      <P=20
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      face=3D"trebuchet ms, arial, helvetica"><B><FONT size=3D2>
      <P align=3Djustify>Logica, filosofia del linguaggio e filosofia dell=
a=20
      scienza nel pensiero del Novecento</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>Logica e fondamenti della matematica</P></B>
      <P align=3Djustify>Il pensiero filosofico moderno, a cominciare da D=
escartes=20
      e dall=92empirismo britannico, fino a Kant e a Hegel aveva di regola=
=20
      mostrato scarso interesse nei confronti della <I>logica formale; </I=
>a=20
      questo riguardo gli studi compiuti da Leibniz e fatti oggetto di=20
      attenzione in epoca recente costituiscono un=92eccezione. Se della "=
logica=20
      formale" vogliamo dare una definizione approssimativa, potremmo dire=
 che=20
      essa ha come oggetto di studio le regole generali mediante cui =E8 p=
ossibile=20
      ricavare da proposizioni vere altre proposizioni vere, cos=EC come a=
vveniva=20
      nel sillogismo aristotelico. Ma i filosofi moderni avevano obiettato=
, in=20
      genere, che la logica non permette di scoprire nuove verit=E0 e pu=
=F2=20
      soltanto, nel migliore dei casi, aiutare ad esporre quanto =E8 gi=E0=
 stato=20
      conosciuto attraverso l=92intuizione intellettuale o l=92esperienza=
=20
      sensibile.</P>
      <P align=3Djustify>E=92 vero che Kant aveva dedicato la parte pi=F9 =
ampia della=20
      <I>Critica della ragion pura </I>alla "logica trascendentale" e che =
una=20
      delle opere fondamentali in cui Hegel sviluppa i principi della=20
      "dialettica" reca il titolo di <I>Scienza della logica. </I>Ma n=E9 =
la=20
      logica trascendentale di Kant n=E9 la dialettica di Hegel hanno null=
a da=20
      spartire con la "logica formale". Anzi, secondo Kant, essa, dopo=20
      <I>l=92Organon </I>di Aristotele non aveva conosciuto ulteriori svil=
uppi=20
      significativi.</P>
      <P align=3Djustify>In realt=E0 la "logica formale" (o, come si dice =
oggi, la=20
      "logica matematica" o "logica simbolica") ben lungi dall=92esaurirsi=
 nelle=20
      dottrine aristoteliche =E8 pressoch=E9 interamente un prodotto del N=
ovecento.=20
      La ripresa delle ricerche nell=92ambito della logica ha inizio attor=
no alla=20
      met=E0 del diciannovesimo secolo, allorch=E9 lo studio della discipl=
ina assume=20
      un carattere decisamente matematico. La nuova logica tende a present=
arsi=20
      come un calcolo matematico. Ma c=92=E8 di pi=F9: la logica sembra pe=
r un certo=20
      periodo all=92inizio del Novecento candidarsi con valide ragioni al =
ruolo=20
      <I>di fondamento della matematica, </I>nel senso che tutte le altre=
=20
      discipline matematiche, dall=92algebra all=92analisi infinitesimale =
alla=20
      geometria, sembrano essere riconducibili alla logica. Essa, infine, =
sempre=20
      in riferimento alla matematica, consente una rigorosa messa a punto =
dei=20
      procedimenti dimostrativi pi=F9 astratti e pi=F9 lontani dalla comun=
e=20
      intuizione e far=E0 oggetto di studio, negli sviluppi pi=F9 avanzati=
, il=20
      concetto stesso di "dimostrazione", chiarendone il significato e=20
      individuandone i limiti .</P>
      <P align=3Djustify>Per quanto riguarda i primordi di questa rinascit=
a degli=20
      studi logici occorre ricordare il nome del matematico inglese George=
=20
      Boole. Questi, verso la met=E0 dell=92Ottocento, matur=F2 con chiara=
=20
      consapevolezza l=92intuizione fondamentale secondo cui la logica dev=
e essere=20
      trattata come una specie particolare di <I>algebra. </I>Le proposizi=
oni=20
      vengono da Boole considerate come equazioni. Per esempio una proposi=
zione=20
      del tipo "nessun x =E8 y", viene espressa con la formula "xy =3D 0".=
 L=92idea di=20
      Boole, che, almeno in origine, conduceva a procedure piuttosto macch=
inose=20
      e non del tutto chiare, venne ripresa, tra gli altri, dal logico ted=
esco=20
      Ernst Schroder, che svilupp=F2 l=92 "algebra di Boole" in un sistema=
=20
      formalizzato, manipolabile mediante chiare e precise regole di=20
calcolo.</P>
      <P align=3Djustify>Ma le innovazioni pi=F9 significative apparvero q=
uando si=20
      cerc=F2, come gi=E0 si =E8 accennato, di individuare nella logica il=
 fondamento=20
      della matematica. Quest=92ultima, in tutto il complesso delle discip=
line ad=20
      essa riconducibili, sarebbe dovuta apparire come un coerente svilupp=
o dei=20
      concetti fondamentali propri della logica. Protagonisti di questa im=
presa,=20
      volta a <I>stabilire in forma rigorosa </I>i fondamenti della matema=
tica,=20
      furono, tra la fine dell=92Ottocento e il principio del Novecento, d=
ue=20
      matematici: l=92italiano <B>Giuseppe Peano </B>e il tedesco <B>Gottl=
ob=20
      Frege.</P>
      <P align=3Djustify></B>Indubbiamente la geometria, attraverso il met=
odo=20
      delle coordinate numeriche associate a ciascun punto, poteva essere=
=20
      facilmente ricondotta alla teoria dei numeri reali. D=92altra parte =
l=92intero=20
      sistema dei numeri, secondo quanto era emerso durante il diciannoves=
imo=20
      secolo dagli studi di vari matematici, tra cui Cauchy e Dedekind, er=
a in=20
      ultima analisi riconducibile ai <I>numeri naturali </I>(quelli che=20
      normalmente utilizziamo nel contare). Di conseguenza lo sforzo dei=20
      logici-matematici si volse alla ricerca di una definizione convincen=
te del=20
      "numero naturale".</P>
      <P align=3Djustify>Il sistema ideato da <B>Peano </B>utilizz=F2 per =
questa=20
      impresa un materiale decisamente povero. Per costruire la teoria dei=
=20
      numeri naturali e, di conseguenza, l=92intero sistema della matemati=
ca erano=20
      sufficienti, secondo il matematico italiano, l=92apparato della logi=
ca (in=20
      particolare la teoria degli insiemi) e tre concetti primitivi, ossia=
 non=20
      definiti: <I>zero, numero </I>e <I>successore. </I>Questi termini=20
      compaiono nei cinque <I>postulati </I>da cui viene ricavata l=92inte=
ra=20
      teoria dei numeri.</P>
      <P align=3Djustify>Ma l=92alternativa offerta dal <I>logicismo </I>d=
i <B>Frege=20
      </B>=E8 pi=F9 radicale. Secondo il matematico tedesco, infatti, =E8 =
possibile=20
      definire, con i soli strumenti offerti dalla logica, lo zero e tutta=
 la=20
      successione dei numeri naturali. Che cos=92=E8, in generale, un "num=
ero=20
      naturale"? Secondo Frege il numero =E8, propriamente parlando, qualc=
osa che=20
      viene assegnato a un concetto. Possiamo, per esempio, attribuire un =
numero=20
      al concetto "luna del pianeta Venere" (anche se Venere non ha lune),=
 o al=20
      concetto "luna del pianeta Giove" (ne esistono quattro), oppure al=20
      concetto "abitante di questa citt=E0". Cominciamo con l=92attribuire=
 il numero=20
      "0" al concetto "non identico a se stesso". Questo passaggio rispond=
e=20
      abbastanza facilmente alla nostra intuizione, giacch=E9 non esistono=
 cose=20
      che non siano identiche a se stesse. Procediamo oltre e attribuiamo =
il=20
      numero "1" all=92entit=E0 "0" che abbiamo gi=E0 definito: non c=92=
=E8 dubbio,=20
      infatti, che essa, in quanto entit=E0 definita nella maniera sopra=20
      illustrata, non sia un "nulla", ma costituisca in qualche modo un=92=
unit=E0.=20
      Il numero "2" verr=E0, quindi, attribuito alla successione numerica =
{ 0, 1 }=20
      . E=92 ora evidente che in questa maniera possono essere definiti tu=
tti i=20
      numeri naturali. Infatti il numero "n" sar=E0 attribuito alla succes=
sione=20
      {0, 1, 2, ...n-1}, costituita da tutti i numeri naturali, zero compr=
eso,=20
      che precedono n.</P>
      <P align=3Djustify>Resta da vedere, una volta definiti i numeri natu=
rali,=20
      come essi possano venir usati per "numerare", ossia, nel linguaggio =
di=20
      Frege, come essi possano essere attribuiti ai concetti. A questo pro=
posito=20
      Frege stabilisce che due concetti, A e B, hanno lo stesso numero qua=
ndo i=20
      concetti "uguale al concetto A" e "uguale al concetto B" hanno la st=
essa=20
      <I>estensione. </I>Per "estensione" di un concetto si intende la cla=
sse di=20
      tutti gli oggetti che cadono sotto tale concetto. Ma che cosa si dev=
e=20
      intendere per "uguaglianza" rispetto a un concetto? A questo proposi=
to=20
      Frege si poteva avvalere del lavoro sugli insiemi gi=E0 in precedenz=
a=20
      compiuto dal matematico tedesco Georg Cantor: l=92uguaglianza di cui=
 sopra=20
      poteva essere intesa come <I>equinumerosit=E0; </I>due insiemi sono=
=20
      equinumerosi quando tra essi sussiste una <I>corrispondenza biunivoc=
a,=20
      </I>ossia quando =E8 possibile associare a ciascun elemento di uno q=
ualsiasi=20
      dei due insiemi uno e uri solo elemento appartenente all=92altro ins=
ieme. In=20
      sostanza, dunque, due concetti sono "uguali" quando sussiste una=20
      corrispondenza biunivoca tra le rispettive estensioni. Si noti che q=
uesta=20
      definizione di "equinumerosit=E0" non implica alcun riferimento al n=
umero,=20
      che deve ancora essere definito sulla base di essa.</P>
      <P align=3Djustify>Troviamo, ora, che, per esempio, "uguale alle lun=
e del=20
      pianeta Giove" e "uguale a {0,1,2,3} avranno la stessa estensione; q=
uesta=20
      sar=E0 il numero "4", che, per definizione, =E8 l=92estensione del c=
oncetto=20
      "uguale a {0,1,2,3}. Gli insiemi che sono equinumerosi alle lune di =
Giove=20
      e alla successione {0,1,2,3} sono, infatti, i medesimi.</P>
      <P align=3Djustify>In tal modo Frege caratterizza i numeri naturali =
senza=20
      far riferimento a concetti che gi=E0 presuppongano il numero. Inoltr=
e=20
      l=92esistenza e le propriet=E0 dei numeri cos=EC definiti non dipend=
ono n=E9=20
      dall=92esistenza di oggetti fisici n=E9 da operazioni compiute dalla=
 mente. Il=20
      numero =E8, infatti, definito mediante relazioni tra concetti, che s=
ono,=20
      secondo Frege, "oggetti di ragione", la cui esistenza non dipende n=
=E9 dalla=20
      mente umana n=E9 dalla realt=E0 fisica.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>Il logico e filosofo inglese <B>Bertrand Russell=
=20
      </B>(1872-1970) riusc=EC a semplificare notevolmente la procedura se=
guita da=20
      Frege. Egli metteva in pratica coerentemente quel metodo, risalente =
alla=20
      tarda Scolastica medievale, noto come "rasoio di Ockham", che cercav=
a di=20
      eliminare le entit=E0 non necessarie. Russell, che ancora non conosc=
eva i=20
      lavori di Frege, defin=EC i numeri naturali in termini di <I>classi,=
=20
      </I>senza pi=F9 utilizzare i <I>concetti</P></I>
      <P align=3Djustify>su cui si era basato il matematico tedesco. Un nu=
mero=20
      cardinale veniva definito come la classe di tutte le cassi simili a =
una=20
      classe data; due classi sono "simili" quando possono essere poste in=
=20
      corrispondenza biunivoca. Ma approfondendo lo studio delle "classi" =
e=20
      della relazioni di appartenenza ad esse, Russell scopr=EC una diffic=
olt=E0 che=20
      sembr=F2, sulle prime, troncare alla radice il tentativo di ricondur=
re la=20
      teoria dei numeri, e dunque l=92intera matematica, alla logica. Egli=
 osserv=F2=20
      che alcune classi possono essere <I>elementi di se stesse. </I>Per e=
sempio=20
      la classe costituita da "tutte le cose che <I>non </I>sono uomini"=20
      appartiene a se stessa, in quanto, ovviamente essa stessa <I>non </I=
>=E8 un=20
      uomo.</P>
      <P align=3Djustify>Definiamo, ora, la classe R, come "la classe di t=
utte le=20
      classi che <I>non </I>appartengono a se stesse". Domandiamoci: R=20
      appartiene a se stessa oppure no? Facciamo le due ipotesi possibili =
e=20
      vediamo quali conseguenze ne derivano. Supponiamo, in primo luogo, c=
he R=20
      appartenga a se stessa: R =E8, allora, elemento di R; ne segue, in b=
ase alla=20
      definizione di R come classe di tutte le classi che <I>non=20
      </I>appartengono a se stesse, che R, in realt=E0 <I>non appartiene <=
/I>a se=20
      stessa, in contraddizione con l=92ipotesi fatta. Supponiamo, all=92o=
pposto,=20
      che R <I>non </I>appartenga a se stessa; ne segue, allora, che, in v=
irt=F9=20
      di questa sua caratteristica, R <I>appartiene, </I>in realt=E0, a se=
 stessa,=20
      poich=E9 R =E8 stata definita come la classe che contiene tutte le c=
lassi che=20
      <I>non </I>appartengono a se stesse. Poich=E9 le due ipotesi recipro=
camente=20
      contraddittorie si implicano a vicenda, nel senso che ciascuna di es=
se=20
      segue dall=92altra, risulta che "R appartiene a R" equivale a "R non=
=20
      appartiene a R". Questa contraddizione =E8 nota come "antinomia di R=
ussell"=20
      ed =E8 chiaramente legata al fatto che la classe R =E8 definita come=
 una=20
      <I>totalit=E0 </I>di classi.</P>
      <P align=3Djustify>La scoperta dell=92antinomia, che Russell comunic=
=F2 a Frege=20
      nel 1902, metteva in crisi, in generale, la teoria degli insiemi, in=
=20
      quanto non =E8 pi=F9 possibile affermare che a ciascuna propriet=E0,=
 per esempio=20
      a "non essere elemento di se stesso", corrisponda un insieme. Russel=
l=20
      stesso tent=F2 di risolvere la difficolt=E0 mediante la <I>teoria de=
i tipi. Si=20
      </I>stabilisce che le entit=E0 individuali sono di tipo "0"; che le =
classi=20
      di individui sono di tipo "1"; che le classi di classi di individui =
sono=20
      di tipo "2", e cos=EC via. Il principio fondamentale della teoria =
=E8 quello=20
      secondo cui in ciascuna frase il predicato deve essere di tipo super=
iore=20
      al soggetto. Se il principio non viene rispettato la frase non =E8 n=
=E9 vera=20
      n=E9 falsa, <I>ma priva di significato. </I>Una classe, dunque, pu=
=F2=20
      appartenere soltanto a una classe di classi, non gi=E0 a una classe =
di=20
      entit=E0 individuali. Pertanto la definizione con cui viene introdot=
ta la=20
      classe R, in quanto afferma l=92appartenenza di una classe a una cla=
sse a=20
      cui appartengono individui, d=E0 origine a un nonsenso.</P>
      <P align=3Djustify>La teoria dei tipi fu ulteriormente perfezionata =
da=20
      Russell in una versione pi=F9 sofisticata: la <I>teoria dei tipi ram=
ificata.=20
      </I>Ma essa, soprattutto in questa seconda versione, fu spesso consi=
derata=20
      innaturale e macchinosa. Vari matematici preferirono sviluppare la r=
icerca=20
      sui fondamenti della matematica in altre direzioni.</P>
      <P align=3Djustify>Il <B>tedesco David Hilbert </B>(1862-1943) e l=
=92olandese=20
      <B>Luitzen Egbertus Jan Brouwer </B>(1881-1966) furono promotori di =
due=20
      indirizzi, denominati rispettivamente formalismo e <I>intuizionismo.=
=20
      </I>Secondo <I>il formalismo </I>di Hilbert la matematica pu=F2 esse=
re=20
      interpretata come un <I>sistema di simboli e di regole, </I>ovvero d=
i=20
      assiomi, che governano l=92uso di questi simboli. I simboli non hann=
o=20
      necessariamente un significato e devono essere intesi semplicemente =
come=20
      <I>segni </I>tracciati sulla carta o sulla lavagna. Fare matematica=
=20
      diventa, in tal modo, come giocare una partita a scacchi o giocare u=
n=20
      qualsiasi altro gioco disciplinato da regole rigorosamente determina=
te.=20
      Poich=E9 in una qualsiasi teoria matematica non si sa di quali ogget=
ti si=20
      stia parlando, una stessa teoria =E8 suscettibile di molteplici=20
      interpretazioni differenti, ossia =E8 applicabile a differenti ambit=
i di=20
      oggetti, purch=E9, ovviamente, questi soddisfino gli assiomi propri =
del=20
      sistema matematico. Per esempio la geometria, intesa come sistema=20
      matematico formalizzato, non si occupa soltanto e necessariamente di=
 punti=20
      o di piani, ma pu=F2 essere riferita a qualunque insieme di oggetti =
che=20
      soddisfino i suoi assiomi.</P>
      <P align=3Djustify>Il compito di individuare e ricostruire la strutt=
ura=20
      formale delle teorie matematiche spetta a quella disciplina che Hilb=
ert=20
      chiama <I>metamatematica . </I>La metamatematica =E8 quella teoria c=
he ha=20
      per oggetto la matematica. L=92obiettivo fondamentale che essa si pr=
opone =E8=20
      quello di mostrare che =E8 impossibile, all=92interno del sistema ma=
tematico,=20
      considerato, in particolare dell=92aritmetica, dedurre contraddizion=
i.</P>
      <P align=3Djustify>Una volta ottenuto questo risultato in relazione=
=20
      all=92aritmetica ogni problema relativo ai fondamenti della matemati=
ca sar=E0=20
      definitivamente risolto, in quanto sussister=E0 la garanzia che l=92=
intero=20
      sistema della matematica sar=E0 esente da contraddizioni.</P>
      <P align=3Djustify><I>L=92intuizionismo, </I>sviluppato da Brouwer e=
 da vari=20
      altri matematici, si preoccupa, come il logicismo di Russell e il=20
      formalismo di Hilbert, di prevenire all=92interno del discorso matem=
atico il=20
      sorgere di paradossi. Esso, tuttavia, segue una via completamente=20
      differente e preferisce fondare la matematica su ci=F2 che la <I>cos=
cienza=20
      </I>umana pu=F2 <I>costruire al </I>proprio interno. Secondo questo=
=20
      indirizzo, che fu anticipato gi=E0 dal matematico e filosofo Poincar=
=E9 e non=20
      =E8 privo di agganci con alcune filosofie del Novecento (per esempio=
 quella=20
      di Bergson) possono avere cittadinanza nella matematica solo quelle =
entit=E0=20
      che possono effettivamente essere costruite all=92interno della cosc=
ienza.=20
      In questo modo secondo gli intuizionisti, possono essere evitati i=20
      paradossi. L=92intuizionismo, tuttavia, in quanto bandisce tutto ci=
=F2 che non=20
      =E8 effettivamente costruibile, sacrifica ampi settori della matemat=
ica=20
      stessa. Per esempio gran parte della teoria degli insiemi infiniti, =
che,=20
      dopo le ricerche di Georg Cantor, aveva dato luogo a una articolata=
=20
      <I>aritmetica transfinita, </I>deve essere abbandonata. Anche la log=
ica=20
      subisce tagli assai rilevanti. Viene a cadere, infatti, <I>il princi=
pio=20
      del terzo escluso, </I>quello che asserisce</P>
      <P align=3Djustify>che =E8 vera una proposizione p, oppure =E8 vera =
la sua=20
      negazione, <I>non p. </I>Infatti, se, per esempio, non ho costruito =
la=20
      proposizione p, non segue da ci=F2 che abbia costruito la sua negazi=
one=20
      <I>non p. </I>Se la verit=E0 matematica consiste nella costruibilit=
=E0 occorre=20
      ammettere che la logica deve avere tre valori di verit=E0: vero, fal=
so,=20
      (come la logica tradizionale) e, in pi=F9, indecidibile, per tutti i=
 casi in=20
      cui la mente non pu=F2 costruire n=E9 p n=E9 <I>non p.</P>
      <P align=3Djustify></P></I>
      <P align=3Djustify>Una svolta decisiva nelle ricerche sui fondamenti=
 della=20
      matematica e, in generale, nella logica, ebbe luogo nel 1931. In=20
      quell=92anno il logico tedesco emigrato negli USA, <B>Kurt Godel </B=
>ricav=F2,=20
      per mezzo di una procedura complessa e ingegnosa, un <I>teorema=20
      </I>secondo cui all=92interno di un sistema assiomatico che contenga=
=20
      l=92aritmetica dei numeri naturali devono sussistere proposizioni ch=
e non=20
      sono decidibili, di cui, cio=E8, non pu=F2 essere provata n=E9 la ve=
rit=E0 n=E9 la=20
      falsit=E0. Questa <I>incompletezza </I>dimostrata da Godel colpiva a=
lla=20
      radice soprattutto il tentativo compiuto dal formalismo hilbertiano =
di=20
      provare la non-contraddittoriet=E0 dell=92aritmetica. In realt=E0 er=
ano da lungo=20
      tempo disponibili nella matematica proposizioni di cui non si era ri=
uscita=20
      mai <I>a provare </I>la verit=E0, senza che, tuttavia, fossero mai s=
tate=20
      smentite da controesempi. Una di queste =E8 la celebre "congettura d=
i=20
      Goldbach", secondo la quale ogni numero pari pu=F2 essere espresso c=
ome=20
      somma di due numeri primi.</P>
      <P align=3Djustify>Dopo il teorema di Godel le ricerche dei logici=20
      abbandonarono il progetto volto a costruire un unico edificio coeren=
te in=20
      cui fossero contenute la logica e la matematica. Esse proseguirono i=
n=20
      ambiti pi=F9 specifici e mirarono a risultati di portata meno genera=
le.=20
      Furono esplorati campi in gran parte nuovi, come per esempio quello =
delle=20
      logiche a <I>molteplici valori di verit=E0, </I>oppure delle logiche=
 che=20
      prendono in esame le <I>espressioni normative, </I>quelle, cio=E8, c=
he=20
      contengono un comando e furono profondamente rinnovate le indagini i=
n=20
      campi quali la <I>logica modale, </I>ossia quella parte della logica=
 che=20
      si occupa di espressioni come "possibile" e "necessario".</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Logica e filosofia: Russell</P></B>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>Lo sviluppo della logica all=92inizio del Novecen=
to=20
