Psicoterapia e farmaci


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Organizzazione diagnostica e terapeutica

 

Terapia integrata fra psicoterapia e psicofarmaci

 

Psicoterapia somministrazione psicofarmacologica, secondo una metodologia di integrazione, detta terapia multimodale, è, oggi, la prassi terapeutica più accreditata in campo scientifico internazionale, per il trattamento dei disturbi psichici.

 

Nella nostra attività clinica sia lo psicoterapeuta che i medici collegati, sono infatti concordemente attenti a valutare sin dal momento della diagnosi, tutte le variabili interagenti, con il fine ultimo di poter applicare la terapia più idonea ogni volta e per ciascun paziente. 

  • La metodologia diagnostica e terapeutica applicata dal Dott. Angileri e dai medici collegati, così come appena definito, è scelta sulla base delle più attuali e aggiornate ricerche e conferme scientifiche nell'ambito delle neuroscienze. 

  • In questo sito sarà possibile trovare, progressivamente in modo crescente, diversi lavori, alcuni del Dott. Angileri e dei suoi colleghi, altri di numerosi autori, ricercatori e clinici, dei quali saranno specificati i riferimenti. Questi lavori e documenti testimoniano lo stato attuale della conoscenza e della ricerca nei campi della psicologia, neurologia, psichiatria e psicopatologia umana.

  • Affinchè la collaborazione clinica fra lo psicoterapeuta e i medici collegati sia efficace, occorre ovviamente che tutti i professionisti cooperino, ciascuno secondo la propria specializzazione e per le proprie competenze, ma a partire da una base metodologica ed epistemologica comune. E' nostra convinzione che la nostra modalità di operazione epistemologica, diagnostica e terapeutica, di taglio psicosomatico e quindi strettamente cooperativo psicologico-medico, sia la più completa prassi clinica da applicare negli interessi della persona che soffre di disturbi e malattie psichiche.

 

Descrizione del metodo multimodale

  •   Nella nostra attività clinica, la cooperazione avviene principalmente fra quattro operatori, fra di loro collegati ed interagenti, operando ciascuno in sedi separate:

 

  • psicoterapeuta

  • neurologo

  • internista endocrinologo e dietologo 

  • medico agopuntore omeopata

 

Sin dal momento della diagnosi il paziente, chiunque dei quattro abbia consultato per primo, viene osservato e visitato con una modalità aperta innanzi tutto alla diagnosi differenziale: ciò al fine di evitare l'errore diagnostico, principalmente quando i sintomi psicologici sottendono una non subito evidente patologia somatica diversa, o viceversa quando sintomi apparentemente soltanto fisici, sottendono una non subito evidente psicopatologia, o più semplicemente uno stato di disagio e sofferenza psicologica. 

  •  Non appena viene sospettata la necessità di ulteriori verifiche diagnostiche differenziali, il paziente viene inviato per il controllo ad uno degli altri colleghi. In questi casi in cui avviene l'osservazione multipla, segue un confronto fra medici e psicoterapeuta per non escludere nessun sospetto diagnostico. Si stabilisce la modalità terapeutica primaria, talvolta principalmente farmacologica, altre volte psicoterapeutica e si integrano le altre modalità, laddove necessario, secondo una linea di scambio di pareri clinici e di controlli intermedi lungo il percorso della terapia. 

 

 

La diagnosi differenziale  

è una procedura clinica indispensabile in ogni intervento sanitario e per qualunque stato patologico. 

  • Tuttavia essa assume una importanza ulteriore nell'ambito della psicopatologia, perchè forse nessuno stato morboso più che quello psicopatologico è insidioso per l'operatore sanitario, nel momento della diagnosi e nel momento in cui deve quindi stabilire la cura. Tale insidia è determinata dal singolare fatto che l'espressione sintomatica in psicopatologia si sovrappone l'una all'altra, rendendo difficile potere inquadrare con esattezza una "precisa malattia". Ad esempio, abbiamo una notevole quantità di casi di persone che presentano sintomi comuni, di tipo ansioso-depressivo, sia a fronte di una vera condizione disfunzionale di tipo nevrotico, che a fronte di una soggiacente vera malattia neurologica o endocrinologica. E' evidente che in questi casi occorre senza dubbio la stretta coordinazione fra più figure specialistiche contigue, come lo psicoterapeuta, il neurologo e l'endocrinologo.