      determin=F2 una profonda svolta nel modo di impostare alcuni tradizi=
onali=20
      problemi filosofici. Attraverso gli studi di Frege e, soprattutto, d=
i=20
      Russell risult=F2 chiaro che il modo usuale di analizzare le proposi=
zioni =E8=20
      insoddisfacente. La logica si assunse, pertanto, il compito di indiv=
iduare=20
      un altro modo di analizzare le proposizioni. Si pu=F2 dire, in gener=
ale,=20
      che, secondo la logica contemporanea, quelli che nelle <I>lingue nat=
urali=20
      </I>figurano come nomi comuni o anche come nomi propri cessano di es=
sere=20
      nomi, e quindi soggetti, per figurare come attributi. Il soggetto =
=E8 ormai,=20
      soltanto un pronome indeterminato "x", a cui vengono riferiti sia il=
=20
      vecchio soggetto sia il predicato. A Bertrand Russell premeva soprat=
tutto=20
      evitare che venissero postulate, in qualit=E0 di significati dei ter=
mini=20
      linguistici, delle entit=E0 astratte non riconducibili agli oggetti=
=20
      esistenti nella realt=E0 concreta. Se ad ogni espressione dotata di=
=20
      significato dovesse corrispondere una qualche entit=E0, allora dovre=
mmo dire=20
      che deve esistere qualcosa che corrisponda all=92espressione "l=92at=
tuale re=20
      di Francia". Il filosofo inglese, preoccupato di salvaguardare anche=
 nella=20
      logica "un robusto senso della realt=E0", rifiutava di ammettere ent=
it=E0=20
      sussistenti in qualche dimensione astratta che corrispondessero alle=
=20
      espressioni prive di riferimento nella realt=E0 concreta. Eppure, qu=
ando=20
      diciamo qualcosa come "l=92attuale re di Francia =E8 calvo", sappiam=
o=20
      perfettamente che cosa diciamo, anche se non esiste alcuna entit=E0 =
reale=20
      che corrisponda al soggetto della nostra affermazione e anche se tal=
e=20
      affermazione =E8, ovviamente, falsa.</P>
      <P align=3Djustify>La teoria delle <I>descrizioni definite </I>forni=
sce una=20
      risposta al problema interpretando l=92espressione "attuale re di Fr=
ancia"=20
      come un predicato da attribuire a un generico "qualcosa", indicato i=
n=20
      simboli logici con la lettera "c". Nel suo complesso una proposizion=
e come=20
      "l=92attuale re di Francia =E8 calvo" viene ora riformulata in quest=
i termini:=20
      "esiste un termine c tale che, qualunque sia x, x =E8 l=92attuale re=
 di=20
      Francia equivale a x =E8 c; inoltre c =E8 calvo".</P>
      <P align=3Djustify>Per quanto riguarda, poi, le proposizioni univers=
ali=20
      della vecchia logica aristotelica, del tipo "tutti gli uomini sono=20
      mortali" esse vengono risolte in un=92implicazione della forma: "qua=
lunque=20
      sia x, se x =E8 un uomo, allora x =E8 mortale". Questo tra l=92altro=
 spiega=20
      perch=E9 possano essere vere proposizioni universali riferite a enti=
t=E0 non=20
      esistenti, per esempio "tutti i centauri sono quadrupedi". Esse, in=
=20
      sostanza, si limitano ad asserire che <I>se </I>qualcosa =E8 un cent=
auro=20
      allora esso =E8 un quadrupede.</P>
      <P align=3Djustify>L=92importanza di queste teorie, in particolare d=
ella=20
      teoria delle descrizioni definite, non =E8 limitata alla logica. Sul=
 piano=20
      dell=92analisi filosofica essa comporta, in generale, la disintegraz=
ione=20
      dell=92"oggetto", ovvero della "cosa", in un insieme di propriet=E0,=
 ciascuna=20
      delle quali corrisponde a una descrizione. Il mondo non si presenta =
pi=F9=20
      come insieme di oggetti aventi propriet=E0, ma piuttosto come insiem=
e di=20
      eventi sulla base dei quali vengono costruite, per mezzo di operazio=
ni=20
      logiche, le "cose", a cui, secondo il linguaggio comune, ineriscono =
le=20
      varie propriet=E0. Con queste concezioni filosofiche di Russell siam=
o, come=20
      si vede agli antipodi del logicismo platonizzante di Frege. La logic=
a,=20
      secondo il filosofo inglese, non scopre alcuna realt=E0, ma fornisce=
 solo=20
      gli strumenti linguistici per descrivere una realt=E0 scoperta per m=
ezzo=20
      dell=92esperienza e della conoscenza scientifica.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Ludwig Wittgenstein </B>(1889-1951)</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Opere principali </B><I>Tractatus logico-philosop=
hicus=20
      </I>(1921), <I>Quaderno blu </I>e <I>Quaderno marrone </I>(composti =
tra il=20
      1933 e il 1935, pubblicati postumi nel 1958), <I>Ricerche filosofich=
e=20
      </I>(pubblicate postume nel 1953).</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Il <I>Tractatus logico-philosophicus</P></B>
      <P align=3Djustify></P></I>
      <P align=3Djustify>Viennese, dopo aver intrapreso studi di ingegneri=
a,=20
      Wittgenstein si dedic=F2 alle problematiche filosofiche entrando in =
rapporti=20
      di familiarit=E0 con il filosofo inglese Bertrand Russell e con gli=
=20
      esponenti del Circolo di Vienna. Matur=F2 la convinzione che il trad=
izionale=20
      sapere filosofico non fosse una forma di autentica conoscenza: i pro=
blemi=20
      filosofici erano degli pseudoproblemi generati da un uso scorretto d=
el=20
      linguaggio. Di conseguenza l=92attivit=E0 filosofica poteva essere s=
oltanto=20
      <I>terapeutica, </I>volta a mettere in luce questi falsi problemi e =
a=20
      dissolverli mostrandone l=92inconsistenza.</P>
      <P align=3Djustify>In questa prospettiva compose l=92opera pubblicat=
a nel=20
      1921, il <I>Tractatus logico-philosophicus, </I>uno scritto piuttost=
o=20
      breve, articolato in sei enunciati principali; a questi si accompagn=
ano,=20
      numerose altre proposizioni che fungono da commento o spiegazione ed=
 altre=20
      ancora che commentano e sviluppano queste ultime. Ne risulta un comp=
lesso=20
      ordinamento "ramificato", in cui ciascun enunciato =E8 contrassegnat=
o da=20
      alcune cifre che ne indicano la posizione entro l=92"albero". Con gl=
i=20
      aforismi del <I>Tractatus </I>Wittgenstein era convinto di essere=20
      pervenuto a una verit=E0 intangibile e definitiva, secondo quanto eg=
li=20
      stesso dichiarava nella prefazione all=92opera. Essendo persuaso di =
aver=20
      risolto <I>definitivamente </I>i problemi filosofici, si dedic=F2 ad=
 altre=20
      attivit=E0, tra cui l=92insegnamento elementare, verso cui avvertiva=
 una=20
      specifica vocazione. Solo dopo molti anni, quando gi=E0 si era recat=
o in=20
      Inghilterra e aveva intrapreso l=92insegnamento all=92universit=E0 d=
i Cambridge,=20
      a seguito di scambi di vedute con alcuni amici, oper=F2 una profonda=
=20
      revisione del suo pensiero ed elabor=F2, in quaderni di appunti pubb=
licati=20
      postumi, le nuove concezioni riguardanti il linguaggio e il=20
      significato.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Mondo e linguaggio</P>
      <P align=3Djustify></B>Le sei tesi del <I>Tractatus </I>e la comples=
sa=20
      ramificazione di proposizioni ad esse correlate vertono tutte su que=
llo=20
      che si presenta come problema fondamentale: il <I>rapporto tra il mo=
ndo e=20
      il linguaggio. </I>La soluzione che viene proposta =E8, nelle sue li=
nee di=20
      fondo, piuttosto semplice: il <I>linguaggio rappresenta i fatti del =
mondo,=20
      in quanto =E8 in grado di riprodurre al suo interno la struttura del=
 mondo;=20
      nella sua natura pi=F9 profonda il linguaggio =E8 essenzialmente=20
      "geroglifico", perch=E9 ha la stessa forma di ci=F2 che intende rapp=
resentare=20
      e rispetto a cui =E8, in tal modo, isomorfo. </I>Quando il linguaggi=
o, per=20
      un qualsiasi motivo, smarrisce la funzione rappresentativa che gli =
=E8=20
      propria sorgono espressioni insensate e domande che non potranno ric=
evere=20
      alcuna risposta; su queste sono stati costruiti gli edifici della=20
      metafisica tradizionale. Nella gi=E0 citata <I>Prefazione </I>Wittge=
nstein=20
      stesso riassume il senso del libro con le parole: "Quanto si pu=F2 d=
ire, si=20
      pu=F2 dire chiaramente; e su ci=F2 di cui non si pu=F2 parlare, biso=
gna=20
      tacere".</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>I fatti</P>
      <P align=3Djustify></B>Il linguaggio, come si =E8 detto, deve rappre=
sentare il=20
      mondo. Ma che cos=92=E8 il mondo? Risponde a questa domanda la prima=
=20
      proposizione del <I>Tractatus. </I>"Il mondo =E8 tutto ci=F2 che acc=
ade". Il=20
      mondo, detto in altre parole, =E8 "la totalit=E0 dei fatti". I "fatt=
i", che=20
      costituiscono la realt=E0 del mondo, non sono le "cose", ovvero gli=
=20
      "oggetti". Un fatto =E8 un "stato di cose", costituito da una o pi=
=F9 cose in=20
      una determinata situazione. La "cosa", al contrario, si caratterizza=
 per=20
      la possibilit=E0 di sussistere in una infinit=E0 di stati differenti=
,=20
      rimanendo sempre identica a se stessa. Questo infinito ventaglio di=
=20
      possibilit=E0 che =E8 proprio dell=92"oggetto" viene detto "spazio l=
ogico". Il=20
      sussistere di queste possibilit=E0 sta a significare che il mondo de=
i fatti,=20
      cos=EC come =E8 dato, non =E8 dovuto ad alcuna necessit=E0, giacch=
=E9 i fatti=20
      <I>potrebbero </I>anche accadere diversamente da come effettivamente=
=20
      accadono.</P>
      <P align=3Djustify>Una categoria di fatti merita attenzione particol=
are: si=20
      tratta di quei fatti che hanno la capacit=E0 di <I>raffigurare </I>a=
ltri=20
      fatti. Un fatto che raffigura altri fatti =E8 detto <I>immagine. </I=
>La=20
      <I>raffigurazione </I>consiste in questo: gli elementi che costituis=
cono=20
      l=92immagine stanno tra loro nella stessa relazione in cui si trovan=
o gli=20
      oggetti che entrano a far parte dei fatti rappresentati, come per es=
empio=20
      accade allorch=E9 si rappresenta un incidente stradale con i modelli=
ni delle=20
      automobili coinvolte.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>La proposizione</P>
      <P align=3Djustify></B>Non c=92=E8 dubbio che <I>il pensiero </I>sia=
, nel suo=20
      complesso, un=92immagine dei fatti che costituiscono il mondo. Il <I=
>segno=20
      sensibile </I>attraverso cui viene palesato il pensiero =E8 <I>la=20
      proposizione. </I>I<I> </I>termini semplici che entrano a far parte =
della=20
      proposizione e che non sono ulteriormente scomponibili sono <I>i nom=
i:=20
      </I>essi si riferiscono agli oggetti. Ma poich=E9 ci=F2 che conferis=
ce=20
      significato alla proposizione =E8 la sua struttura, cio=E8 la relazi=
one tra i=20
      suoi costituenti, un nome non ha mai significato da solo, ma diventa=
=20
      significativo solo nella proposizione, in connessione con altri nomi=
. La=20
      proposizione =E8 "la descrizione di uno stato di cose". Essa =E8 <I>=
vera=20
      </I>se i fatti avvengono nel mondo nella maniera in cui essa dichiar=
a. E=92=20
      importante, per evitare i possibili equivoci, tenere ben fermo il=20
      principio secondo cui la proposizione rappresenta fatti del mondo e =
mai=20
      qualcosa di diverso dai fatti.</P><B>
      <P align=3Djustify>Le costanti logiche</P>
      <P align=3Djustify></B>Entro le proposizioni occorre operare un=92im=
portante=20
      distinzione. Alcune proposizioni sono costituite semplicemente dalla=
=20
      concatenazione di nomi per mezzo di un predicato o di una relazione.=
=20
      Queste proposizioni non possono essere scomposte in proposizioni pi=
=F9=20
      semplici e sono dette proposizioni <I>elementari. </I>Chi conoscesse=
 tutte=20
      le proposizioni elementari vere, avrebbe con ci=F2 stesso una descri=
zione=20
      completa del mondo. Altre proposizioni derivano da quelle elementari=
=20
      attraverso operazioni compiute mediante quelle "particelle", da=20
      Wittgenstein dette <I>costanti logiche, </I>che non si riferiscono a=
d=20
      alcun oggetto, ma servono solo a connettere tra loro altre proposizi=
oni.=20
      Le costanti logiche fondamentali sono "non", "e", "o", "se...allora"=
. La=20
      verit=E0 delle proposizioni complesse, ottenute applicando le costan=
ti=20
      logiche, dipende, secondo le leggi proprie di ciascuna costante, dal=
la=20
      verit=E0 delle proposizioni elementari . In termini matematici la ve=
rit=E0=20
      delle proposizioni complesse =E8 "funzione" della verit=E0 delle pro=
posizioni=20
      elementari.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Le tautologie</P>
      <P align=3Djustify></B>Alcune proposizioni, dette <I>tautologie, </I=
>sono=20
      <I>vere </I>qualunque sia il valore di verit=E0 delle proposizioni=20
      elementari da cui dipendono. L=92esempio pi=F9 semplice di tautologi=
a =E8 quello=20
      della forma "piove o non piove"; essa, infatti, sia che in effetti p=
iova,=20
      sia che non piova, =E8 in ogni caso vera. Chiaramente questa proprie=
t=E0=20
      deriva dalla particolare combinazione delle costanti "o" e "non". I =
fatti=20
      del mondo non hanno alcun rilievo nel rendere vera la tautologia, ch=
e =E8=20
      vera soltanto in virt=F9 della sua forma logica. Essa, pertanto, non=
ostante=20
      la sua assoluta certezza, non trasmette alcuna informazione riguardo=
 al=20
      mondo dei fatti. Al contrario le proposizioni che <I>sono false </I>=
in=20
      virt=F9 della loro forma, qualunque cosa accada nel mondo, sono dett=
e=20
      <I>contraddizioni: </I>le pi=F9 semplici tra esse hanno la forma "p =
e non-p"=20
      ("p" sta per una qualsiasi proposizione).</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Logica e matematica</P>
      <P align=3Djustify></B>Poste queste basi Wittgenstein procede ad esa=
minare=20
      il valore conoscitivo delle varie scienze. La logica =E8 interamente=
=20
      costituita da <I>tautologie, </I>la cui verit=E0 =E8 necessaria, ma =
non reca=20
      alcun contenuto informativo riguardante il mondo dei fatti, cio=E8 l=
a=20
      realt=E0. Esse, afferma Wittgenstein, "non dicono nulla" e sono=20
      <I>analitiche </I>nel senso kantiano. Alla logica si connette la=20
      matematica. Questa =E8 "un metodo della logica", un metodo applicand=
o il=20
      quale trasformiamo alcune proposizioni vere in altre proposizioni ve=
re,=20
      come quando, sulla base di alcuni dati, risolviamo un problema. A qu=
esto=20
      proposito la posizione di Wittgenstein, e in genere di tutto l=92emp=
irismo=20
      logico, differisce profondamente da quelle espresse da Kant e dal=20
      positivismo ottocentesco: la matematica =E8 un metodo, sia pure dell=
a somma=20
      importanza, che, in quanto tale, non ha valore conoscitivo. Le sue=20
      equazioni, non avendo in se stesse alcun valore di verit=E0, non han=
no=20
      autentica natura proposizionale e sono soltanto <I>proposizioni=20
      apparenti.</P>
      <P align=3Djustify></I>Le proposizioni che non sono n=E9 tautologie =
n=E9=20
      contraddizioni e che si riferiscono ai fatti del mondo sono indipend=
enti=20
      l=92una dall=92altra, cos=EC come sono reciprocamente indipendenti i=
 fatti che=20
      costituiscono il mondo. La fede in un nesso causale che stabilisca u=
n=20
      vincolo necessario tra un fatto e altri fatti =E8 pura superstizione=
. Tutto=20
      ci=F2 che accade nel mondo =E8 <I>contingente, </I>ossia non-necessa=
rio. La=20
      necessit=E0 sussiste solo nell=92ambito della logica.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Le leggi scientifiche</P>
      <P align=3Djustify></B>Che cosa sono, allora, le leggi scientifiche,=
 come=20
      per esempio quelle della meccanica? La legge scientifica =E8 un <I>a=
pparato=20
      logico </I>che permette di formulare proposizioni intorno ai fatti d=
el=20
      mondo. Le leggi della meccanica newtoniana non parlano, nella loro=20
      enunciazione generale, dei fatti del mondo. Solo quando esse sono=20
      applicate ai casi particolari e sono specificate attraverso ben=20
      determinate misure, forniscono descrizioni riferite a fatti. Le legg=
i=20
      scientifiche, dunque, sebbene a motivo della loro generalit=E0 non p=
arlino=20
      del mondo, forniscono i materiali fondamentali che consentono di for=
mare=20
      proposizioni riguardanti il mondo e di individuare con precisione de=
i=20
      fatti. Esse sono paragonabili ai <I>reticolati, </I>costituiti da li=
nee e=20
      da figure arbitrarie, per mezzo di cui possiamo descrivere una super=
ficie=20
      su cui sono irregolarmente distribuite delle macchie di colore. Non =
c=92=E8=20
      nessun obbligo che imponga di descrivere la superficie ricorrendo a =
un=20
      reticolato piuttosto che a un altro. Cos=EC, analogamente, una certa=
 teoria=20
      scientifica pu=F2 essere valida quanto un altra, purch=E9 entrambe c=
onsentano=20
      di individuare con la stessa precisione i fatti del mondo.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>La filosofia come attivit=E0 chiarificatrice</P>
      <P align=3Djustify></B>Ma allorch=E9 i segni proposizionali non sono=
 immagini=20
      di fatti, n=E9, d=92altra parte, si possono ricondurre ai metodi di=
=20
      ragionamento propri della matematica o alle leggi scientifiche, essi=
 non=20
      hanno significato, ossia sono <I>insensati. </I>In essi, infatti, =
=E8 venuta=20
      a mancare quella che costituisce la funzione specifica della proposi=
zione:=20
      rappresentare un fatto. Questa <I>insensatezza si </I>riscontra nell=
e=20
      proposizioni <I>della filosofia </I>tradizionale: esse non sono fals=
e, ma=20
      sono, piuttosto, <I>prive </I>di <I>significato. </I>La filosofia de=
l=20
      passato il pi=F9 delle volte =E8 sorta, sostiene Wittgenstein, dalla=
 mancata=20
      comprensione della natura del linguaggio. C=92=E8, tuttavia, ancora =
spazio per=20
      l=92attivit=E0 filosofica, a patto che si abbandoni l=92atteggiament=
o proprio=20
      dei filosofi tradizionali. La filosofia, che non =E8 una scienza, ma=
=20
      piuttosto un=92<I>attivit=E0 chiarificatrice, </I>quando =E8 intesa =
nell=92unica=20
      maniera corretta possibile, =E8 "critica del linguaggio". Quando sar=
=E0 stata=20
      compiuta la corretta analisi delle espressioni linguistiche risulter=
=E0 che=20
      ogni <I>enigma </I>=E8 soltanto <I>apparente </I>ed =E8, con ci=F2 s=
tesso,=20
      scomparso: i problemi tradizionalmente considerati pi=F9 profondi in=
 realt=E0=20
      non sono affatto problemi.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>L=92ineffabile</P>
      <P align=3Djustify></B>L=92analisi che Wittgenstein sviluppa nel <I>=
Tractatus=20
      </I>non si risolve, tuttavia, in una pura e semplice dichiarazione d=
i=20
      <I>insensatezza </I>nei confronti della problematica filosofica=20
      tradizionale. Accanto alla logica e a tutto ci=F2 che concerne il li=
nguaggio=20
      inteso come raffigurazione della realt=E0 fattuale, appare un=92altr=
a=20
      dimensione, che sfugge all=92espressione linguistica, ma che pure no=
n =E8 meno=20
      reale: la dimensione dell=92<I>ineffabile. </I>E=92 questo, forse, l=
=92aspetto=20
      pi=F9 inquietante del <I>Tractatus. L=92ineffabile </I>sorge all=92i=
nterno delle=20
      proposizioni stesse in quanto esse, non solo parlano del mondo, ma=20
      <I>esibiscono, </I>per il semplice fatto che esistono, la loro forma=
=20
      logica. La proposizione, in altre parole, <I>dice </I>qual =E8 la st=
ruttura=20
      di un fatto del mondo, ma <I>mostra, senza poterlo dire, </I>come =
=E8 fatta=20
      essa stessa. E in generale, afferma Wittgenstein, "Ci=F2 che pu=F2 e=
ssere=20
      mostrato non pu=F2 essere detto".</P>
      <P align=3Djustify>La presenza dell=92<I>ineffabile, </I>ossia di ci=
=F2 che "si=20
      mostra" nel linguaggio ma non pu=F2 essere detto, diventa esplicita =
tutte le=20
      volte che il discorso abbandona i fatti e investe il mondo nella sua=
=20
      totalit=E0 o i limiti del mondo stesso, per esempio quando si consid=
era il=20
      soggetto dell=92esperienza, oppure la morte. La totalit=E0 dei fatti=
 =E8 ci=F2 che=20
      costituisce la nostra esperienza, ma non =E8 essa stessa un fatto. I=
l=20
      soggetto dell=92esperienza non si manifesta all=92interno dell=92esp=
erienza. La=20
      morte =E8 ci=F2 che chiude la nostra esperienza del mondo: "La morte=
 non =E8 un=20
      evento della vita. La morte non si vive".</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Il mistico</P>
      <P align=3Djustify></B>Il tema <I>dell=92ineffabile </I>conduce in t=
al modo=20
      alle soglie del <I>mistico. </I>A differenza <I>dell=92ineffabile, <=
/I>che=20
      manifesta se stesso nella forma della proposizione, e che, dunque, =
=E8 gi=E0=20
      implicito nella dimensione logica, il <I>mistico si </I>presenta com=
e un=20
      <I>intuire, </I>un <I>sentire, </I>dunque come un=92esperienza sogge=
ttiva.=20
      In questo senso deve essere interpretato uno degli aforismi con cui =
si=20
      chiude il <I>Tractatus: </I>"Sentire il mondo quale tutto limitato =
=E8 il=20
      mistico". Questa medesima ispirazione, che spinge la logica ai confi=
ni=20
      dell=92indicibile, si avverte in un=92altra celebre proposizione, de=
rivata=20
      probabilmente dalla mistica tedesca dei primi secoli dell=92et=E0 mo=
derna: "Se=20
      per eternit=E0 s=92intende, non infinita durata nel tempo, ma intemp=
oralit=E0,=20
      vive eterno colui che vive nel presente". Il tempo presente, infatti=
, =E8 un=20
      tutto limitato al di fuori del quale non =E8 possibile andare. Ma qu=
esto non=20
      pu=F2 essere "detto": pu=F2 essere soltanto "vissuto". Con queste=20
      enunciazioni, presenti soprattutto nella parte conclusiva dell=92ope=
ra, il=20
      <I>Tractatus </I>si<I> </I>conferma un testo affascinante ed enigmat=
ico.=20
      La ragione di ci=F2 si pu=F2 trovare nel fatto che, sebbene siamo ne=
cessitati=20
      a parlare del mondo per mezzo del linguaggio e con gli strumenti del=
la=20
      logica, nell=92esistenza stessa del linguaggio "si mostra" una dimen=
sione=20
      della realt=E0 che appartiene a pieno titolo al vissuto, ma non pu=
=F2 essere=20
      espressa per mezzo di parole.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Le <I>Ricerche filosofiche</B>: </I><B>una nuova =
teoria=20
      del significato</P>
      <P align=3Djustify></P></B>
      <P align=3Djustify>Con le <I>Ricerche filosofiche, </I>il testo pubb=
licato=20
      nel 1953, sulla base di appunti che Wittgenstein aveva terminato di=
=20
      comporre nel 1949, le concezioni esposte nel <I>Tractatus </I>sono=20
      sottoposte a una revisione profonda da cui emergono nuove vedute des=
tinate=20
      a segnare profondamente l=92evolversi del dibattito filosofico pi=F9=
=20
      recente.</P>
      <P align=3Djustify>In un certo senso si pu=F2 dire che il punto di p=
artenza=20
      della nuova indagine sia esattamente il punto di arrivo dell=92anali=
si=20
      condotta nel <I>Tractatus, </I>ovvero l=92impossibilit=E0 di uscire =
dal=20
      linguaggio. Il linguaggio =E8 intrascendibile: tutto quello che noi =
diciamo,=20
      o pensiamo, lo diciamo o pensiamo per mezzo del linguaggio. Anche qu=
ando=20
      cerchiamo di fornire la spiegazione o la definizione di alcune espre=
ssioni=20
      linguistiche, compiamo questa operazione per mezzo di altre espressi=
oni=20
      linguistiche.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Il linguaggio non si pu=F2 trascendere</P>
      <P align=3Djustify></B>Detto in altri termini non ci sono (al contra=
rio di=20
      quello che si sosteneva nel <I>Tractatus) </I>espressioni linguistic=
he=20
      privilegiate che traggano il loro significato da un riferimento imme=
diato=20
      alla realt=E0. Il significato di un=92espressione non viene mai defi=
nito=20
      mediante un riferimento diretto ai fatti. L=92unica maniera in cui s=
arebbe=20
      possibile raccordare un=92espressione del linguaggio alla realt=E0 f=
attuale=20
      consisterebbe <I>nell=92ostensione, </I>cio=E8 nell=92atto con cui s=
i indica=20
      concretamente, per esempio con un gesto della mano, la realt=E0 conc=
reta a=20
      cui l=92espressione si riferisce. Ma ci=F2, a ben guardare, non =E8 =
possibile.=20
      Quando indico un certo oggetto con la mano, non =E8 affatto chiaro, =
a chi=20
      eventualmente gi=E0 non sia in possesso del linguaggio in cui mi esp=
rimo, se=20
      indico l=92oggetto nella sua interezza, oppure qualche sua propriet=
=E0, o non=20
      voglia indicare, piuttosto, il gesto stesso che compio con la mano.=
=20
      Attraverso il gesto della mia mano: potrei, in fondo, semplicemente=
=20
      guardarmi il polso, anzich=E9 indicare un oggetto come potrebbe cred=
ere il=20
      mio interlocutore.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Linguaggio scientifico e linguaggio ordinario</P>
      <P align=3Djustify></B>Si impara, dunque, il significato delle espre=
ssioni=20
      linguistiche, non gi=E0 perch=E9 alcune di esse ci mettano a confron=
to con la=20
      realt=E0, ma perch=E9 a poco a poco impariamo a <I>usare </I>il ling=
uaggio,=20
      nello stesso modo in cui a poco a poco impariamo a praticare un=20
      determinato gioco secondo le sue regole caratteristiche, trovando=20
      l=92occasione per correggerci ogniqualvolta non le rispettiamo. Siam=
o=20
      erroneamente portati a credere che tutte le espressioni linguistiche=
=20
      acquistino significato per mezzo di una definizione perch=E9 questo =
in=20
      effetti accade quando vengono introdotti nuovi termini nel linguaggi=
o=20
      scientifico. Quando il chimico, per esempio, introduce il termine "l=
itio"=20
      ne fornisce una definizione rigorosa che ne fissa in maniera univoca=
 il=20
      significato. Ma il <I>linguaggio scientifico </I>non deve essere con=
fuso=20
      con il <I>linguaggio ordinario, </I>quello che parliamo comunemente =
al di=20
      fuori della scienza. Il linguaggio scientifico stesso =E8 in realt=
=E0,=20
      costruito all=92interno del linguaggio ordinario: =E8 come un sobbor=
go moderno=20
      e razionale costruito alla periferia di una vecchia citt=E0 medieval=
e, i cui=20
      edifici e le cui vie faticano a mostrare la presenza di un ordine=20
      razionale. Ma nondimeno senza la vecchia citt=E0 disordinata non esi=
sterebbe=20
      nemmeno il sobborgo moderno.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>I giochi linguistici</P>
      <P align=3Djustify></B>Il significato delle espressioni si costituis=
ce,=20
      dunque; nell=92ambito del linguaggio ordinario. In generale il signi=
ficato=20
      di un=92espressione =E8 costituito dall=92intreccio delle regole che=
 ne=20
      governano <I>l=92uso: </I>il <I>gioco linguistico, </I>ovvero la spe=
cifica=20
      <I>grammatica </I>relativa a quella particolare espressione. Ogni si=
ngolo=20
      gioco linguistico rinvia ad altri analoghi giochi, in un processo ch=
e non=20
      giunge mai a termine e che lascia la determinazione del significato =
per=20
      sempre provvisoria e suscettibile di completamento. Il quadro che ne=
=20
      emerge =E8 profondamente innovativo rispetto a quelle che fin dal Se=
icento=20
      erano state le linee di fondo della filosofia moderna. Poich=E9 non =
=E8 pi=F9=20
      possibile attingere un supporto esterno al linguaggio su cui si fond=
i il=20
      suo significato, viene troncata alla radice la problematica, ancora =
assai=20
      viva nel <I>Tractatus </I>e in tutto l=92empirismo logico, relativa =
al=20
      <I>fondamento. </I>Vengono a cadere le "proposizioni elementari" in =
cui si=20
      sarebbero dovuti riflettere i costituenti elementari e "atomici" del=
la=20
      realt=E0 stessa, ad assicurare un fondamento certo e stabile al sign=
ificato=20
      e alla verit=E0. Questa diventa, in ultima analisi, soltanto la capa=
cit=E0 di=20
      produrre, mediante l=92uso di certe espressioni linguistiche, <I>buo=
ni=20
      risultati nella pratica.</P>
      <P align=3Djustify></I>Caduta ogni illusione relativa al <I>fondamen=
to=20
      </I>della conoscenza e della verit=E0, il compito della filosofia re=
sta, ora=20
      pi=F9 che mai, soltanto quello <I>terapeutico: </I>dissolvere i fals=
i=20
      problemi che possono sorgere dall=92intreccio caotico dei giochi lin=
guistici=20
      e da un uso delle espressioni che ignori i limiti intrinseci alla lo=
ro=20
      "grammatica". La filosofia =E8 <I>malattia </I>in quanto distrae il=
=20
      linguaggio dal suo uso ordinario e suscita problemi che il linguaggi=
o=20
      stesso non =E8 in grado di risolvere. La terapia, ossia la critica d=
el=20
      linguaggio, riporta gli usi linguistici nell=92ambito e nei limiti d=
el=20
      linguaggio ordinario, <I>accettato per quello che =E8, </I>senza pre=
tese di=20
      raffinamenti o di correzioni.</P><B>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>La filosofia analitica</P>
      <P align=3Djustify></P></B>
      <P align=3Djustify>L=92orientamento inaugurato da Wittgenstein con l=
e=20
      <I>Ricerche filosofiche </I>ha contribuito in modo decisivo a rinnov=
are la=20
      problematica filosofica contemporanea. Erede diretta dell=92ultimo=20
      Wittgenstein =E8 la <I>filosofia analitica </I>sorta in Inghilterra =
nei due=20
      centri universitari di Cambridge e soprattutto, di Oxford, per altro=
=20
      influenzata, oltre che dal filosofo austriaco, anche dai precedenti=
=20
      sviluppi del pensiero filosofico britannico. Esponenti di primo pian=
o del=20
      movimento sono, tra gli altri, <I>John Wisdom, Gilbert Ryle, John L.=
=20
      Austin. </I>Tale movimento, in generale, sebbene non sia affatto uni=
tario,=20
      intende la filosofia come analisi del linguaggio, in primo luogo di =
quello=20
      comune, non scientifico. L=92analisi potr=E0 smascherare nel linguag=
gio=20
      filosofico le "espressioni fuorvianti" oppure gli errori dovuti al f=
atto=20
      che spesso le strutture grammaticali non rispecchiano fedelmente le =
pi=F9=20
      profonde strutture logiche. L=92evoluzione pi=F9 recente di questo i=
ndirizzo,=20
      tuttora vitale, ha esteso le procedure dell=92analisi linguistica ad=
 ambiti=20
      che prima erano sfuggiti all=92indagine sistematica, quali sono quel=
li della=20
      politica e dell=92etica.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>L=92empirismo logico</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>Il circolo di Vienna</P>
      <P align=3Djustify></B>Il "circolo di Vienna" costitu=EC, all=92iniz=
io degli=20
      anni venti, il primo nucleo di quel movimento filosofico noto come=20
      "empirismo logico", "positivismo logico", "neoempirismo" o=20
      "neopositivismo". <I>Moritz Schlick, Otto Neurath, Rudolf Carnap=20
      </I>furono i principali animatori del gruppo viennese; un gruppo ana=
logo=20
      si raccolse a Berlino, intorno alla figura di <I>Hans Reichenbach.=20
      </I>Dalla collaborazione di questi studiosi sorse la rivista "Erkenn=
tnis"=20
      (la parola in tedesco significa "conoscenza"). I nazisti perseguitar=
ono il=20
      movimento e giunsero a uccidere Schlick, il primo animatore del grup=
po=20
      viennese. Con l=92avvento del regime hitleriano la scuola emigr=F2 n=
egli USA,=20
      ove pot=E9 continuare la propria attivit=E0 di ricerca con ancor mag=
giore=20
      vitalit=E0 e largo seguito, soprattutto negli ambienti accademici. D=
alla=20
      collaborazione degli studiosi che si riconoscevano nell=92empirismo =
logico e=20
      in posizioni affini nasceva in America l=92Enciclo<I>pedia internazi=
onale=20
      della scienza unificata, </I>un tentativo di ricondurre a unit=E0 di=
=20
      linguaggio il complesso panorama delle conoscenza scientifica=20
      contemporanea.</P>
      <P align=3Djustify>Il movimento neoempirista fu influenzato, nella s=
ua fase=20
      costitutiva, dal fisico e filosofo della scienza Ernst Mach, che ave=
va=20
      insegnato all=92universit=E0 di Vienna; anche l=92influsso del primo=
=20
      Wittgenstein, l=92autore del <I>Tractatus logico-philosophicus, </I>=
fu molto=20
      forte, sebbene non ci sia mai stata una totale coincidenza di vedute=
 tra=20
      il filosofo austriaco e gli esponenti del neoempirismo.</P><B>
      <P align=3Djustify>Il principio di verificazione</P>
      <P align=3Djustify></B>In generale questi autori sostengono <I>il pr=
incipio=20
      di verificazione. </I>Secondo questo principio il significato delle=
=20
      proposizioni consiste nel <I>metodo di verificazione, </I>ossia nel =
modo=20
      in cui pu=F2 essere accertata la loro verit=E0 o falsit=E0. Le propo=
sizioni=20
      provviste di significato sono o <I>generalizzazioni empiriche, </I>b=
asate,=20
      quindi, sull=92osservazione, o <I>tautologie, </I>della forma "x =E8=
 x",=20
      riconducibili in ultima analisi al principio di identit=E0. Le propo=
sizioni=20
      delle <I>scienze sperimentali </I>sono del primo tipo, mentre le=20
      proposizioni della <I>matematica </I>sono in ultima analisi tautolog=
ie;=20
      esse sono vere per la loro forma logica, senza bisogno di alcuna con=
ferma=20
      sperimentale, ma non aggiungono alcuna nuova informazione alla nostr=
a=20
      conoscenza.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>L=92insensatezza della metafisica</P>
      <P align=3Djustify></B>Le proposizioni che non ammettono verificazio=
ne sono=20
      <I>prive di significato. </I>Tali sono in particolare le affermazion=
i=20
      della <I>metafisica, </I>in quanto essa pretende di essere una scien=
za che=20
      si spinge oltre i dati dell=92esperienza. Questa radicale opposizion=
e alla=20
      metafisica, la quale, si noti bene, non =E8 "falsa", ma "insensata",=
 =E8 uno=20
      dei tratti pi=F9 caratteristici del neoempirismo, soprattutto nella =
sua fase=20
      iniziale.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Il problema del fondamento</P>
      <P align=3Djustify></B>Il dibattito, molto ricco e fecondo, tra gli=
=20
      esponenti dell=92empirismo logico riguard=F2 soprattutto il modo in =
cui=20
      concretamente possono essere verificate le proposizioni empiriche. C=
i si=20
      domandava, in particolare, se ci sia oppure no un fondamento ultimo =
delle=20
      verit=E0 empiriche, e quindi della conoscenza scientifica. Ci si dom=
andava,=20
      inoltre, in qual modo possano essere individuate, al di l=E0 del lin=
guaggio,=20
      quei dati di esperienza che costituiscono il significato e fondano l=
a=20
      verit=E0.</P>
      <P align=3Djustify>Nella discussione di questi problemi riapparvero =
molti di=20
      quegli interrogativi che avevano nutrito il dibattito della filosofi=
a=20
      tradizionale. <B>Schlick, </B>per esempio, trov=F2 nell=92esperienza=
 sensibile=20
      il fondamento ultimo della verit=E0. Ma questa esperienza gli appari=
va come=20
      qualcosa di <I>privato </I>e in se stesso <I>inesprimibile </I>e ci=
=F2=20
      creava problemi poich=E9 le affermazioni delle scienze dovevano esse=
re=20
      rigorosamente "pubbliche", prive, cio=E8, di qualsiasi riferimento=20
      all=92ambito soggettivo. <B>Neurath, </B>il pi=F9 rigorosamente anti=
metafisico=20
      tra gli esponenti del circolo di Vienna, rifiut=F2 ogni appello=20
      all=92esperienza soggettiva. A suo parere le proposizioni possono es=
sere=20
      verificate, non gi=E0 ad opera dei dati sensibili, ma solo per mezzo=
 di=20
      altre proposizioni. In altre parole il linguaggio, come aveva gi=E0=
=20
      sostenuto Wittgenstein, non pu=F2 uscire da se stesso. Il compito di=
=20
      verificare le proposizioni empiriche spetta a quelle che gi=E0 Carna=
p aveva=20
      <B><I>chiamato proposizioni protocollari. </B></I>Queste, secondo Ne=
urath=20
      sono resoconti immediati di esperienze del tipo "il tale a un determ=
inato=20
      istante del tempo vede determinate cose". Secondo il <I>fisicalismo =
</I>di=20
      Neurath le proposizioni protocollari non si riferiscono all=92esperi=
enza=20
      privata, ma a processi biologici oggettivamente controllabili ed=20
      esprimibili in ultima analisi mediante il linguaggio della fisica. E=
sse=20
      non sono mai assolutamente certe e inconfutabili, ma possono essere=
=20
      "corrette" da altre proposizioni protocollari. Come pi=F9 tardi nell=
=92ultimo=20
      Wittgenstein scompare, qui, la pretesa di assicurare alla conoscenza=
 un=20
      fondamento ultimo.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Rudolf Carnap</P>
      <P align=3Djustify></B>Il tentativo di fondare la conoscenza empiric=
a sulle=20
      <I>idee primitive, </I>ossia <I>sui vissuti elementari </I>che si=20
      presentano nell=92esperienza fu compiuto da Rudolf Carnap, il filoso=
fo che=20
      pi=F9 di ogni altro approfond=EC le tematiche dell=92empirismo logic=
o. Con<I> La=20
      costruzione logica del mondo </I>(1928) egli, facendo propri i risul=
tati=20
      che andavano emergendo nella psicologia con Kohler e la scuola della=
=20
      <I>Gestalt, </I>individu=F2 le esperienze elementari, non pi=F9 nell=
e singole=20
      sensazioni, ma nei vissuti complessivi che, fluendo nel corso del te=
mpo,=20
      costituiscono la concreta esperienza di un determinato soggetto. Sul=
la=20
      base di questi vissuti elementari e delle relazioni di <I>somiglianz=
a=20
      </I>che tra loro sussistono, Carnap "costruiva" attraverso una rigor=
osa=20
      procedura logica le "cose" del mondo fisico e le rispettive qualit=
=E0.</P>
      <P align=3Djustify>Ma restava pur sempre nel tentativo di Carnap il=
=20
      riferimento all esperienza privata. Nelle sue elaborazioni successiv=
e il=20
      filosofo tedesco prefer=EC ricorrere <I>ai protocolli, </I>quei reso=
conti=20
      linguistici sull=92esperienza immediata che possono essere interpret=
ati in=20
      maniere differenti (in termini di "cose" o in termini di vissuti), m=
a che,=20
      in ogni caso, sono interni al linguaggio. Il fatto essenziale rimane=
=20
      quello per cui le proposizioni empiriche dotate di significato devon=
o=20
      essere integralmente riformulabili in termini di protocolli.</P>
      <P align=3Djustify>L=92attenzione di Carnap per le problematiche con=
nesse al=20
      linguaggio giunse a nuovi risultati significativi con la <I>Sintassi=
=20
      logica del linguaggio </I>(1934). In questo lavoro Carnap sostiene c=
he=20
      nell=92ambito del <I>metalinguaggio </I>possiamo individuare le <B><=
I>regole=20
      di formazione, </B></I>ossia la <I>sintassi, </I>mediante cui all=92=
interno=20
      di un determinato linguaggio vengono costruite le espressioni aventi=
=20
      significato. Sono possibili <I>diversi linguaggi, aventi diverse reg=
ole .=20
      </I>E=92 questo il<B><I> principio di tolleranza. </B></I>L=92import=
ante =E8 che=20
      una certa proposizione abbia significato all=92interno di un certo=20
      linguaggio sulla base delle regole da cui esso =E8 governato. Il com=
pito del=20
      filosofo empirista =E8 ora quello di "raccomandare" la costruzione d=
i=20
      linguaggio in cui le proposizioni possano essere ricondotte in qualc=
he=20
      modo all=92esperienza. Ma niente esclude che il metafisico possa ela=
borare=20
      un linguaggio proprio, alternativo rispetto a quello dell=92empirist=
a.</P>
      <P align=3Djustify>Un=92altra importante acquisizione fu compiuta da=
 Carnap=20
      nello scritto del 1936-37 intitolato <I>Controllabilit=E0 e signific=
ato.=20
      </I>Viene a cadere ora l=92esigenza di far corrispondere ogni propos=
izione=20
      avente significato ai dati dell=92esperienza. Solo le proposizioni=20
      "protocollari", infatti, possono essere direttamente verificate per =
mezzo=20
      dell=92esperienza. Le altre proposizioni, in particolare le leggi de=
lle=20
      scienze, possono essere <I>attestate, </I>ossia controllate solo=20
      <I>indirettamente, </I>attraverso la verifica delle conseguenze che =
da=20
      esse derivano. Non c=92=E8 mai, in tal modo, una verifica definitiva=
 della=20
      verit=E0 empirica, ma solo una progressiva conferma di ci=F2 che, in=
 ogni=20
      caso, resta sempre <I>un=92ipotesi </I>pi=F9 o meno confermata.</P>
      <P align=3Djustify>La ricerca di Carnap e degli altri esponenti del=
=20
      movimento continu=F2 anche dopo gli anni della seconda guerra mondia=
le,=20
      diventando pi=F9 "tecnica" e attenta a problemi specifici inerenti a=
lla=20
      metodologia delle scienze induttive. In particolare fu studiato con =
i=20
      metodi della logica matematica il concetto <I>di probabilit=E0, </I>=
intesa=20
      come il grado di conferma, rigorosamente quantificabile, che spetta =
a=20
      ciascuna singola proposizione.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Nuove tendenze dell=92epistemologia</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>Karl Popper</P>
      <P align=3Djustify></B>Il principio fondamentale dell=92epistemologi=
a=20
      empiristica =E8 quello per cui le leggi scientifiche sono ricavate p=
er mezzo=20
      <I>di procedimenti induttivi </I>che operano <I>generalizzazioni </I=
>sulla=20
      base di evidenze osservative. Karl Popper (nato a Vienna nel 1902), =
autore=20
      di <I>La logica della scoperta scientifica </I>(1934), <I>La societ=
=E0=20
      aperta e i suoi nemici </I>(1945), <I>Congetture e confutazioni </I>=
(1969)=20
      prende le distanze da questa tesi fondamentale dell=92empirismo e ne=
ga che=20
      le teorie scientifiche abbiano origine dall=92induzione. Secondo <I>=
il=20
      falsificazionismo </I>popperiano l=92evidenza osservativa non pu=F2 =
n=E9 dare=20
      origine alle teorie scientifiche e neppure confermarle; l=92esperien=
za, in=20
      realt=E0, pu=F2 solamente <I>confutare </I>delle <I>ipotesi </I>che =
vengono=20
      elaborate indipendentemente dall=92esperienza stessa.</P>
      <P align=3Djustify><I>Qualsiasi </I>ipotesi pu=F2 essere, osserva Po=
pper,=20
      <I>confermata. </I>Se, per esempio, l=92astrologo afferma che le per=
sone=20
      nate in un certo periodo dell=92anno hanno determinate caratteristic=
he, ci=20
      saranno numerosi riscontri che confermano la sua ipotesi e che a tal=
uni=20