 

 

L'integrazione terapeutica più ricorrente e normale nella prassi terapeutica della maggior parte dei disturbi e delle malattie psichiche, risulta infine essere fra psicoterapia e psicofarmaci, ma si presentano alla nostra attenzione molti casi di persone che necessitano di interventi diversi, da abbinare alla psicoterapia ed integrare con essa. 

Ad esempio:

 
  • Terapia endocrinologica relativa ai numerosi casi di disturbi psicologici in comorbidità con disfunzioni della tiroide

 

  •  Agopuntura nei diversi casi di sindromi algiche (crisi dolorose), copresenti con le alterazioni emozionali

 

  •  Dietologia nei numerosi casi di disturbi psichici abbinati a disturbi del comportamento alimentare e le relative conseguenze di obesità, sovrappeso, dimagrimento patologico, anoressia, malassorbimento psicogeno, bulimia.

 

  • Patologia delle funzioni sessuali:  

  • disfunzione erettile o impotenza 

  • eiaculazione precoce o ritardata 

  • disturbi della libido e dell'orgasmo femminile 

  • dispareunia (dolorosità che impedisce o rende difficile la penetrazione) 

  • vaginismo, o dolorosità psicogena nei rapporti sessuali, ecc. 

  • in questi casi il paziente viene visto in simultanea dallo psicoterapeuta e dall'andrologo che opera insieme all'endocrinologo

 

  • Malattia neurologica: in questi casi, a volte, la diagnosi può essere complessa (non sono infrequenti i casi in cui anche per lungo tempo si presentano soltanto dei sintomi psicologici molto diffusi come ansietà, depressione, disturbi del sonno, fobie ed essi possono essere espressione di una vera malattia neurologica latente) e per non commettere errori è molto opportuna l'osservazione simultanea fra il neurologo e lo psicoterapeuta

Un esempio fra tanti è dato dai casi dei parkinsonismi, specialmente precoci, cioè che insorgono in un'età precoce rispetto alla media epidemiologica e non con un'espressione sintomatica palese come nel parkinson florido e che intanto inducono stati depressivi e ansiosi comuni anche ad altre forme morbose, potendo indurre ad errore diagnostico, se non si abbina alla diagnosi psicologica, anche la diagnosi e la terapia neurologica. In questi e in molti altri casi, la diagnosi differenziale neurologica è fondamentale.

 

 

Vediamo adesso altri importanti aspetti che spiegano l'importanza della stretta cooperazione psicologica/medica negli interventi di diagnosi e cura dei disturbi psicologici.

Vediamo anche perchè il trattamento medico e psicofarmacologico, staccato dal contemporaneo intervento psicologico, è inadeguato ai fini della cura e guarigione, oltre che pericoloso per il paziente.

Per comprendere bene questo concetto, può essere utile sapere che una delle caratteristiche degli psicofarmaci è quella di non essere prevedibili in modo parametrico, cioè come accade per la maggior parte degli altri farmaci. Questo significa che la maggior parte dei farmaci, in medicina generale, può essere somministrata secondo modalità e posologie che è possibile prestabilire su parametri sperimentali relativi alla malattia da curare, cioè potendo essere sperimentalmente abbastanza certi che i campioni di esperimento sono generalizzabili e oggettivabili poi sui pazienti, a prescindere dalla persona singola e individuale. Questo, in medicina generale, è possibile perchè una vera malattia ha un andamento relativamente prevedibile e monotono, cioè indipendente dalla persona ammalata. Nei casi delle malattie mediche comuni si ha infatti a che fare con una malattia d'organo e la si può curare secondo parametri sperimentati e abbastanza standardizzati e prevedibili. In questi casi è certamente sempre utile tenere in conto la variabilità intrinseca alla persona ammalata, ma per lo più la malattia avrà un suo andamento standard e indipendente dall'ammalato: il medico generico o specialista può curare la malattia in quanto tale. 