      sembreranno avvalorarne la scientificit=E0. D=92altra parte un numer=
o anche=20
      molto elevato di osservazioni non consente il passaggio da una molti=
tudine=20
      di enunciati particolari a una legge generale: per esempio il fatto =
che=20
      tutti i cigni da noi finora osservati siano bianchi non ci permette =
di=20
      concludere che <I>tutti </I>i cigni sono bianchi; pu=F2 darsi che il=
=20
      prossimo che incontriamo sia, in effetti, nero.</P>
      <P align=3Djustify>Ci=F2 che rende "scientifica" una determinata ipo=
tesi, e=20
      che permette di stabilire una rigorosa <I>demarcazione </I>tra scien=
za e=20
      non scienza, =E8 la possibilit=E0 della <I>confutazione. </I>Quando =
il caso=20
      previsto sulla base di una certa teoria non si verifica questa stess=
a=20
      teoria risulta irrimediabilmente confutata e deve essere abbandonate=
. Le=20
      teorie non scientifiche, quali, per esempio, l=92astrologia, la=20
      psicoanalisi, il marxismo, non ammettono, al contrario, confutazione=
,=20
      poich=E9 tutto quello che nei fatti si verifica =E8 compatibile con =
i loro=20
      principi di fondo.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Il progresso della conoscenza</P>
      <P align=3Djustify></B>Una teoria che resiste a tentativi di confuta=
zione=20
      sempre pi=F9 severi =E8 una buona teoria e risulta, ad ogni prova ch=
e essa=20
      supera, sempre pi=F9 <I>corroborata, </I>anche se qualsiasi teoria=20
      scientifica, anche la migliore, sar=E0 prima o poi definitivamente=20
      soppiantata da un=92altra che meglio resiste alle confutazioni. Ques=
to =E8,=20
      secondo Popper, <I>il progresso </I>della conoscenza scientifica, se=
condo=20
      un modello interpretativo che rinvia alle idee fondamentali=20
      dell=92evoluzionismo darwiniano: lotta per l=92esistenza e sopravviv=
enza del=20
      pi=F9 adatto.</P>
      <P align=3Djustify>In ogni caso le ipotesi non sono fondate=20
      sull=92osservazione. Al contrario =E8 proprio l=92osservazione stess=
a che coglie=20
      nella realt=E0 ci=F2 che ci =E8 suggerito e ci =E8 presentato come s=
ignificativo=20
      da parte di un certo sistema teorico. Le teorie scientifiche sono=20
      liberamente prodotte dalla ragione umana. Certamente esse non scopro=
no=20
      l=92essenza ultima dei fenomeni, ma non sono neppure dei semplici st=
rumenti=20
      con cui l=92uomo opera sulla realt=E0. Infatti nel suo progredire la=
 scienza,=20
      grazie alla selezione di teorie sempre pi=F9 attendibili, perviene a=
 una=20
      conoscenza dei fenomeni sempre pi=F9 adeguata, anche se mai definiti=
va.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Societ=E0 aperte e societ=E0 chiuse</P>
      <P align=3Djustify></B>Il progresso scientifico =E8 favorito da quel=
le societ=E0=20
      in cui sono garantiti la libert=E0 del pensiero e il libero confront=
o delle=20
      idee. Queste sono le <I>societ=E0 aperte. </I>Ad esse si contrappong=
ono le=20
      <I>societ=E0 chiuse. </I>In queste ultime l=92autoritarismo politico=
 si regge=20
      su concezioni filosofiche che sono in diretta opposizione al=20
      <I>razionalismo critico </I>sostenuto da Popper. Il totalitarismo co=
incide=20
      con l=92idea di una razionalit=E0 che governa la totalit=E0 dei feno=
meni e ne=20
      determina infallibilmente l=92essenza. Sorge da queste origini quell=
o che=20
      Popper chiama <I>storicismo, </I>secondo il quale il corso delle vic=
ende=20
      umane =E8 predeterminato da un disegno razionale ad esso intrinseco.=
 Si=20
      riconduce a questa visione storicistica, in particolare, la dottrina=
 di=20
      Marx, che abbandona il terreno dell=92analisi scientifica, gi=E0 da =
lui stesso=20
      avviata, per farsi profeta di una societ=E0 nuova. Ma i padri delle =
"societ=E0=20
      chiuse" e dei regimi totalitari da cui esse sono dominate sono=20
      soprattutto, nella storia del pensiero filosofico, Hegel e Platone, =
con le=20
      loro concezioni totalizzanti della razionalit=E0 e della storia che =
non=20
      ammettono il controllo da parte dell=92esperienza.</P>
      <P align=3Djustify>Dopo il razionalismo critico di Popper sono appar=
se,=20
      negli ultimi decenni, concezioni epistemologiche ancora pi=F9 radica=
lmente=20
      alternative rispetto ai principi dell=92empirismo. Dedichiamo ad alc=
une di=20
      esse soltanto qualche cenno informativo. La tesi secondo cui le sing=
ole=20
      proposizioni non possono essere <I>n=E9 confermate n=E9 smentite </I=
>=E8 stata=20
      proposta, dopo gli anni della seconda guerra mondiale, dal filosofo=
=20
      pragmatista statunitense Willard Van Omman Quine. Egli, riprendendo =
la=20
      concezione gi=E0 formulata all=92inizio del secolo da Pierre Duhem, =
sostiene=20
      che le varie proposizioni scientifiche sono tra loro cos=EC universa=
lmente=20
      interdipendenti che ci=F2 che viene messo a confronto con l=92esperi=
enza non =E8=20
      mai una singola proposizione, ma sempre un sistema di assunzioni teo=
riche=20
      reciprocamente correlate. In tal modo =E8 possibile mantenere una=20
      proposizione anche dopo un=92apparente smentita, trasformando opport=
unamente=20
      il sistema teorico in cui =E8 inserita.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Thomas Kuhn</P>
      <P align=3Djustify></B>Un approccio nuovo alla filosofia e alla stor=
ia delle=20
      scienze emerge, in forte opposizione rispetto a quello di Popper, ap=
pare=20
      con Thomas Kuhn (nato nel 1922), autore, tra l=92altro, di <I>La riv=
oluzione=20
      copernicana </I>(1957) e <I>La struttura delle rivoluzioni scientifi=
che=20
      </I>(1962). Il concetto fondamentale dell=92epistemologia di Kuhn =
=E8 quello=20
      <I>di paradigma.</P>
      <P align=3Djustify></I>Un "paradigma" =E8 un complesso di assunzioni=
 teoriche=20
      fondamentali e di regole per la loro applicazione che viene assunto =
sulla=20
      base di un <I>consenso </I>sociale da parte di una comunit=E0. Non c=
=92=E8,=20
      quindi, nessun criterio "oggettivo" che imponga la scelta di un para=
digma=20
      piuttosto che un altro: le motivazioni che determinano la formazione=
 del=20
      consenso sono di ordine essenzialmente sociale.</P>
      <P align=3Djustify>Il cambiamento del paradigma =E8 analogo al cambi=
amento=20
      della <I>Gestalt </I>con cui viene strutturato un certo campo percet=
tivo.=20
      Questi "riorientamenti gestaltici", ossia questi cambiamenti della "=
forma"=20
      complessiva secondo cui viene percepita la realt=E0, sono le <I>rivo=
luzioni=20
      scientifiche, </I>per esempio la rivoluzione copernicana. Nella stor=
ia=20
      della scienza le rivoluzioni sono del tutto eccezionali e la comunit=
=E0=20
      scientifica cerca con ogni mezzo di ostacolarle. Di solito prevale q=
uel=20
      tipo di ricerca che Kuhn <I>chiama scienza normale </I>e che consist=
e=20
      nella deduzione delle conseguenze ricavabili all=92interno di un det=
erminato=20
      paradigma. All=92interno di questo ci sono sempre problemi che resta=
no=20
      insoluti e casi particolari che smentiscono le assunzioni particolar=
i. Ma=20
      la <I>scienza normale </I>tende a ignorare tutto ci=F2 che potrebbe =
mettere=20
      in crisi il paradigma e questi casi ribelli balzano al centro=20
      dell=92attenzione solo in occasione delle svolte rivoluzionarie.</P>
      <P align=3Djustify>Il linguaggio stesso di cui fa uso la scienza =E8=
 vincolato=20
      al paradigma che essa adotta. Ogni termine ha il suo significato=20
      all=92interno di una struttura in cui sono legati da una stretta=20
      interdipendenza gli assunti teorici e i fatti. La parola "elemento" =
non ha=20
      lo stesso significato, osserva Kuhn, nella scienza aristotelica e ne=
lla=20
      chimica moderna. Ne segue quella incapacit=E0 di comunicare tra due =
diversi=20
      paradigmi scientifici che da Kuhn =E8 detta <I>incommensurabilit=E0.=
</P>
      <P align=3Djustify></P></I><B>
      <P align=3Djustify>Imre Lakatos</P>
      <P align=3Djustify></B>Sempre su questa linea di pensiero l=92ungher=
ese Imre=20
      Lakatos (1922-1974) pone al centro della sua riflessione metodologic=
a il=20
      concetto di <I>programma di ricerca. </I>Questi "programmi" sono=20
      strutture, elaborate su basi razionali e deduttive, che guidano gli=
=20
      scienziati nella ricerca di nuovi fenomeni e nello stesso tempo escl=
udono=20
      tutto ci=F2 che potrebbe mettere in discussione le assunzioni fondam=
entali=20
      del programma. Un programma =E8 "progressivo", se conduce alla scope=
rta di=20
      nuovi fenomeni, oppure =E8 "degenerato", se non riesce in questo=20
compito.</P>
      <P align=3Djustify></P><B>
      <P align=3Djustify>Paul Feyerabend</P>
      <P align=3Djustify></B>Al contrario Paul Feyerabend (nato a Vienna n=
el 1924=20
      e trasferitosi poi in Inghilterra e negli USA), autore di <I>Contro =
il=20
      metodo </I>(1970), sostiene contro Popper, Lakatos e Kuhn le posizio=
ni=20
      dell=92<I>anarchismo metodologico. </I>Secondo Feyerabend quando ado=
ttiamo=20
      una teoria per spiegare un fatto il fatto stesso si presenta diversa=
mente=20
      una volta che =E8 stato spiegato per mezzo della teoria. In altre pa=
role i=20
      fatti dipendono dalle teorie da cui sono spiegati; non =E8, dunque, =
in alcun=20
      modo possibile mettere a confronto assunti teorici ed evidenze fattu=
ali.=20
      Poich=E9, inoltre, adottare una certa teoria significa modificare i =
fatti,=20
      non =E8 possibile mettere a confronto teorie differenti nella spiega=
zione di=20
      un medesimo fatto. Ne risulta che le teorie sono l=92una rispetto al=
l=92altra=20
      del tutto <I>incommensurabili, </I>ossia inconfrontabili.</P>
      <P align=3Djustify>Non esiste alcuna procedura che possa sottoporre =
a=20
      controllo le teoria scientifiche n=E9 alcun criterio che permetta la=
 scelta=20
      tra due teorie concorrenti. Persino quei programmi di ricerca che La=
katos=20
      definisce "degenerati" possono improvvisamente ripresentarsi come at=
tuali.=20
      Occorre, dunque, proclamare il principio "tutto va bene" e combatter=
e le=20
      restrizioni che le varie epistemologie vorrebbero imporre alla ricer=
ca=20
      scientifica e considerare questa come se fosse un=92opera d=92arte, =
un=20
      prodotto libero della creativit=E0 umana. Le teorie vengono accolte =
o=20
      rifiutate dalla comunit=E0 scientifica sulla base di decisioni che n=
ulla=20
      hanno di razionale e che sono simili a quelle che determinano l=92af=
fermarsi=20
      di un credo religioso o di un gusto estetico. Non esiste, ovviamente=
,=20
      secondo questa concezione, alcun vero progresso nel succedersi dei v=
ari=20
      "stili" che di volta in volta si affermano nella ricerca=20
      scientifica.</P><B>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>GLOSSARIO</P>
      <P align=3Djustify></P></B>
      <P align=3Djustify>ANTINOMIA</P>
      <P align=3Djustify>Nella logica e nella filosofia della matematica=20
      contemporanee il termine indica una coppia di proposizioni contraddi=
ttorie=20
      ciascuna delle quali segue dall=92altra: si ha un=92antinomia quando=
 dalla=20
      proposizione <I>A </I>segue <I>non-A </I>e, viceversa, da <I>non-</I=
>A=20
      segue <I>A. </I>La logica non pu=F2 ammettere il sussistere di tali=
=20
      antinomie in quanto ammetterebbe con ci=F2 stesso il sussistere al p=
roprio=20
      interno di una contraddizione. Come era gi=E0 noto ai Medievali, e c=
ome =E8,=20
      d=92altra parte, comprensibile anche intuitivamente, la possibilit=
=E0 di=20
      dedurre all=92interno di un sistema una contraddizione consentirebbe=
 di=20
      dedurre all=92interno di esso qualsiasi altra proposizione insieme c=
on la=20
      sua negazione. La pi=F9 celebre delle antinomie =E8 quella comunicat=
a nel 1902=20
      da Russell a Frege, ed =E8 legata alla classe R, definita come "la c=
lasse di=20
      tutte le classi che non sono elementi di se stesse". Ma ce ne sono=20
      numerose altre. Alcune erano note fin dall=92antichit=E0 come quella=
 del=20
      "mentitore", in cui si imbatte colui che dichiara "io mento". Allo s=
copo=20
      di evitare il sorgere delle antinomie Russell elabor=F2 la <I>teoria=
 dei=20
      </I>tipi(vedi <I>Teoria dei tipi). </I>Alcune antinomie possono esse=
re=20
      evitate attraverso la distinzione tra <I>metalinguaggio </I>(il ling=
uaggio=20
      all=92interno del quale si parla di un altro linguaggio) e=20
      <I>linguaggio-oggetto </I>(il linguaggio di cui si parla).</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>CONTROLLABILITA=92</P>
      <P align=3Djustify>In generale =E8 la possibilit=E0 di controllare p=
er mezzo=20
      dell=92esperienza la verit=E0 di un enunciato. Non tutti gli enuncia=
ti,=20
      tuttavia, si riferiscono immediatamente a ci=F2 che pu=F2 essere ogg=
etto di=20
      esperienza; questo accade per gran parte delle leggi scientifiche. I=
n=20
      <I>Controllabilit=E0 </I>e <I>significato </I>(1936) Carnap sostiene=
 che=20
      tali enunciati possono essere <I>confermati </I>attraverso la verifi=
ca=20
      delle conseguenze particolari che ne derivano. In tal modo le leggi=
=20
      scientifiche non saranno, in genere, totalmente "verificate" ma solt=
anto=20
      "confermate" fino a un certo grado di probabilit=E0 che le rende, se=
bbene=20
      non assolutamente certe, scientificamente affidabili.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>COSTANTI LOGICHE</P>
      <P align=3Djustify>Nella terminologia di Wittgenstein esse sono quel=
le=20
      particelle che hanno la funzione di connettere le proposizioni. Pi=
=F9=20
      comunemente vengono dette connettivi e sono, fondamentalmente, "non"=
. "e",=20
      "o", "se...allora".</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>DESCRIZIONI DEFINITE</P>
      <P align=3Djustify>Sono espressioni usate per caratterizzare un sogg=
etto=20
      generico e pronominale, indicato con una variabile x: esse hanno=20
      significato anche se non si riferiscono necessariamente a oggetti=20
      esistenti, per esempio l=92espressione "l=92attuale re di Francia". =
Attraverso=20
      la teoria delle "descrizioni definite" Russell propone di interpreta=
re i=20
      "soggetti" della logica tradizionale come "descrizioni definite". In=
 tal=20
      modo un enunciato come "l=92attuale re di Francia =E8 calvo" diventa=
 "esiste=20
      un termine c tale che, qualunque sia x, "x =E8 l=92attuale re di Fra=
ncia"=20
      equivale a "x =E8 c", inoltre c =E8 calvo".</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>FALSIFICAZIONISMO</P>
      <P align=3Djustify>Quell=92orientamento, rappresentato soprattutto d=
a Popper,=20
      secondo cui la scientificit=E0 di un enunciato consiste nella possib=
ilit=E0 di=20
      falsificarlo.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>FATTO</P>
      <P align=3Djustify>Nel <I>Tractatus logico-philosophicus </I>di Witt=
genstein=20
      i fatti sono i costituenti elementari del mondo. La seconda affermaz=
ione=20
      del Tractatus dichiara: "Il mondo =E8 la totalit=E0 dei fatti, non d=
elle=20
      cose". Secondo alcuni degli indirizzi epistemologici pi=F9 recenti, =
per=20
      esempio quello rappresentato da Feyerabend, il fatto =E8 quello che =
=E8 solo=20
      all=92interno di una teoria. La teoria, dunque, modifica i fatti che=
 spiega=20
      e le due dimensioni, quella teorica e quella fattuale, risultano=20
      reciprocamente interconnesse.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>FILOSOFIA ANALITICA</P>
      <P align=3Djustify>Quella corrente del pensiero contemporaneo che in=
dividua=20
      il compito della filosofia nell=92analisi del linguaggio, in partico=
lare di=20
      quello ordinario, cio=E8 dell=92uso quotidiano "non-scientifico", al=
lo scopo=20
      di risolvere le oscurit=E0 e le difficolt=E0 che sorgono al suo inte=
rno.=20
      L=92indirizzo, che si ispira in gran parte a Wittgenstein, si =E8 sv=
iluppato=20
      soprattutto in Gran Bretagna, in particolare a Oxford.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>FISICALISMO</P>
      <P align=3Djustify>La tesi, formulata da Neurath e accettata in segu=
ito=20
      anche da Carnap, secondo cui tutte le proposizioni provviste di=20
      significato possono essere tradotte nel linguaggio della fisica. Il=
=20
      fisicalismo ispir=F2 il tentativo, compiuto negli USA a cominciare d=
al 1938,=20
      volto a dar vita a una <I>Enciclopedia internazionale della scienza=
=20
      unificata.</P>
      <P align=3Djustify></P></I>
      <P align=3Djustify>FORMALISMO</P>
      <P align=3Djustify>L=92orientamento che risale a Hilbert, secondo cu=
i la=20
      matematica =E8 un sistema di simboli non necessariamente interpretat=
i e di=20
      regole che governano l=92uso di questi simboli. La matematica =E8 in=
tesa dal=20
      formalismo come una sorta di "gioco", in cui non =E8 necessario (anc=
he se =E8=20
      pur tuttavia possibile) riferirsi a qualche entit=E0 diversa dai sim=
boli=20
      stessi.(vedi anche <B>Intuizionismo e Logicismo)</P>
      <P align=3Djustify></P></B>
      <P align=3Djustify>GIOCO LINGUISTICO</P>
      <P align=3Djustify>Nelle <I>Ricerche filosofiche</I> Wittgenstein ch=
iama=20
      "gioco linguistico" l=92intreccio delle regole che all=92interno di =
un=20
      linguaggio governano l=92uso delle espressioni aventi significato. D=
i regola=20
      tale intreccio =E8 costituito da una serie di rimandi che non ha ter=
mine e=20
      che non =E8 rigorosamente precisabile. In tal modo il significato si=
 risolve=20
      nel gioco linguistico, senza pi=F9 rimandare a qualche entit=E0 este=
rna al=20
      linguaggio.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>INCOMMENSURABILIT=C0</P>
      <P align=3Djustify>Secondo alcuni indirizzi della pi=F9 recente epis=
temologia,=20
      in particolare quelli che fanno capo a Kuhn e a Feyerabend, =E8=20
      l=92impossibilit=E0 di mettere a confronto teorie scientifiche alter=
native.=20
      Secondo queste concezioni non sarebbe possibile compiere "esperiment=
i=20
      cruciali" per decidere quale delle teorie concorrenti sia valida, in=
=20
      quanto i fatti non sono mai gli stessi all=92interno di teorie diver=
se; ci=F2=20
      che chiamiamo "fatto" =E8 sempre condizionato da una certa interpret=
azione=20
      riconducibile ad una teoria.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>INCOMPLETEZZA</P>
      <P align=3Djustify>Una teoria "assiomatica" (in cui le proposizioni =
vere=20
      sono o gli assiomi non dimostrati o i teoremi dedotti dagli assiomi)=
 si=20
      dice <I>completa </I>quando all=92interno di essa ogni proposizione =
vera pu=F2=20
      essere dedotta come teorema. Al contrario una teoria assiomatica =E8=
=20
      <I>incompleta </I>quando all=92interno di essa esistono proposizione=
 vere=20
      che non possono essere dedotte come teoremi. L=92incompletezza dei s=
istemi=20
      assiomatici contenenti al proprio interno la teoria dei numeri natur=
ali fu=20
      dimostrata nel 1931 da Godel, con il celebre teorema. Ne risulta che=
=20
      l=92aritmetica deve contenere proposizioni verificate per tutti i po=
ssibili=20
      numeri, ma di cui non si pu=F2 dimostrare n=E9 la verit=E0 n=E9 la f=
alsit=E0.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>INEFFABILE</P>
      <P align=3Djustify>Nel <I>Tractatus logico-philosophicus </I>di Witt=
genstein=20
      =E8 detto "ineffabile" ci=F2 che "si mostra" attraverso la forma del=
=20
      linguaggio, ma che non pu=F2 "essere detto", in quanto non =E8 un fa=
tto del=20
      mondo a cui si possa riferire una proposizione del nostro linguaggio=
. Sono=20
      in tal senso "ineffabili" il mondo nella sua totalit=E0, il soggetto=
, la=20
      morte.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>INSENSATO</P>
      <P align=3Djustify>In generale =E8 detta da Wittgenstein e dai filos=
ofi=20
      dell=92empirismo logico un=92espressione che non =E8 n=E9 vera n=E9 =
falsa, ma che=20
      non ha significato. Questa insensatezza pu=F2 derivare o dal fatto c=
he tale=20
      "pseudoproposizione" non pu=F2 essere verificata attraverso il confr=
onto con=20
      i fatti, oppure perch=E9 non sono state rispettate le regole sintatt=
iche del=20
      linguaggio in cui =E8 formulata. Sono generalmente considerate insen=
sate le=20
      proposizioni della metafisica tradizionale: per esempio "la realt=E0=
 =E8=20
      spirito", oppure "la realt=E0 =E8 materia".</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>INTUIZIONISMO</P>
      <P align=3Djustify>Nella filosofia della matematica =E8 quell=92indi=
rizzo,=20
      sviluppato soprattutto da Brouwer, secondo cui all=92interno della=20
      matematica possono essere ammesse soltanto quelle entit=E0 che sono =
state=20
      effettivamente <I>costruite </I>da parte della coscienza. (vedi anch=
e=20
      <B>Formalismo e Logicismo)</P>
      <P align=3Djustify></P></B>
      <P align=3Djustify>LOGICISMO</P>
      <P align=3Djustify>Nella filosofia della matematica =E8 l=92indirizz=
o,=20
      rappresentato, tra gli altri, da Frege e da Russell secondo cui tutt=
o=20
      l=92edificio della matematica =E8 uno sviluppo della logica. Tutte l=
e teorie=20
      matematiche possono essere ricondotte, infatti, all=92aritmetica dei=
 numeri=20
      naturali, questi, a loro volta, possono essere definiti, secondo i=20
      sostenitori di quest=92orientamento, con i soli strumenti della logi=
ca.=20
      (Vedi anche <B>Formalismo e Intuizionismo)</P>
      <P align=3Djustify></P></B>
      <P align=3Djustify>METALINGUAGGIO</P>
      <P align=3Djustify>E=92 il linguaggio all=92interno del quale ci si =
riferisce ad=20
      un altro linguaggio, che =E8 detto linguaggio-oggetto. Una proposizi=
one=20
      metalinguistica =E8, per esempio, "io mento", in quanto essa si rife=
risce a=20
      tutte le altre proposizioni che io pronuncio. Spesso le antinomie so=
rgono=20
      dalla mancata distinzione tra metalinguaggio e linguaggio-oggetto.</=
P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>METAMATEMATICA</P>
      <P align=3Djustify>La teoria che ha come proprio oggetto la matemati=
ca,=20
      della quale cerca di mostrare, soprattutto, la non-contraddittoriet=
=E0. Fu=20
      sviluppata, in particolare, da Hilbert.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>OSTENSIONE</P>
      <P align=3Djustify>La spiegazione del significato di un termine medi=
ante=20
      l=92indicazione gestuale dell=92oggetto o della propriet=E0 a cui es=
so si=20
      riferisce. Wittgenstein, nelle <I>Ricerche filosofiche, </I>neg=F2 c=
he i=20
      termini linguistici, in generale, acquistino significato mediante un=
 atto=20
      di ostensione.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>PARADIGMA</P>
      <P align=3Djustify>Nella terminologia di Kuhn =E8 quel complesso di =
assunzioni=20
      che in un certo periodo storico guidano la ricerca scientifica. I=20
      paradigmi vengono accettati e rimpiazzati sulla base di un consenso=
=20
      sociale, senza che possano essere in se stessi "verificati" o contro=
llati=20
      per mezzo di qualche procedura razionale.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>PROGRAMMA Dl RICERCA</P>
      <P align=3Djustify>Secondo Lakatos =E8 la struttura teorica che guid=
a gli=20
      scienziati nella ricerca e nella scoperta di nuovi fenomeni. Pu=F2 e=
ssere=20
      "progressivo", quando riesce nei suoi compiti, o "degenerato", quand=
o=20
      ormai ha esaurito le sue funzioni euristiche.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>PROPOSIZIONE</P>
      <P align=3Djustify>In generale =E8 l=92espressione che ha la proprie=
t=E0 di essere=20
      o vera o falsa. Talora "proposizione" ed "enunciato" vengono usati c=
ome=20
      sinonimi. Pi=F9 precisamente "enunciato" viene inteso come l=92espre=
ssione=20
      linguistica avente la propriet=E0 sopra indicata, mentre "proposizio=
ne"=20
      viene intesa come ci=F2 a cui si riferiscono tutti gli enunciati (ch=
e=20
      possono essere formulati da persone diverse e in linguaggi diversi) =
tra=20
      loro sinonimi. La logica contemporanea analizza le proposizioni comp=
lesse=20
      nelle proposizioni semplici, o "atomiche", unite l=92una all=92altra=
 per mezzo=20
      dei "connettivi" (vedi <B>Costanti logiche); </B>essa, inoltre, risp=
etto=20
      al passato ha cambiato in maniera sostanziale il modo di analizzare =
la=20
      proposizione in "soggetto" e "predicato" (vedi <B>Descrizioni=20
      definite).</P>
      <P align=3Djustify></P></B>
      <P align=3Djustify>PROTOCOLLO</P>
      <P align=3Djustify>Nel linguaggio dell=92empirismo logico indica il =
resoconto=20
      immediato di un=92esperienza. Varie concezioni alternative furono av=
anzate a=20
      proposito del linguaggio in cui dovevano essere espresse le=20
      <I>proposizioni protocollari </I>e della possibilit=E0 di considerar=
le come=20
      fondamenti indubitabili della verit=E0 fattuale.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>SEMIOTICA</P>
      <P align=3Djustify>E=92, in generale, la teoria che si occupa dei se=
gni e del=20
      loro uso. All=92interno della semiotica si =E8 soliti distingue la=20
      <I>sintassi, </I>che considera le regole mediante cui i segni vengon=
o tra=20
      loro combinati, la <I>semantica, </I>che considera il significato e,=
 in=20
      generale, il rapporto dei segni rispetto agli oggetti, e la <I>pragm=
atica,=20
      </I>che considera il rapporto tra i segni e chi li usa.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>TAUTOLOGIA</P>
      <P align=3Djustify>Una proposizione che =E8 sempre vera in virt=F9 d=
ella sua=20
      forma, qualunque interpretazione sia dia ai termini che la compongon=
o. Le=20
      tautologie non aggiungono nuove informazioni alla nostra conoscenza.=
=20
      Secondo molte correnti del pensiero contemporaneo la matematica =E8=
=20
      interamente costituita da proposizioni tautologiche.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>TEORIA DEI TIPI</P>
      <P align=3Djustify>E=92 la teoria creata da Russell per evitare l=92=
antinomia=20
      che egli stesso aveva individuato in riferimento alla "classe di tut=
te le=20
      classi che non sono elementi di se stesse". Secondo questa teoria le=
=20
      entit=E0 individuali sono di tipo 0, le classi di individui sono di =
tipo 1,=20
      le classi di classi di individui sono di tipo 2, e cos=EC via. Il pr=
incipio=20
      fondamentale della teoria =E8 quello per cui in ogni proposizione be=
n=20
      formata il predicato deve essere di tipo superiore rispetto al=20
      soggetto.</P>
      <P align=3Djustify></P>
      <P align=3Djustify>TOLLERANZA</P>
      <P align=3Djustify>Il "principio di tolleranza", sostenuto da Carnap=
 nella=20
      <I>Sintassi logica del linguag</I>gio (1934), afferma che sono possi=
bili=20
      molteplici linguaggi alternativi governati al proprio interno da=20
      differenti regole sintattiche. Il fatto che una proposizione abbia o=
 non=20
      abbia significato dipende, in tal modo, dalle specifiche regole inte=
rne al=20
      linguaggio in cui essa =E8 costruita.</P></FONT><!--mstheme--></FONT=
><!--msnavigation--></TD></TR><!--msnavigation--></TBODY></TABLE></BODY></=
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<HTML><HEAD><TITLE>Logica, filosofia del linguaggio e filosofia della scienza nel pensiero del Novecento</TITLE>
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  align=center>&nbsp;</P><!--mstheme--></FONT></TD></TR><!--msnavigation--></TBODY></TABLE><!--msnavigation-->
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      face="trebuchet ms, arial, helvetica"><B><FONT size=2>
      <P align=justify>Logica, filosofia del linguaggio e filosofia della 
      scienza nel pensiero del Novecento</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>Logica e fondamenti della matematica</P></B>
      <P align=justify>Il pensiero filosofico moderno, a cominciare da Descartes 
      e dall’empirismo britannico, fino a Kant e a Hegel aveva di regola 
      mostrato scarso interesse nei confronti della <I>logica formale; </I>a 
      questo riguardo gli studi compiuti da Leibniz e fatti oggetto di 
      attenzione in epoca recente costituiscono un’eccezione. Se della "logica 
      formale" vogliamo dare una definizione approssimativa, potremmo dire che 
      essa ha come oggetto di studio le regole generali mediante cui è possibile 
      ricavare da proposizioni vere altre proposizioni vere, così come avveniva 
      nel sillogismo aristotelico. Ma i filosofi moderni avevano obiettato, in 
      genere, che la logica non permette di scoprire nuove verità e può 
      soltanto, nel migliore dei casi, aiutare ad esporre quanto è già stato 
      conosciuto attraverso l’intuizione intellettuale o l’esperienza 
      sensibile.</P>
      <P align=justify>E’ vero che Kant aveva dedicato la parte più ampia della 
      <I>Critica della ragion pura </I>alla "logica trascendentale" e che una 
      delle opere fondamentali in cui Hegel sviluppa i principi della 
      "dialettica" reca il titolo di <I>Scienza della logica. </I>Ma né la 
      logica trascendentale di Kant né la dialettica di Hegel hanno nulla da 
      spartire con la "logica formale". Anzi, secondo Kant, essa, dopo 
      <I>l’Organon </I>di Aristotele non aveva conosciuto ulteriori sviluppi 
      significativi.</P>
      <P align=justify>In realtà la "logica formale" (o, come si dice oggi, la 
      "logica matematica" o "logica simbolica") ben lungi dall’esaurirsi nelle 
      dottrine aristoteliche è pressoché interamente un prodotto del Novecento. 
      La ripresa delle ricerche nell’ambito della logica ha inizio attorno alla 
      metà del diciannovesimo secolo, allorché lo studio della disciplina assume 
      un carattere decisamente matematico. La nuova logica tende a presentarsi 
      come un calcolo matematico. Ma c’è di più: la logica sembra per un certo 
      periodo all’inizio del Novecento candidarsi con valide ragioni al ruolo 
      <I>di fondamento della matematica, </I>nel senso che tutte le altre 
      discipline matematiche, dall’algebra all’analisi infinitesimale alla 
      geometria, sembrano essere riconducibili alla logica. Essa, infine, sempre 
      in riferimento alla matematica, consente una rigorosa messa a punto dei 
      procedimenti dimostrativi più astratti e più lontani dalla comune 
      intuizione e farà oggetto di studio, negli sviluppi più avanzati, il 
      concetto stesso di "dimostrazione", chiarendone il significato e 
      individuandone i limiti .</P>
      <P align=justify>Per quanto riguarda i primordi di questa rinascita degli 
      studi logici occorre ricordare il nome del matematico inglese George 
      Boole. Questi, verso la metà dell’Ottocento, maturò con chiara 
      consapevolezza l’intuizione fondamentale secondo cui la logica deve essere 
      trattata come una specie particolare di <I>algebra. </I>Le proposizioni 
      vengono da Boole considerate come equazioni. Per esempio una proposizione 
      del tipo "nessun x è y", viene espressa con la formula "xy = 0". L’idea di 
      Boole, che, almeno in origine, conduceva a procedure piuttosto macchinose 
      e non del tutto chiare, venne ripresa, tra gli altri, dal logico tedesco 
      Ernst Schroder, che sviluppò l’ "algebra di Boole" in un sistema 
      formalizzato, manipolabile mediante chiare e precise regole di 
calcolo.</P>
      <P align=justify>Ma le innovazioni più significative apparvero quando si 
      cercò, come già si è accennato, di individuare nella logica il fondamento 
      della matematica. Quest’ultima, in tutto il complesso delle discipline ad 
      essa riconducibili, sarebbe dovuta apparire come un coerente sviluppo dei 
      concetti fondamentali propri della logica. Protagonisti di questa impresa, 
      volta a <I>stabilire in forma rigorosa </I>i fondamenti della matematica, 
      furono, tra la fine dell’Ottocento e il principio del Novecento, due 
      matematici: l’italiano <B>Giuseppe Peano </B>e il tedesco <B>Gottlob 
      Frege.</P>
      <P align=justify></B>Indubbiamente la geometria, attraverso il metodo 
      delle coordinate numeriche associate a ciascun punto, poteva essere 
      facilmente ricondotta alla teoria dei numeri reali. D’altra parte l’intero 
      sistema dei numeri, secondo quanto era emerso durante il diciannovesimo 
      secolo dagli studi di vari matematici, tra cui Cauchy e Dedekind, era in 
      ultima analisi riconducibile ai <I>numeri naturali </I>(quelli che 
      normalmente utilizziamo nel contare). Di conseguenza lo sforzo dei 
      logici-matematici si volse alla ricerca di una definizione convincente del 
      "numero naturale".</P>
      <P align=justify>Il sistema ideato da <B>Peano </B>utilizzò per questa 
      impresa un materiale decisamente povero. Per costruire la teoria dei 
      numeri naturali e, di conseguenza, l’intero sistema della matematica erano 
      sufficienti, secondo il matematico italiano, l’apparato della logica (in 
      particolare la teoria degli insiemi) e tre concetti primitivi, ossia non 
      definiti: <I>zero, numero </I>e <I>successore. </I>Questi termini 
      compaiono nei cinque <I>postulati </I>da cui viene ricavata l’intera 
      teoria dei numeri.</P>
      <P align=justify>Ma l’alternativa offerta dal <I>logicismo </I>di <B>Frege 
      </B>è più radicale. Secondo il matematico tedesco, infatti, è possibile 
      definire, con i soli strumenti offerti dalla logica, lo zero e tutta la 
      successione dei numeri naturali. Che cos’è, in generale, un "numero 
      naturale"? Secondo Frege il numero è, propriamente parlando, qualcosa che 
      viene assegnato a un concetto. Possiamo, per esempio, attribuire un numero 
      al concetto "luna del pianeta Venere" (anche se Venere non ha lune), o al 
      concetto "luna del pianeta Giove" (ne esistono quattro), oppure al 
      concetto "abitante di questa città". Cominciamo con l’attribuire il numero 
      "0" al concetto "non identico a se stesso". Questo passaggio risponde 
      abbastanza facilmente alla nostra intuizione, giacché non esistono cose 
      che non siano identiche a se stesse. Procediamo oltre e attribuiamo il 
      numero "1" all’entità "0" che abbiamo già definito: non c’è dubbio, 
      infatti, che essa, in quanto entità definita nella maniera sopra 
      illustrata, non sia un "nulla", ma costituisca in qualche modo un’unità. 
      Il numero "2" verrà, quindi, attribuito alla successione numerica { 0, 1 } 
      . E’ ora evidente che in questa maniera possono essere definiti tutti i 
      numeri naturali. Infatti il numero "n" sarà attribuito alla successione 
      {0, 1, 2, ...n-1}, costituita da tutti i numeri naturali, zero compreso, 
      che precedono n.</P>
      <P align=justify>Resta da vedere, una volta definiti i numeri naturali, 
      come essi possano venir usati per "numerare", ossia, nel linguaggio di 
      Frege, come essi possano essere attribuiti ai concetti. A questo proposito 
      Frege stabilisce che due concetti, A e B, hanno lo stesso numero quando i 
      concetti "uguale al concetto A" e "uguale al concetto B" hanno la stessa 
      <I>estensione. </I>Per "estensione" di un concetto si intende la classe di 
      tutti gli oggetti che cadono sotto tale concetto. Ma che cosa si deve 
      intendere per "uguaglianza" rispetto a un concetto? A questo proposito 
      Frege si poteva avvalere del lavoro sugli insiemi già in precedenza 
      compiuto dal matematico tedesco Georg Cantor: l’uguaglianza di cui sopra 
      poteva essere intesa come <I>equinumerosità; </I>due insiemi sono 
      equinumerosi quando tra essi sussiste una <I>corrispondenza biunivoca, 
      </I>ossia quando è possibile associare a ciascun elemento di uno qualsiasi 
      dei due insiemi uno e uri solo elemento appartenente all’altro insieme. In 
      sostanza, dunque, due concetti sono "uguali" quando sussiste una 
      corrispondenza biunivoca tra le rispettive estensioni. Si noti che questa 
      definizione di "equinumerosità" non implica alcun riferimento al numero, 
      che deve ancora essere definito sulla base di essa.</P>
      <P align=justify>Troviamo, ora, che, per esempio, "uguale alle lune del 
      pianeta Giove" e "uguale a {0,1,2,3} avranno la stessa estensione; questa 
      sarà il numero "4", che, per definizione, è l’estensione del concetto 
      "uguale a {0,1,2,3}. Gli insiemi che sono equinumerosi alle lune di Giove 
      e alla successione {0,1,2,3} sono, infatti, i medesimi.</P>
      <P align=justify>In tal modo Frege caratterizza i numeri naturali senza 
      far riferimento a concetti che già presuppongano il numero. Inoltre 
      l’esistenza e le proprietà dei numeri così definiti non dipendono né 
      dall’esistenza di oggetti fisici né da operazioni compiute dalla mente. Il 
      numero è, infatti, definito mediante relazioni tra concetti, che sono, 
      secondo Frege, "oggetti di ragione", la cui esistenza non dipende né dalla 
      mente umana né dalla realtà fisica.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>Il logico e filosofo inglese <B>Bertrand Russell 
      </B>(1872-1970) riuscì a semplificare notevolmente la procedura seguita da 
      Frege. Egli metteva in pratica coerentemente quel metodo, risalente alla 
      tarda Scolastica medievale, noto come "rasoio di Ockham", che cercava di 
      eliminare le entità non necessarie. Russell, che ancora non conosceva i 
      lavori di Frege, definì i numeri naturali in termini di <I>classi, 
      </I>senza più utilizzare i <I>concetti</P></I>
      <P align=justify>su cui si era basato il matematico tedesco. Un numero 
      cardinale veniva definito come la classe di tutte le cassi simili a una 
      classe data; due classi sono "simili" quando possono essere poste in 
      corrispondenza biunivoca. Ma approfondendo lo studio delle "classi" e 
      della relazioni di appartenenza ad esse, Russell scoprì una difficoltà che 
      sembrò, sulle prime, troncare alla radice il tentativo di ricondurre la 
      teoria dei numeri, e dunque l’intera matematica, alla logica. Egli osservò 
      che alcune classi possono essere <I>elementi di se stesse. </I>Per esempio 
      la classe costituita da "tutte le cose che <I>non </I>sono uomini" 
      appartiene a se stessa, in quanto, ovviamente essa stessa <I>non </I>è un 
      uomo.</P>
      <P align=justify>Definiamo, ora, la classe R, come "la classe di tutte le 
      classi che <I>non </I>appartengono a se stesse". Domandiamoci: R 
      appartiene a se stessa oppure no? Facciamo le due ipotesi possibili e 
      vediamo quali conseguenze ne derivano. Supponiamo, in primo luogo, che R 
      appartenga a se stessa: R è, allora, elemento di R; ne segue, in base alla 
      definizione di R come classe di tutte le classi che <I>non 
      </I>appartengono a se stesse, che R, in realtà <I>non appartiene </I>a se 
      stessa, in contraddizione con l’ipotesi fatta. Supponiamo, all’opposto, 
      che R <I>non </I>appartenga a se stessa; ne segue, allora, che, in virtù 
      di questa sua caratteristica, R <I>appartiene, </I>in realtà, a se stessa, 
      poiché R è stata definita come la classe che contiene tutte le classi che 
      <I>non </I>appartengono a se stesse. Poiché le due ipotesi reciprocamente 
      contraddittorie si implicano a vicenda, nel senso che ciascuna di esse 
      segue dall’altra, risulta che "R appartiene a R" equivale a "R non 
      appartiene a R". Questa contraddizione è nota come "antinomia di Russell" 
      ed è chiaramente legata al fatto che la classe R è definita come una 
      <I>totalità </I>di classi.</P>
      <P align=justify>La scoperta dell’antinomia, che Russell comunicò a Frege 
      nel 1902, metteva in crisi, in generale, la teoria degli insiemi, in 
      quanto non è più possibile affermare che a ciascuna proprietà, per esempio 
      a "non essere elemento di se stesso", corrisponda un insieme. Russell 
      stesso tentò di risolvere la difficoltà mediante la <I>teoria dei tipi. Si 
      </I>stabilisce che le entità individuali sono di tipo "0"; che le classi 
      di individui sono di tipo "1"; che le classi di classi di individui sono 
      di tipo "2", e così via. Il principio fondamentale della teoria è quello 
      secondo cui in ciascuna frase il predicato deve essere di tipo superiore 
      al soggetto. Se il principio non viene rispettato la frase non è né vera 
      né falsa, <I>ma priva di significato. </I>Una classe, dunque, può 
      appartenere soltanto a una classe di classi, non già a una classe di 
      entità individuali. Pertanto la definizione con cui viene introdotta la 
      classe R, in quanto afferma l’appartenenza di una classe a una classe a 
      cui appartengono individui, dà origine a un nonsenso.</P>
      <P align=justify>La teoria dei tipi fu ulteriormente perfezionata da 
      Russell in una versione più sofisticata: la <I>teoria dei tipi ramificata. 
      </I>Ma essa, soprattutto in questa seconda versione, fu spesso considerata 
      innaturale e macchinosa. Vari matematici preferirono sviluppare la ricerca 
      sui fondamenti della matematica in altre direzioni.</P>
      <P align=justify>Il <B>tedesco David Hilbert </B>(1862-1943) e l’olandese 
      <B>Luitzen Egbertus Jan Brouwer </B>(1881-1966) furono promotori di due 
      indirizzi, denominati rispettivamente formalismo e <I>intuizionismo. 
      </I>Secondo <I>il formalismo </I>di Hilbert la matematica può essere 
      interpretata come un <I>sistema di simboli e di regole, </I>ovvero di 
      assiomi, che governano l’uso di questi simboli. I simboli non hanno 
      necessariamente un significato e devono essere intesi semplicemente come 
      <I>segni </I>tracciati sulla carta o sulla lavagna. Fare matematica 
      diventa, in tal modo, come giocare una partita a scacchi o giocare un 
      qualsiasi altro gioco disciplinato da regole rigorosamente determinate. 