  • Molto diversa è, invece, la situazione nei disturbi e nelle malattie della psiche. E' frequente, infatti, osservare che 

nonostante i sintomi psicologici siano molto simili, persone diverse reagiscono in modo molto diverso l'uno dall'altro ad un medesimo psicofarmaco

  • Oppure che la stessa persona reagisce in modo anche molto diverso allo stesso farmaco in tempi diversi, anche se ancora con gli stessi sintomi ricorrenti. 

  • Oppure che una persona reagisce abbastanza male ad un farmaco prescrittogli da un dato medico e poi, invece, abbastanza bene se soltanto cambia medico, anche se il farmaco rimane esattamente lo stesso, magari sotto forma di un altro nome commerciale. A volte lo stesso medico ottiene buoni risultati con uno stesso paziente, tornando a prescrivere lo stesso farmaco e soltanto cambiando il nome commerciale: anche per questo motivo può essere utile in psichiatria che uno stesso farmaco venga prodotto da più case farmaceutiche, con nomi commerciali differenti, sebbene la ragione fondamentale di questa condizione sia da spiegare anche diversamente.

  • A prescindere da quanto detto nel paragrafo precedente, che comunque ci fa comprendere quanto sia influente il fattore umano nella prescrizione psicofarmacologica, la stretta coordinazione fra il neurologo e lo psicoterapeuta risulta preziosa durante il procedere della psicoterapia, proprio perchè man mano che avvengono dei cambiamenti di prospettiva nella persona in psicoterapia, 

la persona cambia e dunque spesso deve essere cambiata la prescrizione farmacologica.  

  • Gli psicofarmaci, non sempre ma spesso, sono molto utili per chi soffre psicologicamente. Niente meglio che gli psicofarmaci può intervenire rapidamente ed efficacemente sui sintomi di cui soffre il paziente. Essi, al contrario, non hanno alcun potere stabile sulla sorgente dei disturbi, (vedi Le cause) alla luce di quanto finora si è visto ( a questo proposito sono e saranno pubblicati diversi articoli in questo sito, molti anche di eminenti studiosi e ricercatori italiani ed internazionali ). Essi intervengono in modo eccellente sulle conseguenze delle cause primarie, cioè intervengono, nel cervello,  a livello dell'alterazione funzionale dei neurotrasmettitori, cioè di quelle sostanze chimiche cerebrali che servono a tutti noi, nella normalità e nella patologia, per poter pensare, sentire emozioni, memorizzare e ricordare, prendere decisioni, compiere movimenti, controllare automaticamente le funzioni viscerali e così via. 

 

  

L'alterazione funzionale dei neurotrasmettitori è dovuta a cause ancora non del tutto note. 

Le ricerche finora non possono consentirci altro che ipotizzare che ciascuno nasce con una soglia di sensibilità diversa, dovuta a

  fattori genetici  

e che ciascuno, data la propria naturale soglia di sensibilizzazione, reagisce in modo individualmente diverso agli

  stimoli ambientali  

e poichè

  l'organizzazione intrinseca del cervello avviene durante gli anni dell'infanzia e dell'adolescenza

 è legittimo pensare che avvenga durante quegli anni che i neurotrasmettitori si organizzino più o meno bene e poichè

  le funzioni psicologiche derivano dal funzionamento del cervello

 anche esse risulteranno, di conseguenza al funzionamento dei neurotrasmettitori, più o meno bene organizzate. Il tutto dunque accadrebbe casualmente, in relazione ad una complicatissima interazione fra ambiente e tessuto individuale di ricezione. Sappiamo, finora meno della componente genetica, rispetto a quanto sappiamo della componente ambientale. 

  • Ciò vuol dire che sappiamo correlare molti fattori ambientali alle conseguenze psicologiche sull'individuo, mentre non sappiamo ancora correlare sufficientemente bene i fattori ambientali alle conseguenze neurochimiche, nè i fattori genetici alle conseguenze neuro-psico-chimiche.