      Poiché in una qualsiasi teoria matematica non si sa di quali oggetti si 
      stia parlando, una stessa teoria è suscettibile di molteplici 
      interpretazioni differenti, ossia è applicabile a differenti ambiti di 
      oggetti, purché, ovviamente, questi soddisfino gli assiomi propri del 
      sistema matematico. Per esempio la geometria, intesa come sistema 
      matematico formalizzato, non si occupa soltanto e necessariamente di punti 
      o di piani, ma può essere riferita a qualunque insieme di oggetti che 
      soddisfino i suoi assiomi.</P>
      <P align=justify>Il compito di individuare e ricostruire la struttura 
      formale delle teorie matematiche spetta a quella disciplina che Hilbert 
      chiama <I>metamatematica . </I>La metamatematica è quella teoria che ha 
      per oggetto la matematica. L’obiettivo fondamentale che essa si propone è 
      quello di mostrare che è impossibile, all’interno del sistema matematico, 
      considerato, in particolare dell’aritmetica, dedurre contraddizioni.</P>
      <P align=justify>Una volta ottenuto questo risultato in relazione 
      all’aritmetica ogni problema relativo ai fondamenti della matematica sarà 
      definitivamente risolto, in quanto sussisterà la garanzia che l’intero 
      sistema della matematica sarà esente da contraddizioni.</P>
      <P align=justify><I>L’intuizionismo, </I>sviluppato da Brouwer e da vari 
      altri matematici, si preoccupa, come il logicismo di Russell e il 
      formalismo di Hilbert, di prevenire all’interno del discorso matematico il 
      sorgere di paradossi. Esso, tuttavia, segue una via completamente 
      differente e preferisce fondare la matematica su ciò che la <I>coscienza 
      </I>umana può <I>costruire al </I>proprio interno. Secondo questo 
      indirizzo, che fu anticipato già dal matematico e filosofo Poincaré e non 
      è privo di agganci con alcune filosofie del Novecento (per esempio quella 
      di Bergson) possono avere cittadinanza nella matematica solo quelle entità 
      che possono effettivamente essere costruite all’interno della coscienza. 
      In questo modo secondo gli intuizionisti, possono essere evitati i 
      paradossi. L’intuizionismo, tuttavia, in quanto bandisce tutto ciò che non 
      è effettivamente costruibile, sacrifica ampi settori della matematica 
      stessa. Per esempio gran parte della teoria degli insiemi infiniti, che, 
      dopo le ricerche di Georg Cantor, aveva dato luogo a una articolata 
      <I>aritmetica transfinita, </I>deve essere abbandonata. Anche la logica 
      subisce tagli assai rilevanti. Viene a cadere, infatti, <I>il principio 
      del terzo escluso, </I>quello che asserisce</P>
      <P align=justify>che è vera una proposizione p, oppure è vera la sua 
      negazione, <I>non p. </I>Infatti, se, per esempio, non ho costruito la 
      proposizione p, non segue da ciò che abbia costruito la sua negazione 
      <I>non p. </I>Se la verità matematica consiste nella costruibilità occorre 
      ammettere che la logica deve avere tre valori di verità: vero, falso, 
      (come la logica tradizionale) e, in più, indecidibile, per tutti i casi in 
      cui la mente non può costruire né p né <I>non p.</P>
      <P align=justify></P></I>
      <P align=justify>Una svolta decisiva nelle ricerche sui fondamenti della 
      matematica e, in generale, nella logica, ebbe luogo nel 1931. In 
      quell’anno il logico tedesco emigrato negli USA, <B>Kurt Godel </B>ricavò, 
      per mezzo di una procedura complessa e ingegnosa, un <I>teorema 
      </I>secondo cui all’interno di un sistema assiomatico che contenga 
      l’aritmetica dei numeri naturali devono sussistere proposizioni che non 
      sono decidibili, di cui, cioè, non può essere provata né la verità né la 
      falsità. Questa <I>incompletezza </I>dimostrata da Godel colpiva alla 
      radice soprattutto il tentativo compiuto dal formalismo hilbertiano di 
      provare la non-contraddittorietà dell’aritmetica. In realtà erano da lungo 
      tempo disponibili nella matematica proposizioni di cui non si era riuscita 
      mai <I>a provare </I>la verità, senza che, tuttavia, fossero mai state 
      smentite da controesempi. Una di queste è la celebre "congettura di 
      Goldbach", secondo la quale ogni numero pari può essere espresso come 
      somma di due numeri primi.</P>
      <P align=justify>Dopo il teorema di Godel le ricerche dei logici 
      abbandonarono il progetto volto a costruire un unico edificio coerente in 
      cui fossero contenute la logica e la matematica. Esse proseguirono in 
      ambiti più specifici e mirarono a risultati di portata meno generale. 
      Furono esplorati campi in gran parte nuovi, come per esempio quello delle 
      logiche a <I>molteplici valori di verità, </I>oppure delle logiche che 
      prendono in esame le <I>espressioni normative, </I>quelle, cioè, che 
      contengono un comando e furono profondamente rinnovate le indagini in 
      campi quali la <I>logica modale, </I>ossia quella parte della logica che 
      si occupa di espressioni come "possibile" e "necessario".</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Logica e filosofia: Russell</P></B>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>Lo sviluppo della logica all’inizio del Novecento 
      determinò una profonda svolta nel modo di impostare alcuni tradizionali 
      problemi filosofici. Attraverso gli studi di Frege e, soprattutto, di 
      Russell risultò chiaro che il modo usuale di analizzare le proposizioni è 
      insoddisfacente. La logica si assunse, pertanto, il compito di individuare 
      un altro modo di analizzare le proposizioni. Si può dire, in generale, 
      che, secondo la logica contemporanea, quelli che nelle <I>lingue naturali 
      </I>figurano come nomi comuni o anche come nomi propri cessano di essere 
      nomi, e quindi soggetti, per figurare come attributi. Il soggetto è ormai, 
      soltanto un pronome indeterminato "x", a cui vengono riferiti sia il 
      vecchio soggetto sia il predicato. A Bertrand Russell premeva soprattutto 
      evitare che venissero postulate, in qualità di significati dei termini 
      linguistici, delle entità astratte non riconducibili agli oggetti 
      esistenti nella realtà concreta. Se ad ogni espressione dotata di 
      significato dovesse corrispondere una qualche entità, allora dovremmo dire 
      che deve esistere qualcosa che corrisponda all’espressione "l’attuale re 
      di Francia". Il filosofo inglese, preoccupato di salvaguardare anche nella 
      logica "un robusto senso della realtà", rifiutava di ammettere entità 
      sussistenti in qualche dimensione astratta che corrispondessero alle 
      espressioni prive di riferimento nella realtà concreta. Eppure, quando 
      diciamo qualcosa come "l’attuale re di Francia è calvo", sappiamo 
      perfettamente che cosa diciamo, anche se non esiste alcuna entità reale 
      che corrisponda al soggetto della nostra affermazione e anche se tale 
      affermazione è, ovviamente, falsa.</P>
      <P align=justify>La teoria delle <I>descrizioni definite </I>fornisce una 
      risposta al problema interpretando l’espressione "attuale re di Francia" 
      come un predicato da attribuire a un generico "qualcosa", indicato in 
      simboli logici con la lettera "c". Nel suo complesso una proposizione come 
      "l’attuale re di Francia è calvo" viene ora riformulata in questi termini: 
      "esiste un termine c tale che, qualunque sia x, x è l’attuale re di 
      Francia equivale a x è c; inoltre c è calvo".</P>
      <P align=justify>Per quanto riguarda, poi, le proposizioni universali 
      della vecchia logica aristotelica, del tipo "tutti gli uomini sono 
      mortali" esse vengono risolte in un’implicazione della forma: "qualunque 
      sia x, se x è un uomo, allora x è mortale". Questo tra l’altro spiega 
      perché possano essere vere proposizioni universali riferite a entità non 
      esistenti, per esempio "tutti i centauri sono quadrupedi". Esse, in 
      sostanza, si limitano ad asserire che <I>se </I>qualcosa è un centauro 
      allora esso è un quadrupede.</P>
      <P align=justify>L’importanza di queste teorie, in particolare della 
      teoria delle descrizioni definite, non è limitata alla logica. Sul piano 
      dell’analisi filosofica essa comporta, in generale, la disintegrazione 
      dell’"oggetto", ovvero della "cosa", in un insieme di proprietà, ciascuna 
      delle quali corrisponde a una descrizione. Il mondo non si presenta più 
      come insieme di oggetti aventi proprietà, ma piuttosto come insieme di 
      eventi sulla base dei quali vengono costruite, per mezzo di operazioni 
      logiche, le "cose", a cui, secondo il linguaggio comune, ineriscono le 
      varie proprietà. Con queste concezioni filosofiche di Russell siamo, come 
      si vede agli antipodi del logicismo platonizzante di Frege. La logica, 
      secondo il filosofo inglese, non scopre alcuna realtà, ma fornisce solo 
      gli strumenti linguistici per descrivere una realtà scoperta per mezzo 
      dell’esperienza e della conoscenza scientifica.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Ludwig Wittgenstein </B>(1889-1951)</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Opere principali </B><I>Tractatus logico-philosophicus 
      </I>(1921), <I>Quaderno blu </I>e <I>Quaderno marrone </I>(composti tra il 
      1933 e il 1935, pubblicati postumi nel 1958), <I>Ricerche filosofiche 
      </I>(pubblicate postume nel 1953).</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Il <I>Tractatus logico-philosophicus</P></B>
      <P align=justify></P></I>
      <P align=justify>Viennese, dopo aver intrapreso studi di ingegneria, 
      Wittgenstein si dedicò alle problematiche filosofiche entrando in rapporti 
      di familiarità con il filosofo inglese Bertrand Russell e con gli 
      esponenti del Circolo di Vienna. Maturò la convinzione che il tradizionale 
      sapere filosofico non fosse una forma di autentica conoscenza: i problemi 
      filosofici erano degli pseudoproblemi generati da un uso scorretto del 
      linguaggio. Di conseguenza l’attività filosofica poteva essere soltanto 
      <I>terapeutica, </I>volta a mettere in luce questi falsi problemi e a 
      dissolverli mostrandone l’inconsistenza.</P>
      <P align=justify>In questa prospettiva compose l’opera pubblicata nel 
      1921, il <I>Tractatus logico-philosophicus, </I>uno scritto piuttosto 
      breve, articolato in sei enunciati principali; a questi si accompagnano, 
      numerose altre proposizioni che fungono da commento o spiegazione ed altre 
      ancora che commentano e sviluppano queste ultime. Ne risulta un complesso 
      ordinamento "ramificato", in cui ciascun enunciato è contrassegnato da 
      alcune cifre che ne indicano la posizione entro l’"albero". Con gli 
      aforismi del <I>Tractatus </I>Wittgenstein era convinto di essere 
      pervenuto a una verità intangibile e definitiva, secondo quanto egli 
      stesso dichiarava nella prefazione all’opera. Essendo persuaso di aver 
      risolto <I>definitivamente </I>i problemi filosofici, si dedicò ad altre 
      attività, tra cui l’insegnamento elementare, verso cui avvertiva una 
      specifica vocazione. Solo dopo molti anni, quando già si era recato in 
      Inghilterra e aveva intrapreso l’insegnamento all’università di Cambridge, 
      a seguito di scambi di vedute con alcuni amici, operò una profonda 
      revisione del suo pensiero ed elaborò, in quaderni di appunti pubblicati 
      postumi, le nuove concezioni riguardanti il linguaggio e il 
      significato.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Mondo e linguaggio</P>
      <P align=justify></B>Le sei tesi del <I>Tractatus </I>e la complessa 
      ramificazione di proposizioni ad esse correlate vertono tutte su quello 
      che si presenta come problema fondamentale: il <I>rapporto tra il mondo e 
      il linguaggio. </I>La soluzione che viene proposta è, nelle sue linee di 
      fondo, piuttosto semplice: il <I>linguaggio rappresenta i fatti del mondo, 
      in quanto è in grado di riprodurre al suo interno la struttura del mondo; 
      nella sua natura più profonda il linguaggio è essenzialmente 
      "geroglifico", perché ha la stessa forma di ciò che intende rappresentare 
      e rispetto a cui è, in tal modo, isomorfo. </I>Quando il linguaggio, per 
      un qualsiasi motivo, smarrisce la funzione rappresentativa che gli è 
      propria sorgono espressioni insensate e domande che non potranno ricevere 
      alcuna risposta; su queste sono stati costruiti gli edifici della 
      metafisica tradizionale. Nella già citata <I>Prefazione </I>Wittgenstein 
      stesso riassume il senso del libro con le parole: "Quanto si può dire, si 
      può dire chiaramente; e su ciò di cui non si può parlare, bisogna 
      tacere".</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>I fatti</P>
      <P align=justify></B>Il linguaggio, come si è detto, deve rappresentare il 
      mondo. Ma che cos’è il mondo? Risponde a questa domanda la prima 
      proposizione del <I>Tractatus. </I>"Il mondo è tutto ciò che accade". Il 
      mondo, detto in altre parole, è "la totalità dei fatti". I "fatti", che 
      costituiscono la realtà del mondo, non sono le "cose", ovvero gli 
      "oggetti". Un fatto è un "stato di cose", costituito da una o più cose in 
      una determinata situazione. La "cosa", al contrario, si caratterizza per 
      la possibilità di sussistere in una infinità di stati differenti, 
      rimanendo sempre identica a se stessa. Questo infinito ventaglio di 
      possibilità che è proprio dell’"oggetto" viene detto "spazio logico". Il 
      sussistere di queste possibilità sta a significare che il mondo dei fatti, 
      così come è dato, non è dovuto ad alcuna necessità, giacché i fatti 
      <I>potrebbero </I>anche accadere diversamente da come effettivamente 
      accadono.</P>
      <P align=justify>Una categoria di fatti merita attenzione particolare: si 
      tratta di quei fatti che hanno la capacità di <I>raffigurare </I>altri 
      fatti. Un fatto che raffigura altri fatti è detto <I>immagine. </I>La 
      <I>raffigurazione </I>consiste in questo: gli elementi che costituiscono 
      l’immagine stanno tra loro nella stessa relazione in cui si trovano gli 
      oggetti che entrano a far parte dei fatti rappresentati, come per esempio 
      accade allorché si rappresenta un incidente stradale con i modellini delle 
      automobili coinvolte.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>La proposizione</P>
      <P align=justify></B>Non c’è dubbio che <I>il pensiero </I>sia, nel suo 
      complesso, un’immagine dei fatti che costituiscono il mondo. Il <I>segno 
      sensibile </I>attraverso cui viene palesato il pensiero è <I>la 
      proposizione. </I>I<I> </I>termini semplici che entrano a far parte della 
      proposizione e che non sono ulteriormente scomponibili sono <I>i nomi: 
      </I>essi si riferiscono agli oggetti. Ma poiché ciò che conferisce 
      significato alla proposizione è la sua struttura, cioè la relazione tra i 
      suoi costituenti, un nome non ha mai significato da solo, ma diventa 
      significativo solo nella proposizione, in connessione con altri nomi. La 
      proposizione è "la descrizione di uno stato di cose". Essa è <I>vera 
      </I>se i fatti avvengono nel mondo nella maniera in cui essa dichiara. E’ 
      importante, per evitare i possibili equivoci, tenere ben fermo il 
      principio secondo cui la proposizione rappresenta fatti del mondo e mai 
      qualcosa di diverso dai fatti.</P><B>
      <P align=justify>Le costanti logiche</P>
      <P align=justify></B>Entro le proposizioni occorre operare un’importante 
      distinzione. Alcune proposizioni sono costituite semplicemente dalla 
      concatenazione di nomi per mezzo di un predicato o di una relazione. 
      Queste proposizioni non possono essere scomposte in proposizioni più 
      semplici e sono dette proposizioni <I>elementari. </I>Chi conoscesse tutte 
      le proposizioni elementari vere, avrebbe con ciò stesso una descrizione 
      completa del mondo. Altre proposizioni derivano da quelle elementari 
      attraverso operazioni compiute mediante quelle "particelle", da 
      Wittgenstein dette <I>costanti logiche, </I>che non si riferiscono ad 
      alcun oggetto, ma servono solo a connettere tra loro altre proposizioni. 
      Le costanti logiche fondamentali sono "non", "e", "o", "se...allora". La 
      verità delle proposizioni complesse, ottenute applicando le costanti 
      logiche, dipende, secondo le leggi proprie di ciascuna costante, dalla 
      verità delle proposizioni elementari . In termini matematici la verità 
      delle proposizioni complesse è "funzione" della verità delle proposizioni 
      elementari.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Le tautologie</P>
      <P align=justify></B>Alcune proposizioni, dette <I>tautologie, </I>sono 
      <I>vere </I>qualunque sia il valore di verità delle proposizioni 
      elementari da cui dipendono. L’esempio più semplice di tautologia è quello 
      della forma "piove o non piove"; essa, infatti, sia che in effetti piova, 
      sia che non piova, è in ogni caso vera. Chiaramente questa proprietà 
      deriva dalla particolare combinazione delle costanti "o" e "non". I fatti 
      del mondo non hanno alcun rilievo nel rendere vera la tautologia, che è 
      vera soltanto in virtù della sua forma logica. Essa, pertanto, nonostante 
      la sua assoluta certezza, non trasmette alcuna informazione riguardo al 
      mondo dei fatti. Al contrario le proposizioni che <I>sono false </I>in 
      virtù della loro forma, qualunque cosa accada nel mondo, sono dette 
      <I>contraddizioni: </I>le più semplici tra esse hanno la forma "p e non-p" 
      ("p" sta per una qualsiasi proposizione).</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Logica e matematica</P>
      <P align=justify></B>Poste queste basi Wittgenstein procede ad esaminare 
      il valore conoscitivo delle varie scienze. La logica è interamente 
      costituita da <I>tautologie, </I>la cui verità è necessaria, ma non reca 
      alcun contenuto informativo riguardante il mondo dei fatti, cioè la 
      realtà. Esse, afferma Wittgenstein, "non dicono nulla" e sono 
      <I>analitiche </I>nel senso kantiano. Alla logica si connette la 
      matematica. Questa è "un metodo della logica", un metodo applicando il 
      quale trasformiamo alcune proposizioni vere in altre proposizioni vere, 
      come quando, sulla base di alcuni dati, risolviamo un problema. A questo 
      proposito la posizione di Wittgenstein, e in genere di tutto l’empirismo 
      logico, differisce profondamente da quelle espresse da Kant e dal 
      positivismo ottocentesco: la matematica è un metodo, sia pure della somma 
      importanza, che, in quanto tale, non ha valore conoscitivo. Le sue 
      equazioni, non avendo in se stesse alcun valore di verità, non hanno 
      autentica natura proposizionale e sono soltanto <I>proposizioni 
      apparenti.</P>
      <P align=justify></I>Le proposizioni che non sono né tautologie né 
      contraddizioni e che si riferiscono ai fatti del mondo sono indipendenti 
      l’una dall’altra, così come sono reciprocamente indipendenti i fatti che 
      costituiscono il mondo. La fede in un nesso causale che stabilisca un 
      vincolo necessario tra un fatto e altri fatti è pura superstizione. Tutto 
      ciò che accade nel mondo è <I>contingente, </I>ossia non-necessario. La 
      necessità sussiste solo nell’ambito della logica.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Le leggi scientifiche</P>
      <P align=justify></B>Che cosa sono, allora, le leggi scientifiche, come 
      per esempio quelle della meccanica? La legge scientifica è un <I>apparato 
      logico </I>che permette di formulare proposizioni intorno ai fatti del 
      mondo. Le leggi della meccanica newtoniana non parlano, nella loro 
      enunciazione generale, dei fatti del mondo. Solo quando esse sono 
      applicate ai casi particolari e sono specificate attraverso ben 
      determinate misure, forniscono descrizioni riferite a fatti. Le leggi 
      scientifiche, dunque, sebbene a motivo della loro generalità non parlino 
      del mondo, forniscono i materiali fondamentali che consentono di formare 
      proposizioni riguardanti il mondo e di individuare con precisione dei 
      fatti. Esse sono paragonabili ai <I>reticolati, </I>costituiti da linee e 
      da figure arbitrarie, per mezzo di cui possiamo descrivere una superficie 
      su cui sono irregolarmente distribuite delle macchie di colore. Non c’è 
      nessun obbligo che imponga di descrivere la superficie ricorrendo a un 
      reticolato piuttosto che a un altro. Così, analogamente, una certa teoria 
      scientifica può essere valida quanto un altra, purché entrambe consentano 
      di individuare con la stessa precisione i fatti del mondo.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>La filosofia come attività chiarificatrice</P>
      <P align=justify></B>Ma allorché i segni proposizionali non sono immagini 
      di fatti, né, d’altra parte, si possono ricondurre ai metodi di 
      ragionamento propri della matematica o alle leggi scientifiche, essi non 
      hanno significato, ossia sono <I>insensati. </I>In essi, infatti, è venuta 
      a mancare quella che costituisce la funzione specifica della proposizione: 
      rappresentare un fatto. Questa <I>insensatezza si </I>riscontra nelle 
      proposizioni <I>della filosofia </I>tradizionale: esse non sono false, ma 
      sono, piuttosto, <I>prive </I>di <I>significato. </I>La filosofia del 
      passato il più delle volte è sorta, sostiene Wittgenstein, dalla mancata 
      comprensione della natura del linguaggio. C’è, tuttavia, ancora spazio per 
      l’attività filosofica, a patto che si abbandoni l’atteggiamento proprio 
      dei filosofi tradizionali. La filosofia, che non è una scienza, ma 
      piuttosto un’<I>attività chiarificatrice, </I>quando è intesa nell’unica 
      maniera corretta possibile, è "critica del linguaggio". Quando sarà stata 
      compiuta la corretta analisi delle espressioni linguistiche risulterà che 
      ogni <I>enigma </I>è soltanto <I>apparente </I>ed è, con ciò stesso, 
      scomparso: i problemi tradizionalmente considerati più profondi in realtà 
      non sono affatto problemi.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>L’ineffabile</P>
      <P align=justify></B>L’analisi che Wittgenstein sviluppa nel <I>Tractatus 
      </I>non si risolve, tuttavia, in una pura e semplice dichiarazione di 
      <I>insensatezza </I>nei confronti della problematica filosofica 
      tradizionale. Accanto alla logica e a tutto ciò che concerne il linguaggio 
      inteso come raffigurazione della realtà fattuale, appare un’altra 
      dimensione, che sfugge all’espressione linguistica, ma che pure non è meno 
      reale: la dimensione dell’<I>ineffabile. </I>E’ questo, forse, l’aspetto 
      più inquietante del <I>Tractatus. L’ineffabile </I>sorge all’interno delle 
      proposizioni stesse in quanto esse, non solo parlano del mondo, ma 
      <I>esibiscono, </I>per il semplice fatto che esistono, la loro forma 
      logica. La proposizione, in altre parole, <I>dice </I>qual è la struttura 
      di un fatto del mondo, ma <I>mostra, senza poterlo dire, </I>come è fatta 
      essa stessa. E in generale, afferma Wittgenstein, "Ciò che può essere 
      mostrato non può essere detto".</P>
      <P align=justify>La presenza dell’<I>ineffabile, </I>ossia di ciò che "si 
      mostra" nel linguaggio ma non può essere detto, diventa esplicita tutte le 
      volte che il discorso abbandona i fatti e investe il mondo nella sua 
      totalità o i limiti del mondo stesso, per esempio quando si considera il 
      soggetto dell’esperienza, oppure la morte. La totalità dei fatti è ciò che 
      costituisce la nostra esperienza, ma non è essa stessa un fatto. Il 
      soggetto dell’esperienza non si manifesta all’interno dell’esperienza. La 
      morte è ciò che chiude la nostra esperienza del mondo: "La morte non è un 
      evento della vita. La morte non si vive".</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Il mistico</P>
      <P align=justify></B>Il tema <I>dell’ineffabile </I>conduce in tal modo 
      alle soglie del <I>mistico. </I>A differenza <I>dell’ineffabile, </I>che 
      manifesta se stesso nella forma della proposizione, e che, dunque, è già 
      implicito nella dimensione logica, il <I>mistico si </I>presenta come un 
      <I>intuire, </I>un <I>sentire, </I>dunque come un’esperienza soggettiva. 
      In questo senso deve essere interpretato uno degli aforismi con cui si 
      chiude il <I>Tractatus: </I>"Sentire il mondo quale tutto limitato è il 
      mistico". Questa medesima ispirazione, che spinge la logica ai confini 
      dell’indicibile, si avverte in un’altra celebre proposizione, derivata 
      probabilmente dalla mistica tedesca dei primi secoli dell’età moderna: "Se 
      per eternità s’intende, non infinita durata nel tempo, ma intemporalità, 
      vive eterno colui che vive nel presente". Il tempo presente, infatti, è un 
      tutto limitato al di fuori del quale non è possibile andare. Ma questo non 
      può essere "detto": può essere soltanto "vissuto". Con queste 
      enunciazioni, presenti soprattutto nella parte conclusiva dell’opera, il 
      <I>Tractatus </I>si<I> </I>conferma un testo affascinante ed enigmatico. 
      La ragione di ciò si può trovare nel fatto che, sebbene siamo necessitati 
      a parlare del mondo per mezzo del linguaggio e con gli strumenti della 
      logica, nell’esistenza stessa del linguaggio "si mostra" una dimensione 
      della realtà che appartiene a pieno titolo al vissuto, ma non può essere 
      espressa per mezzo di parole.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Le <I>Ricerche filosofiche</B>: </I><B>una nuova teoria 
      del significato</P>
      <P align=justify></P></B>
      <P align=justify>Con le <I>Ricerche filosofiche, </I>il testo pubblicato 
      nel 1953, sulla base di appunti che Wittgenstein aveva terminato di 
      comporre nel 1949, le concezioni esposte nel <I>Tractatus </I>sono 
      sottoposte a una revisione profonda da cui emergono nuove vedute destinate 
      a segnare profondamente l’evolversi del dibattito filosofico più 
      recente.</P>
      <P align=justify>In un certo senso si può dire che il punto di partenza 
      della nuova indagine sia esattamente il punto di arrivo dell’analisi 
      condotta nel <I>Tractatus, </I>ovvero l’impossibilità di uscire dal 
      linguaggio. Il linguaggio è intrascendibile: tutto quello che noi diciamo, 
      o pensiamo, lo diciamo o pensiamo per mezzo del linguaggio. Anche quando 
      cerchiamo di fornire la spiegazione o la definizione di alcune espressioni 
      linguistiche, compiamo questa operazione per mezzo di altre espressioni 
      linguistiche.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Il linguaggio non si può trascendere</P>
      <P align=justify></B>Detto in altri termini non ci sono (al contrario di 
      quello che si sosteneva nel <I>Tractatus) </I>espressioni linguistiche 
      privilegiate che traggano il loro significato da un riferimento immediato 
      alla realtà. Il significato di un’espressione non viene mai definito 
      mediante un riferimento diretto ai fatti. L’unica maniera in cui sarebbe 
      possibile raccordare un’espressione del linguaggio alla realtà fattuale 
      consisterebbe <I>nell’ostensione, </I>cioè nell’atto con cui si indica 
      concretamente, per esempio con un gesto della mano, la realtà concreta a 
      cui l’espressione si riferisce. Ma ciò, a ben guardare, non è possibile. 
      Quando indico un certo oggetto con la mano, non è affatto chiaro, a chi 
      eventualmente già non sia in possesso del linguaggio in cui mi esprimo, se 
      indico l’oggetto nella sua interezza, oppure qualche sua proprietà, o non 
      voglia indicare, piuttosto, il gesto stesso che compio con la mano. 
      Attraverso il gesto della mia mano: potrei, in fondo, semplicemente 
      guardarmi il polso, anziché indicare un oggetto come potrebbe credere il 
      mio interlocutore.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Linguaggio scientifico e linguaggio ordinario</P>
      <P align=justify></B>Si impara, dunque, il significato delle espressioni 
      linguistiche, non già perché alcune di esse ci mettano a confronto con la 
      realtà, ma perché a poco a poco impariamo a <I>usare </I>il linguaggio, 
      nello stesso modo in cui a poco a poco impariamo a praticare un 
      determinato gioco secondo le sue regole caratteristiche, trovando 
      l’occasione per correggerci ogniqualvolta non le rispettiamo. Siamo 
      erroneamente portati a credere che tutte le espressioni linguistiche 
      acquistino significato per mezzo di una definizione perché questo in 
      effetti accade quando vengono introdotti nuovi termini nel linguaggio 
      scientifico. Quando il chimico, per esempio, introduce il termine "litio" 
      ne fornisce una definizione rigorosa che ne fissa in maniera univoca il 
      significato. Ma il <I>linguaggio scientifico </I>non deve essere confuso 
      con il <I>linguaggio ordinario, </I>quello che parliamo comunemente al di 
      fuori della scienza. Il linguaggio scientifico stesso è in realtà, 
      costruito all’interno del linguaggio ordinario: è come un sobborgo moderno 
      e razionale costruito alla periferia di una vecchia città medievale, i cui 
      edifici e le cui vie faticano a mostrare la presenza di un ordine 
      razionale. Ma nondimeno senza la vecchia città disordinata non esisterebbe 
      nemmeno il sobborgo moderno.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>I giochi linguistici</P>
      <P align=justify></B>Il significato delle espressioni si costituisce, 
      dunque; nell’ambito del linguaggio ordinario. In generale il significato 
      di un’espressione è costituito dall’intreccio delle regole che ne 
      governano <I>l’uso: </I>il <I>gioco linguistico, </I>ovvero la specifica 
      <I>grammatica </I>relativa a quella particolare espressione. Ogni singolo 
      gioco linguistico rinvia ad altri analoghi giochi, in un processo che non 
      giunge mai a termine e che lascia la determinazione del significato per 
      sempre provvisoria e suscettibile di completamento. Il quadro che ne 
      emerge è profondamente innovativo rispetto a quelle che fin dal Seicento 
      erano state le linee di fondo della filosofia moderna. Poiché non è più 
      possibile attingere un supporto esterno al linguaggio su cui si fondi il 
      suo significato, viene troncata alla radice la problematica, ancora assai 
      viva nel <I>Tractatus </I>e in tutto l’empirismo logico, relativa al 
      <I>fondamento. </I>Vengono a cadere le "proposizioni elementari" in cui si 
      sarebbero dovuti riflettere i costituenti elementari e "atomici" della 
      realtà stessa, ad assicurare un fondamento certo e stabile al significato 
      e alla verità. Questa diventa, in ultima analisi, soltanto la capacità di 
      produrre, mediante l’uso di certe espressioni linguistiche, <I>buoni 
      risultati nella pratica.</P>
      <P align=justify></I>Caduta ogni illusione relativa al <I>fondamento 
      </I>della conoscenza e della verità, il compito della filosofia resta, ora 
      più che mai, soltanto quello <I>terapeutico: </I>dissolvere i falsi 
      problemi che possono sorgere dall’intreccio caotico dei giochi linguistici 
      e da un uso delle espressioni che ignori i limiti intrinseci alla loro 
      "grammatica". La filosofia è <I>malattia </I>in quanto distrae il 
      linguaggio dal suo uso ordinario e suscita problemi che il linguaggio 
      stesso non è in grado di risolvere. La terapia, ossia la critica del 
      linguaggio, riporta gli usi linguistici nell’ambito e nei limiti del 
      linguaggio ordinario, <I>accettato per quello che è, </I>senza pretese di 
      raffinamenti o di correzioni.</P><B>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>La filosofia analitica</P>
      <P align=justify></P></B>
      <P align=justify>L’orientamento inaugurato da Wittgenstein con le 
      <I>Ricerche filosofiche </I>ha contribuito in modo decisivo a rinnovare la 
      problematica filosofica contemporanea. Erede diretta dell’ultimo 
      Wittgenstein è la <I>filosofia analitica </I>sorta in Inghilterra nei due 
      centri universitari di Cambridge e soprattutto, di Oxford, per altro 
      influenzata, oltre che dal filosofo austriaco, anche dai precedenti 
      sviluppi del pensiero filosofico britannico. Esponenti di primo piano del 
      movimento sono, tra gli altri, <I>John Wisdom, Gilbert Ryle, John L. 
      Austin. </I>Tale movimento, in generale, sebbene non sia affatto unitario, 
      intende la filosofia come analisi del linguaggio, in primo luogo di quello 
      comune, non scientifico. L’analisi potrà smascherare nel linguaggio 
      filosofico le "espressioni fuorvianti" oppure gli errori dovuti al fatto 
      che spesso le strutture grammaticali non rispecchiano fedelmente le più 
      profonde strutture logiche. L’evoluzione più recente di questo indirizzo, 
      tuttora vitale, ha esteso le procedure dell’analisi linguistica ad ambiti 
      che prima erano sfuggiti all’indagine sistematica, quali sono quelli della 
      politica e dell’etica.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>L’empirismo logico</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>Il circolo di Vienna</P>
      <P align=justify></B>Il "circolo di Vienna" costituì, all’inizio degli 
      anni venti, il primo nucleo di quel movimento filosofico noto come 
      "empirismo logico", "positivismo logico", "neoempirismo" o 
      "neopositivismo". <I>Moritz Schlick, Otto Neurath, Rudolf Carnap 
      </I>furono i principali animatori del gruppo viennese; un gruppo analogo 
      si raccolse a Berlino, intorno alla figura di <I>Hans Reichenbach. 
      </I>Dalla collaborazione di questi studiosi sorse la rivista "Erkenntnis" 
      (la parola in tedesco significa "conoscenza"). I nazisti perseguitarono il 
      movimento e giunsero a uccidere Schlick, il primo animatore del gruppo 
      viennese. Con l’avvento del regime hitleriano la scuola emigrò negli USA, 
      ove poté continuare la propria attività di ricerca con ancor maggiore 
      vitalità e largo seguito, soprattutto negli ambienti accademici. Dalla 
      collaborazione degli studiosi che si riconoscevano nell’empirismo logico e 
      in posizioni affini nasceva in America l’Enciclo<I>pedia internazionale 
      della scienza unificata, </I>un tentativo di ricondurre a unità di 
      linguaggio il complesso panorama delle conoscenza scientifica 
      contemporanea.</P>
      <P align=justify>Il movimento neoempirista fu influenzato, nella sua fase 
      costitutiva, dal fisico e filosofo della scienza Ernst Mach, che aveva 
      insegnato all’università di Vienna; anche l’influsso del primo 
      Wittgenstein, l’autore del <I>Tractatus logico-philosophicus, </I>fu molto 
      forte, sebbene non ci sia mai stata una totale coincidenza di vedute tra 
      il filosofo austriaco e gli esponenti del neoempirismo.</P><B>
      <P align=justify>Il principio di verificazione</P>
      <P align=justify></B>In generale questi autori sostengono <I>il principio 
      di verificazione. </I>Secondo questo principio il significato delle 
      proposizioni consiste nel <I>metodo di verificazione, </I>ossia nel modo 
      in cui può essere accertata la loro verità o falsità. Le proposizioni 
      provviste di significato sono o <I>generalizzazioni empiriche, </I>basate, 
      quindi, sull’osservazione, o <I>tautologie, </I>della forma "x è x", 
      riconducibili in ultima analisi al principio di identità. Le proposizioni 
      delle <I>scienze sperimentali </I>sono del primo tipo, mentre le 
      proposizioni della <I>matematica </I>sono in ultima analisi tautologie; 
      esse sono vere per la loro forma logica, senza bisogno di alcuna conferma 
      sperimentale, ma non aggiungono alcuna nuova informazione alla nostra 
      conoscenza.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>L’insensatezza della metafisica</P>
      <P align=justify></B>Le proposizioni che non ammettono verificazione sono 
      <I>prive di significato. </I>Tali sono in particolare le affermazioni 
      della <I>metafisica, </I>in quanto essa pretende di essere una scienza che 
      si spinge oltre i dati dell’esperienza. Questa radicale opposizione alla 
      metafisica, la quale, si noti bene, non è "falsa", ma "insensata", è uno 
      dei tratti più caratteristici del neoempirismo, soprattutto nella sua fase 
      iniziale.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Il problema del fondamento</P>
      <P align=justify></B>Il dibattito, molto ricco e fecondo, tra gli 
      esponenti dell’empirismo logico riguardò soprattutto il modo in cui 
      concretamente possono essere verificate le proposizioni empiriche. Ci si 
      domandava, in particolare, se ci sia oppure no un fondamento ultimo delle 
      verità empiriche, e quindi della conoscenza scientifica. Ci si domandava, 
      inoltre, in qual modo possano essere individuate, al di là del linguaggio, 
      quei dati di esperienza che costituiscono il significato e fondano la 
      verità.</P>
      <P align=justify>Nella discussione di questi problemi riapparvero molti di 
      quegli interrogativi che avevano nutrito il dibattito della filosofia 
      tradizionale. <B>Schlick, </B>per esempio, trovò nell’esperienza sensibile 
      il fondamento ultimo della verità. Ma questa esperienza gli appariva come 
      qualcosa di <I>privato </I>e in se stesso <I>inesprimibile </I>e ciò 
      creava problemi poiché le affermazioni delle scienze dovevano essere 
      rigorosamente "pubbliche", prive, cioè, di qualsiasi riferimento 
      all’ambito soggettivo. <B>Neurath, </B>il più rigorosamente antimetafisico 
      tra gli esponenti del circolo di Vienna, rifiutò ogni appello 
      all’esperienza soggettiva. A suo parere le proposizioni possono essere 
      verificate, non già ad opera dei dati sensibili, ma solo per mezzo di 
      altre proposizioni. In altre parole il linguaggio, come aveva già 
      sostenuto Wittgenstein, non può uscire da se stesso. Il compito di 
      verificare le proposizioni empiriche spetta a quelle che già Carnap aveva 
      <B><I>chiamato proposizioni protocollari. </B></I>Queste, secondo Neurath 
      sono resoconti immediati di esperienze del tipo "il tale a un determinato 
      istante del tempo vede determinate cose". Secondo il <I>fisicalismo </I>di 
      Neurath le proposizioni protocollari non si riferiscono all’esperienza 
      privata, ma a processi biologici oggettivamente controllabili ed 
      esprimibili in ultima analisi mediante il linguaggio della fisica. Esse 
      non sono mai assolutamente certe e inconfutabili, ma possono essere 
      "corrette" da altre proposizioni protocollari. Come più tardi nell’ultimo 
      Wittgenstein scompare, qui, la pretesa di assicurare alla conoscenza un 
      fondamento ultimo.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Rudolf Carnap</P>
      <P align=justify></B>Il tentativo di fondare la conoscenza empirica sulle 
      <I>idee primitive, </I>ossia <I>sui vissuti elementari </I>che si 
      presentano nell’esperienza fu compiuto da Rudolf Carnap, il filosofo che 
      più di ogni altro approfondì le tematiche dell’empirismo logico. Con<I> La 
      costruzione logica del mondo </I>(1928) egli, facendo propri i risultati 
      che andavano emergendo nella psicologia con Kohler e la scuola della 
      <I>Gestalt, </I>individuò le esperienze elementari, non più nelle singole 
      sensazioni, ma nei vissuti complessivi che, fluendo nel corso del tempo, 
      costituiscono la concreta esperienza di un determinato soggetto. Sulla 
      base di questi vissuti elementari e delle relazioni di <I>somiglianza 
      </I>che tra loro sussistono, Carnap "costruiva" attraverso una rigorosa 
      procedura logica le "cose" del mondo fisico e le rispettive qualità.</P>
      <P align=justify>Ma restava pur sempre nel tentativo di Carnap il 
      riferimento all esperienza privata. Nelle sue elaborazioni successive il 
      filosofo tedesco preferì ricorrere <I>ai protocolli, </I>quei resoconti 
      linguistici sull’esperienza immediata che possono essere interpretati in 
      maniere differenti (in termini di "cose" o in termini di vissuti), ma che, 
      in ogni caso, sono interni al linguaggio. Il fatto essenziale rimane 
      quello per cui le proposizioni empiriche dotate di significato devono 
      essere integralmente riformulabili in termini di protocolli.</P>
      <P align=justify>L’attenzione di Carnap per le problematiche connesse al 
      linguaggio giunse a nuovi risultati significativi con la <I>Sintassi 
      logica del linguaggio </I>(1934). In questo lavoro Carnap sostiene che 
      nell’ambito del <I>metalinguaggio </I>possiamo individuare le <B><I>regole 
      di formazione, </B></I>ossia la <I>sintassi, </I>mediante cui all’interno 
      di un determinato linguaggio vengono costruite le espressioni aventi 
      significato. Sono possibili <I>diversi linguaggi, aventi diverse regole . 
      </I>E’ questo il<B><I> principio di tolleranza. </B></I>L’importante è che 
      una certa proposizione abbia significato all’interno di un certo 
      linguaggio sulla base delle regole da cui esso è governato. Il compito del 
      filosofo empirista è ora quello di "raccomandare" la costruzione di 
      linguaggio in cui le proposizioni possano essere ricondotte in qualche 
      modo all’esperienza. Ma niente esclude che il metafisico possa elaborare 
      un linguaggio proprio, alternativo rispetto a quello dell’empirista.</P>
      <P align=justify>Un’altra importante acquisizione fu compiuta da Carnap 
      nello scritto del 1936-37 intitolato <I>Controllabilità e significato. 
      </I>Viene a cadere ora l’esigenza di far corrispondere ogni proposizione 
      avente significato ai dati dell’esperienza. Solo le proposizioni 
      "protocollari", infatti, possono essere direttamente verificate per mezzo 
      dell’esperienza. Le altre proposizioni, in particolare le leggi delle 
      scienze, possono essere <I>attestate, </I>ossia controllate solo 
      <I>indirettamente, </I>attraverso la verifica delle conseguenze che da 
      esse derivano. Non c’è mai, in tal modo, una verifica definitiva della 
      verità empirica, ma solo una progressiva conferma di ciò che, in ogni 
      caso, resta sempre <I>un’ipotesi </I>più o meno confermata.</P>
      <P align=justify>La ricerca di Carnap e degli altri esponenti del 
      movimento continuò anche dopo gli anni della seconda guerra mondiale, 
      diventando più "tecnica" e attenta a problemi specifici inerenti alla 
      metodologia delle scienze induttive. In particolare fu studiato con i 
      metodi della logica matematica il concetto <I>di probabilità, </I>intesa 
      come il grado di conferma, rigorosamente quantificabile, che spetta a 
      ciascuna singola proposizione.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Nuove tendenze dell’epistemologia</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>Karl Popper</P>
      <P align=justify></B>Il principio fondamentale dell’epistemologia 
      empiristica è quello per cui le leggi scientifiche sono ricavate per mezzo 
      <I>di procedimenti induttivi </I>che operano <I>generalizzazioni </I>sulla 
      base di evidenze osservative. Karl Popper (nato a Vienna nel 1902), autore 
      di <I>La logica della scoperta scientifica </I>(1934), <I>La società 
      aperta e i suoi nemici </I>(1945), <I>Congetture e confutazioni </I>(1969) 
      prende le distanze da questa tesi fondamentale dell’empirismo e nega che 
      le teorie scientifiche abbiano origine dall’induzione. Secondo <I>il 
      falsificazionismo </I>popperiano l’evidenza osservativa non può né dare 
      origine alle teorie scientifiche e neppure confermarle; l’esperienza, in 
      realtà, può solamente <I>confutare </I>delle <I>ipotesi </I>che vengono 
      elaborate indipendentemente dall’esperienza stessa.</P>
      <P align=justify><I>Qualsiasi </I>ipotesi può essere, osserva Popper, 
      <I>confermata. </I>Se, per esempio, l’astrologo afferma che le persone 
      nate in un certo periodo dell’anno hanno determinate caratteristiche, ci 
      saranno numerosi riscontri che confermano la sua ipotesi e che a taluni 
      sembreranno avvalorarne la scientificità. D’altra parte un numero anche 
      molto elevato di osservazioni non consente il passaggio da una moltitudine 
      di enunciati particolari a una legge generale: per esempio il fatto che 
      tutti i cigni da noi finora osservati siano bianchi non ci permette di 
      concludere che <I>tutti </I>i cigni sono bianchi; può darsi che il 
      prossimo che incontriamo sia, in effetti, nero.</P>
      <P align=justify>Ciò che rende "scientifica" una determinata ipotesi, e 
      che permette di stabilire una rigorosa <I>demarcazione </I>tra scienza e 
      non scienza, è la possibilità della <I>confutazione. </I>Quando il caso 
      previsto sulla base di una certa teoria non si verifica questa stessa 
      teoria risulta irrimediabilmente confutata e deve essere abbandonate. Le 
      teorie non scientifiche, quali, per esempio, l’astrologia, la 
      psicoanalisi, il marxismo, non ammettono, al contrario, confutazione, 
      poiché tutto quello che nei fatti si verifica è compatibile con i loro 
      principi di fondo.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Il progresso della conoscenza</P>
      <P align=justify></B>Una teoria che resiste a tentativi di confutazione 
      sempre più severi è una buona teoria e risulta, ad ogni prova che essa 
      supera, sempre più <I>corroborata, </I>anche se qualsiasi teoria 
      scientifica, anche la migliore, sarà prima o poi definitivamente 
      soppiantata da un’altra che meglio resiste alle confutazioni. Questo è, 
      secondo Popper, <I>il progresso </I>della conoscenza scientifica, secondo 
      un modello interpretativo che rinvia alle idee fondamentali 
      dell’evoluzionismo darwiniano: lotta per l’esistenza e sopravvivenza del 
      più adatto.</P>
      <P align=justify>In ogni caso le ipotesi non sono fondate 
      sull’osservazione. Al contrario è proprio l’osservazione stessa che coglie 
      nella realtà ciò che ci è suggerito e ci è presentato come significativo 
      da parte di un certo sistema teorico. Le teorie scientifiche sono 
      liberamente prodotte dalla ragione umana. Certamente esse non scoprono 
      l’essenza ultima dei fenomeni, ma non sono neppure dei semplici strumenti 
      con cui l’uomo opera sulla realtà. Infatti nel suo progredire la scienza, 
      grazie alla selezione di teorie sempre più attendibili, perviene a una 
      conoscenza dei fenomeni sempre più adeguata, anche se mai definitiva.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Società aperte e società chiuse</P>
      <P align=justify></B>Il progresso scientifico è favorito da quelle società 
      in cui sono garantiti la libertà del pensiero e il libero confronto delle 
      idee. Queste sono le <I>società aperte. </I>Ad esse si contrappongono le 
      <I>società chiuse. </I>In queste ultime l’autoritarismo politico si regge 
      su concezioni filosofiche che sono in diretta opposizione al 
      <I>razionalismo critico </I>sostenuto da Popper. Il totalitarismo coincide 
      con l’idea di una razionalità che governa la totalità dei fenomeni e ne 
      determina infallibilmente l’essenza. Sorge da queste origini quello che 
      Popper chiama <I>storicismo, </I>secondo il quale il corso delle vicende 
      umane è predeterminato da un disegno razionale ad esso intrinseco. Si 
      riconduce a questa visione storicistica, in particolare, la dottrina di 
      Marx, che abbandona il terreno dell’analisi scientifica, già da lui stesso 
      avviata, per farsi profeta di una società nuova. Ma i padri delle "società 
      chiuse" e dei regimi totalitari da cui esse sono dominate sono 
      soprattutto, nella storia del pensiero filosofico, Hegel e Platone, con le 
      loro concezioni totalizzanti della razionalità e della storia che non 
      ammettono il controllo da parte dell’esperienza.</P>
      <P align=justify>Dopo il razionalismo critico di Popper sono apparse, 
      negli ultimi decenni, concezioni epistemologiche ancora più radicalmente 
      alternative rispetto ai principi dell’empirismo. Dedichiamo ad alcune di 
      esse soltanto qualche cenno informativo. La tesi secondo cui le singole 
      proposizioni non possono essere <I>né confermate né smentite </I>è stata 
      proposta, dopo gli anni della seconda guerra mondiale, dal filosofo 
      pragmatista statunitense Willard Van Omman Quine. Egli, riprendendo la 
      concezione già formulata all’inizio del secolo da Pierre Duhem, sostiene 
      che le varie proposizioni scientifiche sono tra loro così universalmente 
      interdipendenti che ciò che viene messo a confronto con l’esperienza non è 
      mai una singola proposizione, ma sempre un sistema di assunzioni teoriche 
      reciprocamente correlate. In tal modo è possibile mantenere una 
      proposizione anche dopo un’apparente smentita, trasformando opportunamente 
      il sistema teorico in cui è inserita.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Thomas Kuhn</P>
      <P align=justify></B>Un approccio nuovo alla filosofia e alla storia delle 
      scienze emerge, in forte opposizione rispetto a quello di Popper, appare 
      con Thomas Kuhn (nato nel 1922), autore, tra l’altro, di <I>La rivoluzione 
      copernicana </I>(1957) e <I>La struttura delle rivoluzioni scientifiche 
      </I>(1962). Il concetto fondamentale dell’epistemologia di Kuhn è quello 
      <I>di paradigma.</P>
      <P align=justify></I>Un "paradigma" è un complesso di assunzioni teoriche 
      fondamentali e di regole per la loro applicazione che viene assunto sulla 
      base di un <I>consenso </I>sociale da parte di una comunità. Non c’è, 
      quindi, nessun criterio "oggettivo" che imponga la scelta di un paradigma 
      piuttosto che un altro: le motivazioni che determinano la formazione del 
      consenso sono di ordine essenzialmente sociale.</P>
      <P align=justify>Il cambiamento del paradigma è analogo al cambiamento 
      della <I>Gestalt </I>con cui viene strutturato un certo campo percettivo. 