  •  In pratica, dalle valide correlazioni che possediamo fra avvenimenti ambientali, (specialmente quelli che accadono nella prima giovinezza) e conseguenze psicologiche,

 deduciamo anche che le alterazioni neurochimiche, presenti nei casi di disturbi psicologici, siano causate dai fattori ambientali, predisposti da fattori genetici

  • Inoltre, dalle valide correlazioni che possediamo fra psicofarmaci > miglioramento funzionale dei neurotrasmettitori > miglioramento funzionale psicologico, ne deduciamo la corrispondenza funzionale psico-chimica, cioè che 

le funzioni psicologiche sono su base neurochimica

  • Così, in modo molto empirico, deduciamo che 

cambiando le funzioni psichiche con la psicoterapia, cambiamo anche le corrispondenti funzioni neurochimiche

  • Infine, dal fatto che 

con gli psicofarmaci non riusciamo a cambiare in modo stabile la disfunzione psico-chimica

  • mentre vi si riesce un pò meglio con la psicoterapia, ne deduciamo che 

intervenire soltanto sulla neurochimica dei sintomi con gli psicofarmaci non basta e invece occorre anche intervenire sulla " neurochimica superiore ", quella del pensiero complesso, affinchè a cascata si stabilizzi anche la subordinata neurochimica emotivo-somatica, cioè quella che si esprime con i sintomi

  •   Nessun farmaco infatti può giungere nel cervello fino alla complessa neurochimica superiore cognitiva, cioè quella che sta alla base del nostro pensiero.

 

 

La psicoterapia si occupa di offrire metodi di correzione rispetto a quanto casualmente organizzatosi nella mente dell'individuo e incolpevolmente da parte sua, durante gli anni evolutivi e formativi

Quindi:

la psicoterapia tenta di intervenire sulle conseguenze delle cause, cioè sull'organizzazione dei neurotrasmettitori, per mezzo della correzione e cambiamento delle funzioni psicologiche: 

  • cioè, 

poichè le funzioni psicologiche sono espressione della chimica cerebrale, correggendo le funzioni psicologiche in positivo, si correggerà in positivo anche l'alterazione neurotrasmettitoriale nel cervello

  • Gli psicofarmaci, invece, tentano di intervenire direttamente sull'alterazione neurotrasmettitoriale e riuscendo a correggerne l'alterazione, infatti, si assiste ad un miglioramento delle funzioni psicologiche ad esse collegate. 

Il grande problema per gli psicofarmaci è che la correzione diretta sui neurotrasmettitori non si mantiene stabile, in una vera significativa quantità di casi

  • Questo accade, molto probabilmente, perchè l'alterazione funzionale dei neurotrasmettitori, causata in origine durante gli anni giovanili di crescita, fu appunto causata da fattori ambientali e genetici, interagenti fra loro, con la partecipazione del soggetto stesso mentre viveva quegli eventi. Ciò significa che il soggetto giovane, mentre avvenivano gli eventi, partecipandovi o subendoli, si andava formando pensiero, opinione, convinzione e punto di vista soggettivo di interpretazione della realtà. Queste funzioni cognitive superiori, sono anch'esse, come ogni altra cosa nella mente,  organizzate su base neurochimica, ma finora nessuno ha scoperto un farmaco che può intervenire su queste raffinatissime basi neurochimiche che producono il pensiero complesso dell'uomo, per cui gli psicofarmaci possono limitarsi ad intervenire soltanto sulla neurochimica delle emozioni, dell'umore ecc. L'unico metodo finora valido che conosciamo per tentare, presumibilmente,  di arrivare nelle aree cerebrali dove avviene la neurochimica del pensiero complesso, è la psicoterapia. 

  • Dunque accade che gli psicofarmaci sono limitati ad intervenire sulle funzioni emotive e la psicoterapia sulle funzioni cognitive complesse e superiori. Essi, nei loro limiti, sono alleati terapeutici e devono agire simultaneamente e manovrati ambedue con abilità dagli specialisti deputati alla cura, cioè il neurologo per i farmaci e lo psicoterapeuta per la psicoterapia.