      Questi "riorientamenti gestaltici", ossia questi cambiamenti della "forma" 
      complessiva secondo cui viene percepita la realtà, sono le <I>rivoluzioni 
      scientifiche, </I>per esempio la rivoluzione copernicana. Nella storia 
      della scienza le rivoluzioni sono del tutto eccezionali e la comunità 
      scientifica cerca con ogni mezzo di ostacolarle. Di solito prevale quel 
      tipo di ricerca che Kuhn <I>chiama scienza normale </I>e che consiste 
      nella deduzione delle conseguenze ricavabili all’interno di un determinato 
      paradigma. All’interno di questo ci sono sempre problemi che restano 
      insoluti e casi particolari che smentiscono le assunzioni particolari. Ma 
      la <I>scienza normale </I>tende a ignorare tutto ciò che potrebbe mettere 
      in crisi il paradigma e questi casi ribelli balzano al centro 
      dell’attenzione solo in occasione delle svolte rivoluzionarie.</P>
      <P align=justify>Il linguaggio stesso di cui fa uso la scienza è vincolato 
      al paradigma che essa adotta. Ogni termine ha il suo significato 
      all’interno di una struttura in cui sono legati da una stretta 
      interdipendenza gli assunti teorici e i fatti. La parola "elemento" non ha 
      lo stesso significato, osserva Kuhn, nella scienza aristotelica e nella 
      chimica moderna. Ne segue quella incapacità di comunicare tra due diversi 
      paradigmi scientifici che da Kuhn è detta <I>incommensurabilità.</P>
      <P align=justify></P></I><B>
      <P align=justify>Imre Lakatos</P>
      <P align=justify></B>Sempre su questa linea di pensiero l’ungherese Imre 
      Lakatos (1922-1974) pone al centro della sua riflessione metodologica il 
      concetto di <I>programma di ricerca. </I>Questi "programmi" sono 
      strutture, elaborate su basi razionali e deduttive, che guidano gli 
      scienziati nella ricerca di nuovi fenomeni e nello stesso tempo escludono 
      tutto ciò che potrebbe mettere in discussione le assunzioni fondamentali 
      del programma. Un programma è "progressivo", se conduce alla scoperta di 
      nuovi fenomeni, oppure è "degenerato", se non riesce in questo 
compito.</P>
      <P align=justify></P><B>
      <P align=justify>Paul Feyerabend</P>
      <P align=justify></B>Al contrario Paul Feyerabend (nato a Vienna nel 1924 
      e trasferitosi poi in Inghilterra e negli USA), autore di <I>Contro il 
      metodo </I>(1970), sostiene contro Popper, Lakatos e Kuhn le posizioni 
      dell’<I>anarchismo metodologico. </I>Secondo Feyerabend quando adottiamo 
      una teoria per spiegare un fatto il fatto stesso si presenta diversamente 
      una volta che è stato spiegato per mezzo della teoria. In altre parole i 
      fatti dipendono dalle teorie da cui sono spiegati; non è, dunque, in alcun 
      modo possibile mettere a confronto assunti teorici ed evidenze fattuali. 
      Poiché, inoltre, adottare una certa teoria significa modificare i fatti, 
      non è possibile mettere a confronto teorie differenti nella spiegazione di 
      un medesimo fatto. Ne risulta che le teorie sono l’una rispetto all’altra 
      del tutto <I>incommensurabili, </I>ossia inconfrontabili.</P>
      <P align=justify>Non esiste alcuna procedura che possa sottoporre a 
      controllo le teoria scientifiche né alcun criterio che permetta la scelta 
      tra due teorie concorrenti. Persino quei programmi di ricerca che Lakatos 
      definisce "degenerati" possono improvvisamente ripresentarsi come attuali. 
      Occorre, dunque, proclamare il principio "tutto va bene" e combattere le 
      restrizioni che le varie epistemologie vorrebbero imporre alla ricerca 
      scientifica e considerare questa come se fosse un’opera d’arte, un 
      prodotto libero della creatività umana. Le teorie vengono accolte o 
      rifiutate dalla comunità scientifica sulla base di decisioni che nulla 
      hanno di razionale e che sono simili a quelle che determinano l’affermarsi 
      di un credo religioso o di un gusto estetico. Non esiste, ovviamente, 
      secondo questa concezione, alcun vero progresso nel succedersi dei vari 
      "stili" che di volta in volta si affermano nella ricerca 
      scientifica.</P><B>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>GLOSSARIO</P>
      <P align=justify></P></B>
      <P align=justify>ANTINOMIA</P>
      <P align=justify>Nella logica e nella filosofia della matematica 
      contemporanee il termine indica una coppia di proposizioni contraddittorie 
      ciascuna delle quali segue dall’altra: si ha un’antinomia quando dalla 
      proposizione <I>A </I>segue <I>non-A </I>e, viceversa, da <I>non-</I>A 
      segue <I>A. </I>La logica non può ammettere il sussistere di tali 
      antinomie in quanto ammetterebbe con ciò stesso il sussistere al proprio 
      interno di una contraddizione. Come era già noto ai Medievali, e come è, 
      d’altra parte, comprensibile anche intuitivamente, la possibilità di 
      dedurre all’interno di un sistema una contraddizione consentirebbe di 
      dedurre all’interno di esso qualsiasi altra proposizione insieme con la 
      sua negazione. La più celebre delle antinomie è quella comunicata nel 1902 
      da Russell a Frege, ed è legata alla classe R, definita come "la classe di 
      tutte le classi che non sono elementi di se stesse". Ma ce ne sono 
      numerose altre. Alcune erano note fin dall’antichità come quella del 
      "mentitore", in cui si imbatte colui che dichiara "io mento". Allo scopo 
      di evitare il sorgere delle antinomie Russell elaborò la <I>teoria dei 
      </I>tipi(vedi <I>Teoria dei tipi). </I>Alcune antinomie possono essere 
      evitate attraverso la distinzione tra <I>metalinguaggio </I>(il linguaggio 
      all’interno del quale si parla di un altro linguaggio) e 
      <I>linguaggio-oggetto </I>(il linguaggio di cui si parla).</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>CONTROLLABILITA’</P>
      <P align=justify>In generale è la possibilità di controllare per mezzo 
      dell’esperienza la verità di un enunciato. Non tutti gli enunciati, 
      tuttavia, si riferiscono immediatamente a ciò che può essere oggetto di 
      esperienza; questo accade per gran parte delle leggi scientifiche. In 
      <I>Controllabilità </I>e <I>significato </I>(1936) Carnap sostiene che 
      tali enunciati possono essere <I>confermati </I>attraverso la verifica 
      delle conseguenze particolari che ne derivano. In tal modo le leggi 
      scientifiche non saranno, in genere, totalmente "verificate" ma soltanto 
      "confermate" fino a un certo grado di probabilità che le rende, sebbene 
      non assolutamente certe, scientificamente affidabili.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>COSTANTI LOGICHE</P>
      <P align=justify>Nella terminologia di Wittgenstein esse sono quelle 
      particelle che hanno la funzione di connettere le proposizioni. Più 
      comunemente vengono dette connettivi e sono, fondamentalmente, "non". "e", 
      "o", "se...allora".</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>DESCRIZIONI DEFINITE</P>
      <P align=justify>Sono espressioni usate per caratterizzare un soggetto 
      generico e pronominale, indicato con una variabile x: esse hanno 
      significato anche se non si riferiscono necessariamente a oggetti 
      esistenti, per esempio l’espressione "l’attuale re di Francia". Attraverso 
      la teoria delle "descrizioni definite" Russell propone di interpretare i 
      "soggetti" della logica tradizionale come "descrizioni definite". In tal 
      modo un enunciato come "l’attuale re di Francia è calvo" diventa "esiste 
      un termine c tale che, qualunque sia x, "x è l’attuale re di Francia" 
      equivale a "x è c", inoltre c è calvo".</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>FALSIFICAZIONISMO</P>
      <P align=justify>Quell’orientamento, rappresentato soprattutto da Popper, 
      secondo cui la scientificità di un enunciato consiste nella possibilità di 
      falsificarlo.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>FATTO</P>
      <P align=justify>Nel <I>Tractatus logico-philosophicus </I>di Wittgenstein 
      i fatti sono i costituenti elementari del mondo. La seconda affermazione 
      del Tractatus dichiara: "Il mondo è la totalità dei fatti, non delle 
      cose". Secondo alcuni degli indirizzi epistemologici più recenti, per 
      esempio quello rappresentato da Feyerabend, il fatto è quello che è solo 
      all’interno di una teoria. La teoria, dunque, modifica i fatti che spiega 
      e le due dimensioni, quella teorica e quella fattuale, risultano 
      reciprocamente interconnesse.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>FILOSOFIA ANALITICA</P>
      <P align=justify>Quella corrente del pensiero contemporaneo che individua 
      il compito della filosofia nell’analisi del linguaggio, in particolare di 
      quello ordinario, cioè dell’uso quotidiano "non-scientifico", allo scopo 
      di risolvere le oscurità e le difficoltà che sorgono al suo interno. 
      L’indirizzo, che si ispira in gran parte a Wittgenstein, si è sviluppato 
      soprattutto in Gran Bretagna, in particolare a Oxford.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>FISICALISMO</P>
      <P align=justify>La tesi, formulata da Neurath e accettata in seguito 
      anche da Carnap, secondo cui tutte le proposizioni provviste di 
      significato possono essere tradotte nel linguaggio della fisica. Il 
      fisicalismo ispirò il tentativo, compiuto negli USA a cominciare dal 1938, 
      volto a dar vita a una <I>Enciclopedia internazionale della scienza 
      unificata.</P>
      <P align=justify></P></I>
      <P align=justify>FORMALISMO</P>
      <P align=justify>L’orientamento che risale a Hilbert, secondo cui la 
      matematica è un sistema di simboli non necessariamente interpretati e di 
      regole che governano l’uso di questi simboli. La matematica è intesa dal 
      formalismo come una sorta di "gioco", in cui non è necessario (anche se è 
      pur tuttavia possibile) riferirsi a qualche entità diversa dai simboli 
      stessi.(vedi anche <B>Intuizionismo e Logicismo)</P>
      <P align=justify></P></B>
      <P align=justify>GIOCO LINGUISTICO</P>
      <P align=justify>Nelle <I>Ricerche filosofiche</I> Wittgenstein chiama 
      "gioco linguistico" l’intreccio delle regole che all’interno di un 
      linguaggio governano l’uso delle espressioni aventi significato. Di regola 
      tale intreccio è costituito da una serie di rimandi che non ha termine e 
      che non è rigorosamente precisabile. In tal modo il significato si risolve 
      nel gioco linguistico, senza più rimandare a qualche entità esterna al 
      linguaggio.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>INCOMMENSURABILITÀ</P>
      <P align=justify>Secondo alcuni indirizzi della più recente epistemologia, 
      in particolare quelli che fanno capo a Kuhn e a Feyerabend, è 
      l’impossibilità di mettere a confronto teorie scientifiche alternative. 
      Secondo queste concezioni non sarebbe possibile compiere "esperimenti 
      cruciali" per decidere quale delle teorie concorrenti sia valida, in 
      quanto i fatti non sono mai gli stessi all’interno di teorie diverse; ciò 
      che chiamiamo "fatto" è sempre condizionato da una certa interpretazione 
      riconducibile ad una teoria.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>INCOMPLETEZZA</P>
      <P align=justify>Una teoria "assiomatica" (in cui le proposizioni vere 
      sono o gli assiomi non dimostrati o i teoremi dedotti dagli assiomi) si 
      dice <I>completa </I>quando all’interno di essa ogni proposizione vera può 
      essere dedotta come teorema. Al contrario una teoria assiomatica è 
      <I>incompleta </I>quando all’interno di essa esistono proposizione vere 
      che non possono essere dedotte come teoremi. L’incompletezza dei sistemi 
      assiomatici contenenti al proprio interno la teoria dei numeri naturali fu 
      dimostrata nel 1931 da Godel, con il celebre teorema. Ne risulta che 
      l’aritmetica deve contenere proposizioni verificate per tutti i possibili 
      numeri, ma di cui non si può dimostrare né la verità né la falsità.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>INEFFABILE</P>
      <P align=justify>Nel <I>Tractatus logico-philosophicus </I>di Wittgenstein 
      è detto "ineffabile" ciò che "si mostra" attraverso la forma del 
      linguaggio, ma che non può "essere detto", in quanto non è un fatto del 
      mondo a cui si possa riferire una proposizione del nostro linguaggio. Sono 
      in tal senso "ineffabili" il mondo nella sua totalità, il soggetto, la 
      morte.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>INSENSATO</P>
      <P align=justify>In generale è detta da Wittgenstein e dai filosofi 
      dell’empirismo logico un’espressione che non è né vera né falsa, ma che 
      non ha significato. Questa insensatezza può derivare o dal fatto che tale 
      "pseudoproposizione" non può essere verificata attraverso il confronto con 
      i fatti, oppure perché non sono state rispettate le regole sintattiche del 
      linguaggio in cui è formulata. Sono generalmente considerate insensate le 
      proposizioni della metafisica tradizionale: per esempio "la realtà è 
      spirito", oppure "la realtà è materia".</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>INTUIZIONISMO</P>
      <P align=justify>Nella filosofia della matematica è quell’indirizzo, 
      sviluppato soprattutto da Brouwer, secondo cui all’interno della 
      matematica possono essere ammesse soltanto quelle entità che sono state 
      effettivamente <I>costruite </I>da parte della coscienza. (vedi anche 
      <B>Formalismo e Logicismo)</P>
      <P align=justify></P></B>
      <P align=justify>LOGICISMO</P>
      <P align=justify>Nella filosofia della matematica è l’indirizzo, 
      rappresentato, tra gli altri, da Frege e da Russell secondo cui tutto 
      l’edificio della matematica è uno sviluppo della logica. Tutte le teorie 
      matematiche possono essere ricondotte, infatti, all’aritmetica dei numeri 
      naturali, questi, a loro volta, possono essere definiti, secondo i 
      sostenitori di quest’orientamento, con i soli strumenti della logica. 
      (Vedi anche <B>Formalismo e Intuizionismo)</P>
      <P align=justify></P></B>
      <P align=justify>METALINGUAGGIO</P>
      <P align=justify>E’ il linguaggio all’interno del quale ci si riferisce ad 
      un altro linguaggio, che è detto linguaggio-oggetto. Una proposizione 
      metalinguistica è, per esempio, "io mento", in quanto essa si riferisce a 
      tutte le altre proposizioni che io pronuncio. Spesso le antinomie sorgono 
      dalla mancata distinzione tra metalinguaggio e linguaggio-oggetto.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>METAMATEMATICA</P>
      <P align=justify>La teoria che ha come proprio oggetto la matematica, 
      della quale cerca di mostrare, soprattutto, la non-contraddittorietà. Fu 
      sviluppata, in particolare, da Hilbert.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>OSTENSIONE</P>
      <P align=justify>La spiegazione del significato di un termine mediante 
      l’indicazione gestuale dell’oggetto o della proprietà a cui esso si 
      riferisce. Wittgenstein, nelle <I>Ricerche filosofiche, </I>negò che i 
      termini linguistici, in generale, acquistino significato mediante un atto 
      di ostensione.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>PARADIGMA</P>
      <P align=justify>Nella terminologia di Kuhn è quel complesso di assunzioni 
      che in un certo periodo storico guidano la ricerca scientifica. I 
      paradigmi vengono accettati e rimpiazzati sulla base di un consenso 
      sociale, senza che possano essere in se stessi "verificati" o controllati 
      per mezzo di qualche procedura razionale.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>PROGRAMMA Dl RICERCA</P>
      <P align=justify>Secondo Lakatos è la struttura teorica che guida gli 
      scienziati nella ricerca e nella scoperta di nuovi fenomeni. Può essere 
      "progressivo", quando riesce nei suoi compiti, o "degenerato", quando 
      ormai ha esaurito le sue funzioni euristiche.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>PROPOSIZIONE</P>
      <P align=justify>In generale è l’espressione che ha la proprietà di essere 
      o vera o falsa. Talora "proposizione" ed "enunciato" vengono usati come 
      sinonimi. Più precisamente "enunciato" viene inteso come l’espressione 
      linguistica avente la proprietà sopra indicata, mentre "proposizione" 
      viene intesa come ciò a cui si riferiscono tutti gli enunciati (che 
      possono essere formulati da persone diverse e in linguaggi diversi) tra 
      loro sinonimi. La logica contemporanea analizza le proposizioni complesse 
      nelle proposizioni semplici, o "atomiche", unite l’una all’altra per mezzo 
      dei "connettivi" (vedi <B>Costanti logiche); </B>essa, inoltre, rispetto 
      al passato ha cambiato in maniera sostanziale il modo di analizzare la 
      proposizione in "soggetto" e "predicato" (vedi <B>Descrizioni 
      definite).</P>
      <P align=justify></P></B>
      <P align=justify>PROTOCOLLO</P>
      <P align=justify>Nel linguaggio dell’empirismo logico indica il resoconto 
      immediato di un’esperienza. Varie concezioni alternative furono avanzate a 
      proposito del linguaggio in cui dovevano essere espresse le 
      <I>proposizioni protocollari </I>e della possibilità di considerarle come 
      fondamenti indubitabili della verità fattuale.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>SEMIOTICA</P>
      <P align=justify>E’, in generale, la teoria che si occupa dei segni e del 
      loro uso. All’interno della semiotica si è soliti distingue la 
      <I>sintassi, </I>che considera le regole mediante cui i segni vengono tra 
      loro combinati, la <I>semantica, </I>che considera il significato e, in 
      generale, il rapporto dei segni rispetto agli oggetti, e la <I>pragmatica, 
      </I>che considera il rapporto tra i segni e chi li usa.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>TAUTOLOGIA</P>
      <P align=justify>Una proposizione che è sempre vera in virtù della sua 
      forma, qualunque interpretazione sia dia ai termini che la compongono. Le 
      tautologie non aggiungono nuove informazioni alla nostra conoscenza. 
      Secondo molte correnti del pensiero contemporaneo la matematica è 
      interamente costituita da proposizioni tautologiche.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>TEORIA DEI TIPI</P>
      <P align=justify>E’ la teoria creata da Russell per evitare l’antinomia 
      che egli stesso aveva individuato in riferimento alla "classe di tutte le 
      classi che non sono elementi di se stesse". Secondo questa teoria le 
      entità individuali sono di tipo 0, le classi di individui sono di tipo 1, 
      le classi di classi di individui sono di tipo 2, e così via. Il principio 
      fondamentale della teoria è quello per cui in ogni proposizione ben 
      formata il predicato deve essere di tipo superiore rispetto al 
      soggetto.</P>
      <P align=justify></P>
      <P align=justify>TOLLERANZA</P>
      <P align=justify>Il "principio di tolleranza", sostenuto da Carnap nella 
      <I>Sintassi logica del linguag</I>gio (1934), afferma che sono possibili 
      molteplici linguaggi alternativi governati al proprio interno da 
      differenti regole sintattiche. Il fatto che una proposizione abbia o non 
      abbia significato dipende, in tal modo, dalle specifiche regole interne al 
      linguaggio in cui essa è costruita.</P></FONT><!--mstheme--></FONT><!--msnavigation--></TD></TR><!--msnavigation--></TBODY></TABLE></BODY></HTML>

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