  • I casi in cui la sola somministrazione psicofarmacologica ha dato risultati stabili e duraturi, sono, molto probabilmente, quei casi in cui, del tutto casualmente, la persona, sollevata dai sintomi grazie ai farmaci, ha incontrato, durante la transitoria vacanza sintomatica farmacologica, una serie fortuita di combinazioni situazionali che gli ha consentito uno stabile cambiamento di prospettive rispetto a prima, cioè un valido cambiamento di pensiero rispetto a prima, accadendo, così, una sorta di autopsicoterapia spontanea e fortuita. Nella moltitudine dei casi, invece, dove pur prolungando la psicofarmacoterapia e/o provando con tutte le possibili combinazioni fra i farmaci a disposizione, la persona non migliora stabilmente, accade che sfortunatamente la persona non ha incontrato casualmente nulla di positivo, per poter mutare le sue prospettive. Quindi dal punto di vista cognitivo è rimasta la persona di sempre, ha continuato a vedere il mondo con i suoi occhi di sempre, nonostante il periodo di miglioramento sintomatico. Se queste personali prospettive non cambiano, cioè non cambiano determinati modi di pensare, vuoi casualmente o con la psicoterapia, la persona rimanendo identica a se stessa nel vedere la realtà, non può "guarire", perchè ovviamente continua a sentire le emozioni e gli umori che sono coerenti con il suo modo di pensare e i farmaci possono soltanto controllarne transitoriamente le conseguenze, cioè i sintomi. 

Una persona che continui a vedere e pensare il mondo dal suo punto di vista, non potrà presumibilmente sentire emozioni e stati d'animo come se lo vedesse da un altro

  • Chi sente ansia, profonda tristezza, depressione, rabbia esagitata, paura abnorme e fobia, nella maggior parte dei casi non sente immotivatamente queste sue emozioni: le sente perchè pensa ( e spesso non si è consapevoli del proprio pensiero ) la realtà in modo tale da ovviamente dover sentire quelle specifiche emozioni, le sente DOPO che ha pensato qualcosa per sentire quelle emozioni. Come potrebbe non sentirle più pur continuando a pensare i suoi pensieri di sempre? Se pure fosse possibile, si creerebbe nell' individuo una condizione artificiale, una scissione insopportabile nell'identità di quella persona: per esempio potrebbe pensare che adesso tutto gli andrà male e restare indifferente, o potrebbe gioirne, anzichè preoccuparsi o deprimersi. Egli stesso non si riconoscerebbe più. Anzi, nei casi in cui si verificano significative incoerenze fra la realtà oggettivabile, il pensiero e la risposta emotiva, si usa parlare, psichiatricamente, di più serie malattie mentali. Dunque la cura definitiva non può prescindere da una definitiva revisione di alcuni propri pensieri e personali prospettive nell'interpretazione della realtà.

Gli argomenti dei paragrafi precedenti non riguardano le più gravi forme morbose psicotiche e i disturbi psichici derivanti da malattie neurologiche: in questi casi è la malattia neurologica stessa a determinare l'alterazione del pensiero e non è la qualità del pensiero a determinare, come si presume, l'alterazione neurochimica. In questo caso è il pensiero stesso ad essere ammalato, in quanto è guasto, in qualche punto, l'organo neurologico che serve per pensare. Negli altri casi, invece, il pensiero è disfunzionale e non malato, nel senso che si è sviluppato e organizzato, durante gli anni giovanili, in modo poco adeguato a poter definire la realtà in modo sufficientemente logico, oggettivo e adattivo, corrispondendo con ciò anche ad una non buona organizzazione neurotrasmettitoriale. In questi casi i disturbi emozionali discendono da un pensiero sano, ma disfunzionale rispetto alla realtà più frequente e attendibile.

  • La psicoterapia, in tutta la sua imperfezione, si occupa di non lasciare al caso il cambiamento cognitivo della persona e affiancandosi agli psicofarmaci che sono come i suoi soldati che combattono in prima linea i sintomi, lavora nelle retrovie per debellare definitivamente la sorgente del male della persona. 

 

 

 

 

 
 
 

-Dott. Sergio Angileri - aut. san. N.2573/95 , 7/8/95 - Ordine Psicologi Sicilia N°480-
  © 2000 [Psicoterapia e Medicina Psicosomatica] 90145 Palermo - via L.da Vinci, 111 - tel.0916820331 - fax0916832636 - E-mail 

 

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